L’Italia – a giudicare dai politici che la rappresentano – è da considerarsi un utopico regno gattopardesco dell’autoconservazione.
Capita così che l’autoproclamatosi Governo del Cambiamento si sia affidato nei ministeri per oltre il 50% ad attori che hanno già avuto esperienze nel Governo passato presso un altro ministero, o presso lo stesso ministero ma in un Governo precedente a quello Gentiloni. Ciò significa in soldoni che più della metà del personale di primo livello scelto nei ministeri del Governo del Cambiamento non ha nulla a che fare con il cambiamento.

Se vale invece l’assunto che sono le idee e non le persone l’essenza dell’innovazione, allora vale la pena menzionare il tavolo infinito di confronto che ha spinto Foodora a scappare dall’Italia, la stretta su Uber e NCC in favore dei taxi e la norma anti-Netflix che costringerà i film della piattaforma americana a passare dai cinema prima di poter essere distribuiti in streaming.

Appare dunque d’obbligo porsi un interrogativo: ha senso parlare di innovazione e politica come di due rette destinate a incrociarsi oppure quest’ultima si è ridotta ormai ad una sistematica attività di tutela di interessi – ergo, mantenimento dello status quo – degli elettorati dei vari partiti in gioco?

Lo chiediamo a Vittorio Dini, fondatore di Yezers, la “startup politica che si propone di cambiare il mondo generando idee frutto dell’esperienza delle nuove generazioni.

Ciao Vittorio, parlaci un po’ di Yezers, cosa fate? Com’è nata l’idea?

Yezers è un’organizzazione che nasce nel 2017 a Milano per mano di un gruppo di ragazzi provenienti da tutta Italia che si chiede cosa si possa fare per provare a posizionare al centro del dibattito politico le esigenze dei giovani. Dalla disoccupazione giovanile alla fuga dei cervelli fino all’emancipazione dei ragazzi, eravamo in pieno periodo di campagna elettorale e ci accorgevamo che nessuna forza politica coglieva la portata di queste problematiche per noi così rilevanti.

Ci siamo così chiesti quale strumento avremmo potuto adoperare per rispondere ad una sfida così ardua come quella di portare i giovani vicino alla politica per permettere alle loro istanze e bisogni di entrare di diritto nell’agenda della politica. Abbiamo trovato la risposta a questa domanda nella startup, da intendersi come cultura dell’organizzazione, che parte da un gruppo di amici, una cameretta e qualche computer per sognare di cambiare il mondo.

Quali sono i progetti che avete in cantiere?

Come ogni startup che si rispetti, abbiamo delle “linee di business” (no profit in questo caso ovviamente ndr.) sulle quali stiamo lavorando. Il nostro “prodotto ammiraglia” è senza dubbio rappresentato dai team di ricerca, che sono lo strumento principale con cui cerchiamo di avvicinare i ragazzi alla politica. Molto semplicemente, sottoponiamo loro un problema pratico e chiediamo di risolverlo in modo nuovo e alternativo, con la prospettiva a lavoro ultimato di presentarlo al legislatore.

I nostri team di ricerca sono al momento una dozzina ed operano su tre macro-temi: Educazione (da intendersi alla anglosassone come “scuola, università e ricerca” ndr.), Lavoro e Ambiente&Energia.

In cosa vi differenziate rispetto ai tanti – e sempre più di moda – Think Tank di cui si legge sui giornali?

Da punto di vista dell’attività analitica svolta, possiamo sicuramente essere assimilabili ad un Think Tank, ma a differenza loro noi vogliamo al termine del percorso essere coinvolti nel processo di implementazione.

Anche la nostra indipendenza e terzietà rispetto alle forze politiche è un tratto distintivo rispetto a loro, che molto spesso sono in modo anche collaterale legati a realtà partitiche già presenti nello scacchiere politico.

Con quali modalità avviene la vostra attività, solo online o sono previsti anche momenti di aggregazione dal vivo?

Facciamo molti eventi sul territorio. Per via di alcune contingenze e scelte di vita di noi founders siamo al momento molto concentrati su Milano, ma stiamo cercando di organizzare numerosi eventi in altre città per espandere il più possibile la rete. Abbiamo recentemente organizzato eventi a Torino, Roma, Firenze e stiamo già ragionando sull’averne un prossimo a Napoli.

I prossimi eventi a livello cronologico sono il P-Day, il prossimo 17 marzo a Piacenza, l’hackathon politico di Yezers, ovvero un’intera giornata in cui creeremo proposte concrete per il nostro futuro e in cui ad ogni partecipante verrà chiesto di scegliere una delle tre sfide cardine di Yezers (#Istruzione e Cultura, #Lavoro, #Ambiente e Sostenibilità ndr.) oppure di proporre una sfida libera e lavorare in squadra per identificare e trovare soluzioni a quelli che sono i veri problemi dei giovani in Italia e infine l’evento del 22/03 a Milano sul tema del lavoro, con ospiti a rappresentanza dell’universo sindacale e lavorativo.

