trainwreck-woodstock-99
Un'immagine di Woodstock '99 | ph: Otakukart News

L’utopia in fiamme di Woodstock ’99

Un documentario di Netflix ricostruisce il fallimento del 30° anniversario del festival

Il cielo cupo del mattino ricompone i frammenti della follia collettiva: auto e caravan ridotti a carcasse, montagne di spazzatura a ogni angolo, pezzi di legno di cui non resta che la cenere. «Siamo in Bosnia?», si domanda un ragazzo che sta filmando a bordo di una macchina gli ultimi fotogrammi di uno sfacelo chiamato Woodstock ’99. Il trentennale della leggendaria «Fiera della musica e delle arti» di Bethem, New York, muore tra le fiamme: quelle dei falò appiccati da interi gruppi di giovani in fondo a tre giorni che promettevano pace e amore e che invece scivolarono ben presto nel delirio. Un capitolo della storia della musica e del costume seppellito in tutta fretta e riesumato dal regista Jamie Crawford nel documentario Trainwreck – Woodstock ’99, visibile da fine agosto su Netflix.

I 5000 ettari della base militare dismessa di Rome, circondata da un invalicabile muro di cinta lungo 13 chilometri, in luogo della placida campagna di Bethem: l’evento organizzato da Michael Lang – il padre della prima Woodstock – e John Scher nasce sotto il segno delle contraddizioni. 150 dollari per assistere ai concerti, la pay-per-view per chi resta a casa, i grandi marchi dell’industria a stelle e strisce mobilitati per la causa: la musica è un pretesto per «fare soldi», a maggior ragione dopo il fiasco dell’edizione del 1994, cui avevano assistito decine di migliaia di persone senza biglietto. Sette mesi di lavoro per cambiare volto all’austero Griffiss Park e allestire il cast: poche concessioni alla nostalgia e alla tradizione, la netta preferenza per i grandi nomi della scena hard rock, su tutti i Metallica e i Rage Against The Machine, i Red Hot Chili Peppers per il gran finale.

Il pubblico risponde in massa: più di 250.000 persone si radunano a mezzogiorno di venerdì 25 luglio 1999 per l’esibizione inaugurale di James Brown. Lo spirito del festival si perde ben presto in un fiume di trasgressioni: le droghe, l’alcol e il sesso diventano la principale attrazione della Woodstock di fine secolo. Come se non bastasse, gli organizzatori mostrano il volto più sfacciato del business: l’acqua e il cibo sono un lusso per i tanti giovani che sfidano la calura e i disagi. Il popolo del festival è una polveriera pronta a infiammarsi da un momento all’altro: la dirompente performance dei Korn, la massima espressione del nu metal, cavalca la rabbia latente del pubblico. La porta sul delirio si spalanca il giorno dopo: gli spettatori raccolgono la provocazione di Wyclef Jean, tirando sul palco decine e decine di bottiglie d’acqua mentre l’ex Fugees esegue al basso Star-Spangled Banner, l’inno nazionale degli Stati Uniti con il quale Jimi Hendrix consegnò alla leggenda la Woodstock dell’estate 1969; verso sera, poi, salgono sul palco i Limp Bizkit: la scossa emotiva che sprigiona i peggiori istinti di giovani e adulti, sobillati dal cantante Fred Durst. L’assalto alla torre dove si trovano i tecnici del suono è il punto di non ritorno: la violenza e gli eccessi si trasferiscono dal palco principale all’hangar che ospita lo spettacolo notturno di Fatboy Slim, sospeso e infine cancellato quando un furgone prova a farsi largo in mezzo alla folla stordita dagli stupefacenti.

Non c’è servizio di sicurezza (le impreparate «Ronde della pace») che tenga: tutt’intorno si consumano stupri e molestie. Molti non vedono l’ora di fuggire da questa galleria degli orrori, che assume contorni finanche grotteschi quando i superstiti di Woodstock ’99 iniziano a rotolarsi nel fango e nel sudiciume fuoriuscito dai bagni chimici. Ancora più paradossale è la conferenza stampa in cui Lang, Scher e il sindaco di Rome, Joe Griffo, rivendicano il successo dell’evento, negando ogni responsabilità per gli episodi denunciati dalla stampa. Tuttavia, mancano ancora all’appello i Red Hot Chili Peppers: dopo aver eseguito alcuni brani di Californication, la band di Anthony Kiedis ripesca Under The Bridge. Nel frattempo, gli organizzatori distribuiscono 100.000 candele ai presenti per omaggiare la memoria delle vittime del massacro della scuola di Columbine. L’estremo azzardo che spinge quel che resta di Woodstock nell’abisso: la rabbia popolare non risparmia chioschi e sportelli Bancomat, i pannelli decorati che circondavano il set e addirittura una delle torri su cui erano montati gli altoparlanti. Dall’amore universale dei figli dei fiori all’odio cieco dei loro nipoti: i sogni non durano mai abbastanza.


Articolo pubblicato sul Quotidiano del Sud – L’Altravoce dei ventenni