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L’importanza dello smart working in tempo di pandemia

Il Coronavirus ha devastato le nostre abitudini, alterato la nostra routine e violentato la nostra serenità. È entrato in tackle scivolato nelle nostre vite senza preavviso, portando con sé incertezza, dubbi e molteplici angosce.

Una pandemia che, oltre a minacciare la nostra salute, ha minato parte della nostra socializzazione; il nostro modo d’interagire, di approcciare, di vivere la quotidianità. E non solo: la preoccupazione serpeggia ormai incontrastata, tra mascherine poco efficienti e conseguenze pandemiche ramificate in tanti – troppi – settori funzionali al benessere di ognuno di noi.

Ma se c’è un settore che n’è uscito terribilmente devastato, quello è il lavoro; il mezzo necessario affinchè si possa condurre una vita onesta, per bene. Il lavoro, oltre a garantirci necessità e beni essenziali, permette di ritagliarci un posto in società, di formarci e di lasciare un’impronta ben delineata di noi stessi e di ciò che saremo. Senza di esso navigheremo alla costante ricerca di una collocazione nel mondo, di uno spazio dove esprimere potenzialità e talenti inespressi.

Eppure ha subìto conseguenze drastiche dall’avvento della pandemia; esercizi costretti a chiudere, casse integrazioni in costante ritardo, lavoratori sull’orlo del baratro con conseguente depressione in crescita. Ed ancora licenziamenti, tagli del personale, economia a rilento. Una situazione dalle proporzioni drammatiche evidenti, che i poteri forti hanno ampiamente sottovalutato.

L’unico barlume di speranza per aziende e dipendenti è stato lo smart working, reso possibile da una tecnologia sempre più all’avanguardia. Una tecnologia capace di fornire non solo strumenti d’intrattenimento, ma anche l’opportunità di continuare a svolgere le proprie mansioni lavorative senza doversi necessariamente fermare. Ed il tutto comodamente da casa, senza rischi di contagio, senza nessun pericolo dietro l’angolo.

A livello psicologico questo ha giocato un ruolo chiave all’interno della società, dove sempre più persone sono ricorse – per volere delle loro aziende – allo smart working.

Infatti, secondo i dati dell’Istituto Nazionale di Statistica, il lavoro da casa nel 2020 è aumentato del 14,8% rispetto al 2019, fermo al 4,6%. In particolare, nei primi mesi di pandemia, le imprese che adottarono lo smart working furono il 21,3%. Ed il fenomeno continuò anche in estate, periodo di apparente tregua; durante il semestre che va da Giugno a Novembre, infatti, le aziende che ricorsero allo smart working furono l’11,3%. Un dato inferiore ma in linea con una situazione pandemica più controllabile e con restrizioni meno pungenti. 

Dati rassicuranti che ci invogliano a non mollare, a non abbatterci. Inoltre lo smart working lo ritroviamo nel settore dei creator (YouTube, Twitch ecc…), nel mondo del giornalismo, dell’informatica, nella didattica scolastica a distanza, in tutti quei settori congeniali a questo tipo di modalità. Segno di un fenomeno in continua crescita che ci fa intuire ed assumere sempre più consapevolezza di come il lavoro stia effettivamente cambiando, progredendo. Si sta trasformando e mutando, abbracciando sempre di più la tecnologia in tutte le sue sfaccettature.

Questa modalità ha permesso non solo di scongiurare un blocco multilaterale ed universale del mondo del lavoro, ma anche di evitare che diverse famiglie si ritrovassero nella situazione di non avere nessuna entrata economica.

Lo smart working, per chi ha avuto l’opportunità di sfruttarlo, ha stemperato ed attenuato tante paure, diverse fragilità. Ha ridato speranza, coraggio, ha mostrato la famosa luce in fondo al tunnel a migliaia di donne e uomini che temevano di non poter lavorare; il terrore di non riuscire a mantenere la propria famiglia, di garantire il minimo indispensabile. Ha reso dignità a tutti quei padri e quelle madri che hanno temuto di non poter adempiere ai loro doveri da genitori! E, credetemi, non è poco. 


Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud – l’Altravoce dei ventenni