Ogni startup nasce sempre da un luogo angusto ed un sogno spropositato, qual è la grande ambizione di Yezers?

Il nostro sogno è quello di costruire una nuova Italia all’insegna di un patto intergenerazionale. Noi non siamo contro le altre generazioni, bensì ci teniamo a sottolineare quanto ci si trovi tutti sulla stessa barca e quanto sia necessaria la nostra voce nell’ambito di un fisiologico ricambio generazionale e sociale.

Il nostro obiettivo di lungo periodo è quindi quello di contribuire a plasmare l’Italia mediante un sistematico e proficuo confronto con tutte le forze sociali che vorranno parlare con noi. Siamo costantemente aperti al dialogo e la nostra stessa vision non è un dogma, ma un costante work-in-progress.

In poche parole, vogliamo solo costruire un paese migliore, che sia semplicemente “a misura di ragazzo”, e lo faremo con tutti gli strumenti che abbiamo e avremo a disposizione.

Hai fondato Yezers perché sembra che nella politica vi sia una lacuna in termini di funzionamento dovuta forse ad una metodologia inefficiente. Cosa guadagnerebbe la politica a ragionare come una startup?

Guadagnerebbe innanzitutto in termini di praticità e rapidità d’esecuzione, perché spesso i politici sembrano più impegnati a spegnere fuochi e mantenere buoni gli animi di elettori e potenziali tali piuttosto che assumersi la responsabilità di una scelta saggia per il futuro della collettività.

La cosa che però più di tutte manca oggi nella politica – e rimarca la distanza principale con la modalità di funzionamento tipica di una startup – è sicuramente data dal fatto che manca di un’idea precisa del dove vuole andare. Se non ti è chiaro che tipo di paese intendi costruire, navigherai costantemente in preda ai venti che nel singolo momento spirano dominanti.

Noi rappresentiamo una visione, non LA visione e siamo sempre alla ricerca di nuove idee da parte di chiunque desideri condividerle, tramite, ad esempio, la nostra “Call for ideas”, che è presente proprio in questo momento sul nostro sito web (https://yezers.it/call-for-ideas/, ndr).

Tutto questo genera però al tempo stesso una determinata idea d’Italia, che vogliamo sia ascoltata e presa in considerazione dal legislatore sempre in un framework di negoziazione e concertazione con le altre forze sociali in gioco.

Cambiando l’ordine dei fattori, ti vorrei chiedere infine cosa ne pensi delle misure messe in campo dalla politica di oggi nei riguardi dell’innovazione, come ad esempio il Fondo Nazionale per l’Innovazione (un miliardo di euro “a parole” ndr.) annunciato dal Ministro Di Maio per supportare lo sviluppo e la crescita delle startup.

Startup è un termine spesso fuorviante, che non si identifica necessariamente con il concetto di innovazione. Lo stesso considerare la startup come unico attore economico in grado di portare cambiamento e rinvigorimento, rendendola oggetto privilegiato di finanziamento è sicuramente un grave errore.

Oggi servono strumenti che aiutino le imprese giovanili sfalciando l’enorme mole burocratica ed i costi annessi che chi prova ad avviare un’attività si trova a dover fronteggiare, esattamente come hanno fatto in Inghilterra.

Nella Silicon Valley poi non è mai dovuta intervenire l’amministrazione pubblica per finanziare direttamente le start-up: ci pensa il mercato, tramite i numerosi fondi di Venture Capital (o assimilabili) a credere nella tua idea o a bocciarla fatalmente.

L’Italia non è mai stato un paese particolarmente ricco di risorse naturali. Quello che abbiamo sono idee, che ci permettono di trasformare le risorse che acquistiamo da altre parti. È sempre stata quella la nostra abilità primaria. Oggi sembriamo aver perso la bussola, ma non lo spirito.

Il lupo perde il pelo ma non il vizio, dice il proverbio. Oggi il pelo gli italiani sembra non lo sentano più addosso e ciò che deve fare lo Stato italiano non è comperare loro una pelliccia, ma mettere a disposizione un ambiente più caldo dove crescere e prosperare.

A proposito dell'autore

Fabio Bartolo

Dotato di una spiccata capacità di comprendere l’ovvio, mi si può trovare lungo il curioso asse Cosenza-Roma-NY. Leggo (molto), scrivo (non quanto vorrei) e critico (quello sempre!).

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