“Non sono solo bambole”, le giovani mamme social hanno in braccio le Reborn Dolls

La brutta copia di un neonato, tornato al mondo per due volte e spesso anche avvolto all’interno del sacco amniotico. Sono le reborn dolls: bambole realistiche, lavorate artigianalmente e non solo, che riproducono alla perfezione l’aspetto di un bambino in carne ed ossa. Tanto vere, da dover essere accudite come se fossero reali. Una moda a dir poco inquietante ma molto di tendenza che non si lascia vincere neanche dalla spesa economica: per possedere una reborn possono occorrere dai 100 ai 500 euro nel caso in cui siano prodotte industrialmente, se invece si punta all’originalità e per certi versi all’arte, possono volerci fino anche a 20 mila euro per una ‘hand made’.


In Italia la moda della reborn doll è arrivata nel corso degli ultimi anni e ad oggi è propagandata da Giulia, una giovane influencer che mostra sul suo canale youtube ‘Reborn Baby Giulia’ e tiktok le bambole reborn da lei stessa realizzate. Ma la moda delle reborn si deve ricondurre ai primi anni Novanta negli Stati Uniti quando – come direbbe Karen McAllister che di reborn ne ha creato ben tredici – la produzione delle doll rappresentata uno strumento attraverso cui fare arte. Da allora l’obiettivo artistico ha lasciato spazio a diverse accezioni. Tutto il mondo è colonizzato da ragazzine, giovani donne che accudiscono reborn. Questo grazie anche alla facilità con cui si reperiscono sul web. Nella versione originale le reborn non emettono suoni e non si muovono. Le attuali invece, sono esemplari sofisticati dotati di sistemi elettronici per simulare il battito cardiaco o il respiro del bebè. Dei veri bambolotti dapprima “normali”, poi trasformati per mezzo di un determinato processo di fabbricazione, in bambole iperrealistiche curate in ogni singolo dettaglio: occhi, capelli, ciglia, venature, rossori.


Per chi ama giocare con le bambole, c’è solo l’imbarazzo della scelta. La moda era inizialmente destinata a rivolgersi ad un pubblico di collezionisti. A causa dell’estremo realismo del prodotto però, sempre più donne e giovani ragazze, hanno iniziato a considerare queste bambole dei veri e propri bambini da accudire. Si tratta in genere di donne con alle spalle un evento traumatico. Soprattutto giovani che hanno subito aborti, oppure che non sono riuscite a soddisfare il loro desiderio di maternità. Donne che molto spesso sviluppano un atteggiamento morboso nei confronti di queste bambole, convincendo loro stesse e le persone vicine a prendersene cura come se fossero dei bambini veri.

Si è concretizzata quindi, dietro le carine reborn, l’illusione, confessata o meno, di credere che esista la possibilità di diventare una ‘mamma adottiva’. Spopolano infatti sui social network veri e propri gruppi di “mamme reborn” che si confrontano su prezzi, sugli acquisti di pannolini e vestiti, sui medici e sulle strategie educative. Milioni di aspiranti madri trattano le bambole come bebè veri, cercando di assumere tate, portandole dal medico o chiedendo consigli su come crescerle al meglio. Osservando i tanti video diffusi in rete che ritraggono queste giovani mamme impegnate nel cambio del pannolino – alcune utilizzano la crema al cioccolato per simulare meglio – nelle passeggiate in carrozzina, il momento della pappa e della nanna, sorge spontaneo comprendere quale fenomeno psicosociale ci sia dietro questo atteggiamento, questa simulazione ad essere mamme. Anche perché, l’aspetto più eclatante è come queste donne arrivino ad una tale dissociazione dalla realtà da non riuscire più a comprendere che si tratta di semplici oggetti. Un attaccamento al punto da spingere le “mamme adottive” ad avere la necessità di assumere delle babysitter per prendersi cura dei propri ‘bambini di plastica’ in loro assenza.

Nell’ottica di un’applicazione e di un utilizzo consono alla realtà, queste ‘bambole rinate’ sono degli ottimi strumenti terapeutici, ad esempio, nei corsi di preparazione al parto, negli asili per fare abituare i bambini o per le madri in attesa di un fratellino per accogliere il nuovo arrivato. In ambito psichiatrico si sta facendo avanti l’idea che l’utilizzo di tali bambole possa assumere dei fini terapeutici. Alcuni studi dimostrano come l’utilizzo di bambole reborn sia utile a migliorare il benessere delle persone affette da ritardi cognitivi, da malattie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer oppure, ancora, sia di sostegno e supporto a familiari che hanno perso prematuramente un figlio, permettendogli di migliorare l’umore. In alcuni casi, infatti, si parla di Doll therapy, ovvero una terapia psicologica volta a stimolare le emozioni. In un articolo dal titolo “Il fenomeno delle Reborn Dolls, madri rinate” pubblicato sul giornale delle scienze psicologiche, State of Mind, sono spiegate le ragioni scientifiche dell’utilizzo in pazienti con problematiche psichiche. Una coppia, ma soprattutto una futura madre – si riporta nell’articolo – che ha vissuto un lutto in gravidanza si trova a dovere affrontare gravi problematiche psichiche sperimentando uno stato di shock con emozioni intense e pervasive che limitano la comprensione dell’accaduto. A questa fase segue una di negazione dell’evento che è spesso determinante per il superamento e il ritorno a una conduzione normale della vita. Queste donne, spesso, si trovano ad affrontare emozioni intense quali rabbia, paura, senso di colpa ed anche invidia nei confronti delle gravidanze e dei bambini delle altre gestanti manifestando quella che è nota come ‘sindrome delle braccia vuote’.

L’introduzione nella pratica clinica della reborn dolls a queste donne le porta a colmare parzialmente l’assenza, affezionandosi ad un oggetto secondo un sentimento che di per sé non è sintomo di disturbo mentale ma un mezzo attraverso cui prendere contatto con la realtà e affrontare il lutto riappropriandosi del proprio desiderio di maternità, incisivo ai fini della fertilità di coppia. Di fatto, i dati raccolti su pazienti trattate con la doll therapy fanno emergere una drastica diminuzione dei livelli di ansia, aggressività, depressione, insonnia e al contempo registrano un miglioramento della vivacità e propensione al benessere.

Articolo pubblicato su Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dei ventenni