Di Davide Nappi 

Numero-Zero-Eco-Umberto-300x336“Il pendolo di Foucault 3.0”.
E’ la prima definizione a cui giungerebbe un qualsiasi “echiano” dopo aver letto la descrizione in copertina.
Ma anche uno di quelli che dei suoi titoli conosce solo i celeberrimi.
Finalmente si è concluso, questo 9 Gennaio, il tempo d’Avvento in cui versava il mondo letterario italiano per l’ uscita del nuovo romanzo di Umberto Eco, Numero Zero.
Un’ avventura grottesca, quantomeno insolita, ma anche sottilmente parodica, di un giornale neonato che sarebbe meglio definire come neonascente, il Domani. Si perché, come suggerisce il titolo, la redazione del giornale si impegnerà non ad impaginare notizie accadute, bensì a postulare, alla meglio, previsioni ed ipotesi oroscopeggianti su cosa potrà accadere il giorno seguente.
Uno strumento molto potente, insomma, che potrà indirizzare pensieri e comportamenti di molte persone. Nulla di bizzarro, dunque, nello scoprire che i redattori lavoreranno faticosamente per ciò che non sarà altro se non, appunto, un “numero zero”, ovvero (in gergo giornalistico) la simulazione dell’edizione di un giornale prima che vada in edicola e che mai verrà effettivamente pubblicato, da sempre inteso come fine strumento di ricatto. Infatti, a conoscere la realtà dei fatti sono solo il ricco editore, evidentemente incuriosito da esperimenti sociologici singolari incubati artificialmente – cliché – e dal potere che emana il suo giornale (come qualsiasi contratto di ricatto), e Colonna, caporedattore nonché protagonista del romanzo. Un po’ insolito che non sia, questa volta, un pensatore d’acume – vedi Guglielmo da Baskerville – ma uno scribacchino fallito che riceve, dopo aver vissuto mezzo secolo nel grigiume dell’insoddisfazione, la proposta che potrebbe cambiargli la vita.
Ricamate nella cornice d’attesa ( di cambiamento in positivo ) della Milano del 1992, Eco profuma le sue pagine del solito noir con complotti, logge segrete, storie mai raccontate e dietrologie riguardanti gli ultimi anni della storia italiana.
E’ attraverso la bocca di un altro redattore, Braggadocio, che del complotto ha fatto la propria ragione di vita, che Eco propone un “e se” che sa molto di Dan Brown, e quindi molto di sé, dato che Dan Brown è più che probabile creatura del Pendolo di Foucault : e se Mussolini non fosse morto successivamente a quei colpi d’arma da fuoco in quel 28 Aprile di 70 anni fa?
Il paranoico redattore complottista, quindi, ripercorre i fatti pubblici più misteriosi dalla fine della seconda guerra mondiale fino al ’92, quelli più meschini e strani, non prendendoli isolatamente, ma creando un filo per lui cristallinamente coerente di co-implicazione reciproca, facendolo risalire proprio alla non-morte di Mussolini.
Insomma, c’è un po’ di tutto: giornalismo caricaturato , parodistico (ma non troppo), con annesse spiegazioni e denunce dei più comuni artifici editoriali per infangare, smentire chi smente e oliare periodicamente quella macchina del fango che permette di essere, come in molti casi , istituti, più che di divulgazione delle notizie, di disinformazione funzionale; rivisitazioni fini e intriganti di fatti pubblici e politici, una storia d’amore sbiadita tra due personaggi più che pallidi e alla fine, per non sentire la mancanza della solita passata di tinta giallastra, ci scappa pure il morto.
“Hai raccontato questo Paese scegliendo la brevità”, l’ha elogiato Scalfari.
“Un fatto dietro l’altro, senza perdermi in deviazioni filosofiche. È un romanzo twitter”, ha risposto il Prof.

“Il pendolo di Foucault 3.0”, concluderemo noi.

 

 

 

A proposito dell'autore

Davide Nappi

Calabrese, 21 anni. Sempre occupato in estenuanti ricerche per scoprire se l’infatuazione che prova verso la carta stampata sia stata già catalogata come vera e propria patologia sotto qualche voce terminante in “-ite acuta”, cresce nell’era “ Tutti pazzi per la Rowling” e scansa per poco quella “ Amo Edward Cullen”. Melanconico irrecuperabile, frequenta “il circolo dell’allegria” che vede militanti Leopardi, Schopenhauer e Zygmunt Bauman prima di Saramago e Calvino, ma non contento s’innamora della celeberrima soavità della lingua russa : Tolstoj, Turgenev e, soprattutto, Dostoevkij, a cui concede un 10 nella sua scala da 1 a 5. “All’ombra delle fanciulle in fiore” conosce Proust , ed abbattuto da una perfezione stilistica che mai raggiugerà sfoga la sua frustrazione sul pianoforte, a volte a testate a volte a suon d’ Yiruma. Ama il Mc Donalds e la pallavolo, odia la virgola tra soggetto e predicato e la falsità. Ora vive a Roma.

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