“Prima gli italiani”. Quante volte avete ascoltato o letto queste parole? Probabilmente, se siete nati anche voi sotto il segno della bandiera tricolore e vi è capitato di accendere il televisore o sfogliare un giornale, la risposta è tante, troppe volte. 

Ebbene, la sottoscritta non nasconde di provare un fremito dietro la schiena ogni volta che ciò accade: è uno stile retorico che proprio non mi appartiene. Tuttavia, sono anche perfettamente consapevole dell’esistenza di persone che si sentono rassicurate nel pensare che ci sia qualcuno disposto a prendersi cura di loro, che non li faccia sentire dimenticati, o peggio, abbandonati. 

Posso comprendere anche che, per alcuni, quel monito possa essere addirittura motivo di orgoglio: “prima gli italiani”, eterne vittime di una guerra immaginaria con nemici altrettanto immaginari. Eppure, devo ammetterlo, fino a qualche giorno fa non mi ero mai soffermata ad analizzare l’ampiezza di tale espressione: non siamo mica pochi, in fondo, noi italiani. Più di sessanta milioni di persone, ognuna con la propria biografia e con la sua storia da raccontare. E allora ho pensato che non sarebbe tanto male immaginare sessanta milioni di persone solidali l’una con l’altra, tutti pervasi da un forte spirito di sacrificio patriottico.

Sarebbe bello, ma così non è. Diciamocelo chiaramente, il più delle volte noi italiani riscopriamo la nostra unità nazionale per via di un mondiale di calcio, di un’olimpiade o, a quanto pare, di una catastrofe di proporzioni mondiali. Per il resto, nove volte su dieci, non sappiamo gioire e dimostrarci compagni di squadra leali di una nostra concittadina. 

La dimostrazione di ciò? Pensate a quanto accaduto, nei giorni scorsi, in merito alla questione “Silvia Romano” e domandate a voi stessi se possa considerasi ancora valido il motto “prima gli italiani”. 

Perché Silvia, è bene ricordarlo, non è l’immigrata clandestina che vi ruba il lavoro e che “andrebbe aiutata a casa sua”: casa sua, questa volta, è anche casa nostra. 

Nata e cresciuta a Milano, 23 anni, Silvia potrebbe essere la sorella, la fidanzata o l’amica di infanzia di ognuno di noi, partita con il sogno consapevolmente arduo di aiutare i più deboli. Eppure, si è arrivati a discutere della possibilità di mettere la giovane sotto scorta, mentre è già stata aperta un’inchiesta dalla procura di Milano per le migliaia di commenti e insulti che l’hanno riguardata sui social. Per alcuni il problema sono i soldi del presunto riscatto, per altri la conversione all’Islam – in un paese, in cui, per chi lo avesse dimenticato, la libertà religiosa è tutelata dalla legge fondamentale dello Stato – e per altri ancora perfino il suo essere apparsa “troppo serena”.  In men che non si dica ci si riscopre dunque registi ed attori delle peggiori fantasie distopiche che, inutile negarlo, per alcuni non perdono mai il loro fascino. 

 La verità è che Silvia è semplicemente diversa da come l’avevano idealizzata, perché ad essere liberi fino in fondo si corre anche questo rischio. Troppo lontana da quella concezione di normalità a cui non di rado ci appelliamo come scudo, mentre mi ritrovo a pensare sempre più spesso che forse la normalità non sia altro che la capacità di ognuno di noi di adattarsi ai cambiamenti. La capacità di adattamento di Silvia, in diciotto mesi di prigionia, deve essere stata messa a dura prova e a chi spetta l’onere di giudicarla se non a lei stessa? 

Malgrado ciò, sembrano tutti pronti ad aspettare il passo falso. Ne basta uno, e non ci sono neanche più gli italiani.  C’è solo l’ego smisurato di ciascuno, sempre pronto a giudicare e mai ad essere giudicato. C’è solo un’Italia individualista e materialista che ha vergogna quando si guarda allo specchio perché non si riconosce nella sua lunga tradizione di società liberale. C’è un’Italia di cui, ancora una volta, deve aver paura proprio una sua cittadina, quando solo qualche mese fa, di fronte a una reazione di odio analoga rivolta alla senatrice Liliana Segre, ci eravamo ripromessi “mai più” uno scenario tanto indegno. 

Prendo atto, tristemente, di un’Italia malata, ma non del virus che da qualche mese a questa parte ha cambiato le nostre vite; il malessere italiano è molto più difficile da debellare perché radicato da anni nelle manifestazioni d’odio più disparate, negli slogan razzisti e populisti di chi si nasconde dietro un “Prima questo o quell’altro” e alla fine al primo posto non mette mai la vita, la dignità, i diritti umani. Possibile, mi chiedo, che tutto debba ridursi davvero al nostro piccolissimo io? Che non si riesca a sposare una causa più grande del proprio tornaconto personale, che non si possa ragionare per una volta in termini di comunità piuttosto che di individualità

Mi rifiuto di pensare che la risposta possa essere affermativa. Provo a convincermi, al contrario, di quanto sia indispensabile, ora più che mai, un’educazione ai valori democratici e laici della nostra penisola, bellissima e sciagurata, come la definiva autorevolmente Norberto Bobbio. Perché se è vero che i valori si scelgono e si difendono, io, fin da bambina, nel mio piccolo giardino, ho deciso di innaffiare il seme della libertà e di quello, ancora oggi, faccio l’unica via maestra. 

Maria Letizia Gagliardi

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