Sono seduto in macchina, in silenzio. Osservo la mia città dal cruscotto e penso alla lunga giornata che ho avuto. Sono stanco. I miei occhi sono rossi e gonfi. Mi fa male la testa. Sono quasi le 8 di sera e, mentre me ne sto seduto, penso ai piani per la serata, alla cena e al viso delle persone che amo. Sorrido. In lontananza vedo dei poliziotti che si avvicinano. Non ho fatto niente, ma mi innervosisco un po’ perché capisco subito che si stanno dirigendo verso di me. Le mie mani cominciano a sudare. Sono due uomini corpulenti, bianchi e stanno decisamente venendo perso di me, l’uomo nero seduto nell’auto. Cerco di mantenere il controllo, ripensando a quello che stavo facendo fino a un minuto fa e guardandomi intorno per capire se in auto ci sia qualcosa che possono usare contro di me.

Man mano che si avvicinano al sudore delle mani si associa il fiato corto. Ho paura. Si avvicinano al finestrino e mi intimano di scendere dall’auto. Sono agitato, ho le mani sudate, il fiato corto e il mal di testa. Cerco di capire per quale motivo mi stiano intimando di scendere dal mio veicolo e faccio loro qualche domanda, sforzandomi di mantenere un tono calmo.

Non funziona. Si innervosiscono e mi strattonano per farmi uscire dall’auto.

Io balbetto. Cerco di dire che non ho fatto niente, che ci deve essere un errore, ma non mi danno retta. Ignorano le mie parole, mentre replicano ancora una volta gesti a loro così familiari, ma che per quelli come me significano solo terrore e impotenza.

Vengo strattonato violentemente e bloccato a terra a pancia in giù.

Sento sulla mia faccia il freddo dell’asfalto, la puzza dei gas di scarico e il corpo del poliziotto che incombe sul mio. Mi tiene bloccato con un ginocchio che fa pressione sul mio collo mentre con le sue mani tenta di ammanettare le mie.

Ho paura, ma non mi muovo. Chiudo gli occhi e spero che faccia in fretta. Sul mio viso granelli di asfalto e impotenza. Ho paura e comincio a rendermi conto che il ginocchio del poliziotto, così come è posizionato, mi spezza il respiro.

Non so cosa fare e ho sempre più paura. Il mio cervello non ragiona più lucidamente.

Sono schiacciato a terra, non riesco a respirare e inizio a piangere.

Poche parole riescono ad uscire dalla mio bocca tra i singhiozzi: “Non riesco a respirare. Per favore, vi imploro. Non riesco a respirare”, ma il poliziotto è sordo alle mie preghiere.

“Non riesco a respirare. Per favore, vi imploro. Non riesco a respirare”.

Il cuore sta per uscirmi dal petto e il mal di testa si è tramutato in una spirale vorticosa di immagini dolorose e suoni indistinti. La vista mi si annebbia. Annaspo nel tentativo di trattenere nei polmoni ancora un po’ d’aria, ma non ci riesco. Le mie lacrime bagnano l’asfalto.

“Non riesco a respirare. Per favore, vi imploro. Non riesco a respirare”.

D’improvviso tutto diventa nero. I poliziotti, l’auto, l’asfalto scompaiono intorno a me.

La mia vita sta per terminare tra le lacrime, schiacciato sull’asfalto.

Ci sono delle voci concitate intorno a me. I poliziotti parlano tra loro e con altri accorsi a filmare quello che mi stava accadendo. È arrivata l’ambulanza, ma è troppo tardi. Sono già in ipossia ed esalerò il mio ultimo disperato respiro qualche minuto dopo l’arrivo dei soccorritori.

Mi sono aggrappato alla vita con tutto quello che avevo, ma non è stato abbastanza.

Il mio destino era già segnato dal giorno della mia nascita. Avere la pelle nera è ancora un peccato imperdonabile e non solo in America. Il colore della mia pelle non è tutto ciò che sono; sotto i suoi strati ci sono muscoli, ossa, sangue e carne come quella di qualsiasi altro essere umano.

La mia vita conta. La vita di tutte le persone afroamericane, conta. La vita conta. Il video dei miei ultimi momenti ha fatto il giro del mondo. Centinaia di persone stanno protestando a Minneapolis, in Minnesota per me, George Floyd; per Eric Gardner e per tutti quelli che, come noi, sono rimasti schiacciati sull’asfalto dal pregiudizio, dalla violenza e dall’intolleranza.

La nostra vita conta e forse, anche se è finita, potrà smuovere le coscienze di chi è rimasto.

A proposito dell'autore

Rosamaria Trunzo

Assistente sociale, sognatrice incallita, idealista per nascita ed irriverente per vocazione. Ama leggere, guardare le maratone di Mentana su la7, i telefilm, il cinema, le arance amare e la politica. Dai posteri verrà ricordata per l'autoironia e la propensione alle battute a doppio senso.

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