Sono i primi giorni di agosto, amichevole tra Fiorentina, vecchia squadra, nuovo allenatore, e Barcellona, reduce da un’ennesima stagione di vittorie. Un’ incornata nell’angolino basso su cross di Borja Valero. Poi un piattone rasoterra. Così si presenta Federico Bernardeschi davanti al suo pubblico. Due gol di nessun valore. Eppure i tifosi viola intravedono un giocatore diverso, alcuni sussurrano “fuoriclasse”. Parola pronunciata con molta superstizione a Firenze. L’hanno dovuto aspettare un anno, complice un infortunio alla caviglia. L’attesa ne è, forse, valsa la pena.

Porta la maglia numero 10 e un problema fisico. Il paragone è chiaro. A maggior ragione la scaramanzia diventa lecita. Il ricordo del Divin Codino aleggia fin da subito. Lui sembra accettarlo, anzi, forse sfidarlo, con la tipica sfrontatezza della gioventù.

Bernardeschi compie tutta la trafila delle giovanili, per poi approdare un anno a Crotone. Uno dei suoi compagni è Danilo Cataldi, altra promessa del calcio nostrano. Trentanove presenze e dodici gol bastano per convincere la dirigenza e la piazza (non necessariamente in quest’ordine). Gli piace partire largo, per poi accentrarsi e concludere a giro sul palo più lontano. Sa muoversi negli spazi tra difesa e mediana. La tecnica c’è, la testa forse meno. I suo volto e le sue pettinature stravaganti compaiono sulle prime pagine del gossip. Però interessa di più la prima stagione con il giglio cucito addosso.

Esordio, infortunio e stagione finita. Riprendiamo dall’amichevole con il Barcellona. Le settimane precedenti si era mormorato di un altro spettro: la Juventus. Nelle menti dei tifosi ritorna il precedente. Sempre lui, Roberto Baggio. Invece no: Bernardeschi firma il rinnovo. Vuole la maglia viola, quella che si è guadagnato dopo averla indossata nell’infanzia e nell’adolescenza. Il popolo fiorentino tira un sospiro di sollievo, può finalmente godersi il suo beniamino.

Bernardeschi e Sousa

Bernardeschi e Sousa

La seconda stagione, che sta per concludersi, porta buone notizie per il prodigio di Carrara (archiviamo Buffon: è ormai nella leggenda). Trentotto presenze, cinque gol e quattro assist. Due presenze con la Nazionale, che, forse, ha trovato finalmente l’ala che mancava dai tempi di Camoranesi.

Bernardeschi non ha la classe o l’esplosività di Baggio. Ha, però, qualcosa in più: il fardello di essere una delle poche speranze del futuro della Nazionale. Si potrebbe dire che lui è il “capitano” ideale della squadra degli anni ‘90: lui, Cataldi, Donnarumma, Rugani, Romagnoli, Florenzi, Insigne, Perin, Belotti e via discorrendo. Compito gravoso seppur inevitabile. Una nuova generazione di ventenni affamati, che ha tutti i presupposti per cancellare la delusione della leva degli anni ’80. Forse non oggi, forse non domani. Ma chi vi scrive vi consiglia preparate sciarpe e trombe, la musica sta cambiando.

A proposito dell'autore

Paolo Claudio Ratti

Nato a Torino, cresciuto ammirando personaggi sportivi e le loro imprese: il pirata Pantani a Courchevel, il “fallo” di Iuliano su Ronaldo o il sorpasso sul “cavatappi” del Dottor Rossi, solo per citarne alcuni. E’ un buongustaio, nonostante non sappia cucinare; ama i film impegnati, eppure non disdegna i peggiori B-Movies statunitensi; si considera un poliglotta: parla, infatti, correttamente, Italiano e Piemontese; i paradossi, come si sarà capito, sono il suo forte. Il suo motto: “Be careful of the cat. Don’t say you have the cat in the sack when you don’t have the cat in the sack”

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