Sono anni ormai che si sente parlare della “crisi del Liceo Classico”, oggetto anche di dibattito a Torino in occasione del “Processo al Liceo Classico” nel 2014.
Il tema si incentra sulla seguente questione: “C’è chi sostiene che il liceo classico debba essere abolito perché obsoleto, inutile o perfino dannoso e chi sostiene, invece, che sia l’unica scuola in grado di sviluppare la capacità di analisi e fornire quindi gli strumenti per affrontare con successo le complessità del presente. Chi ha ragione?”

La Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo ha organizzato un “processo al liceo classico”, che ha visto protagonisti, assieme a un Pubblico ministero e a un Avvocato difensore d’eccezione – l’economista Andrea Ichino e lo scrittore, semiologo e filosofo Umberto Eco- , anche alcuni testimoni, alcuni detrattori e  altri sostenitori, una vera e propria Corte, e tanti licei classici.
Alla fine del processo, la Corte ha emesso una vera e propria sentenza: “il liceo classico è assolto dalle accuse ma, se vuole superare la crisi delle iscrizioni, dovrà aprirsi alle innovazioni, abbandonare certe rigidità d’impostazione e affiancare allo studio dei classici altre materie, indispensabili per affrontare la società del futuro.

Perfetto, è indubbio lo scorrere del tempo, è indubbio l’avvento ormai impetuoso della tecnologia, è indiscussa e inconfutabile la necessità di un avvincente pragmatismo a discapito di una più fluttuante demagogia legata al mero studio delle dottrine classiche apparentemente poco concrete e realistiche.
Tuttavia, mi associo anche io a quell’esigenza secondo cui è necessario bilanciare l’encomiabile valore “non negoziabile” della tradizione greco-latina avverso quell’ideologia diffusa che ne condanna impietosamente l’inutilità: la famosa contrapposizione tra umanisti e scienziati.

Si parte dal solito assunto secondo cui solo la tradizione della cultura classico-umanistica “forma l’uomo in modo completo”.
Ma che significa “formare un uomo”?
Ebbene, si intende il formarsi dello spirito critico, della creatività, dell’intelligenza scientifica.

Tale sistema scolastico trova le sue fondamenta nella Legge Casati del 1859 e nella Riforma Gentile del 1923, sebbene lo stesso abbia subito numerose modifiche negli anni.
E’ rimasta però – da sempre – l’insistenza sulla centralità del Liceo Classico.
Infatti, generalmente, tutti gli altri indirizzi (primo fra tutti lo Scientifico) sono nati per “derivazione” o per “sottrazione” dal Classico: “togli il greco, togli un po’ di latino, togli un po’ di filosofia, togli un po’ di storia; aggiungi alcune discipline di indirizzo, e il gioco è fatto”. La stessa presenza del latino in tutti gli indirizzi liceali risponde a questa logica: se si tratta di licei, la centralità della formazione classica deve – anche se succintamente in alcuni casi – restare.
Infatti, la “cultura umanistica”, quella che come si è detto “forma l’uomo in generale”, deve essere sviluppata non solo nei Licei, ma anche nei Tecnici e Professionali. Italiano, Storia, Matematica, Scienze: sono queste le parti formanti il nucleo della cultura generale che bisogna coltivare.

Viviamo oramai in un’epoca dominata dall’homo oeconomicus ove la tecnologia e il mercato hanno ormai tentato di risucchiare i resti di una cultura di massa priva di ogni senso critico ed etico.
E’ divenuto inesorabile il declino delle cosiddette scienze umanistiche: infatti, studiare l’archeologia, la storia e le lingue greca e romana viene gradito sempre meno e addirittura poco valorizzato.
Vengono quindi predilette le scienze economiche perché più concrete ed “utili”.

Ne L’utilità dell’inutile, Nuccio Ordine  scrive: “Il sapere si pone di per sé come un ostacolo al delirio di onnipotenza del denaro e dell’utilitarismo. Tutto si può comprare, è vero. Dai parlamentari ai giudici, dal potere al successo: ogni cosa ha il suo prezzo. Ma non la conoscenza. […] Tra le tante incertezze, tuttavia, una cosa è certa: […] se rinunceremo alla forza generatrice dell’inutile, se ascolteremo unicamente questo mortifero canto delle sirene che ci spinge a rincorrere il guadagno, saremo solo in grado di produrre una collettività malata e smemorata che, smarrita, finirà per perdere il senso di se stessa e della vita. E allora quando la desertificazione dello spirito ci avrà ormai inariditi, sarà veramente difficile immaginare che l’insipiente homo sapiens potrà avere ancora un ruolo nel rendere più umana, l’umanità…”.

Si pensa, oggi, che studiare le materie umanistiche e quindi nello specifico il latino e il greco, sia una perdita di tempo, quel tempo che viene pertanto sottratto alla possibilità di imparare qualcosa di concreto e produttivo, che in realtà ci rende inermi e dei meri calcolatori senza sentimenti ed emozioni, poco ligi al ragionamento, poco inclini a meravigliarci e a capire il perché delle cose.
Lo studio del latino e del greco, fondamenta del Liceo Classico, è fondamentale in quanto apre le porte a queste sensazioni di “onnipotenza”.
Ecco perché perseguo anche io la battaglia a favore del salvataggio della cultura umanistica e nello specifico, di quella scuola di pensiero che rinviene nel latino e nel greco la culla della nostra civiltà.

Antonio Gramsci, nei Quaderni dal Carcere, 4 [XIII], 55, dice: “Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io. Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale. La lingua latina o greca si impara secondo grammatica, un po’ meccanicamente: ma c’è molta esagerazione nell’accusa di meccanicità e aridità. Si ha che fare con dei ragazzetti, ai quali occorre far contrarre certe abitudini di diligenza, di esattezza, di compostezza fisica, di concentrazione psichica in determinati oggetti. Uno studioso di trenta-quarant’anni sarebbe capace di stare a tavolino sedici ore filate, se da bambino non avesse «coattivamente», per «coercizione meccanica» assunto le abitudini psicofisiche conformi? Se si vogliono allevare anche degli studiosi, occorre incominciare da lì e occorre premere su tutti per avere quelle migliaia, o centinaia, o anche solo dozzine di studiosi di gran nerbo, di cui ogni civiltà ha bisogno. Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere ma che continuamente si ricompone in vita. Naturalmente io non credo che il latino e il greco abbiano delle qualità taumaturgiche intrinseche: dico che in un dato ambiente, in una data cultura, con una data tradizione, lo studio così graduato dava quei determinati effetti.”

Per rendere più realistico il senso delle mie affermazioni, supportate da quelle di illustri studiosi, ho pensato di interrogare un campione di alunni del Liceo Classico di Cosenza, il Liceo B. Telesio, dove ho avuto il piacere di studiare, crescere e imparare a vivere.

Sulla base di alcune semplici domande sono emersi dei dati di una rilevante importanza: dalla prima all’ultima classe, gli studenti del liceo classico hanno gradualmente capito cosa comporta relazionarsi a delle materie apparentemente così ostiche e antiche.
Un ragazzino di 14 anni scrive che dopo soli tre mesi di scuola si è reso conto che il liceo classico è “un allentamento ottimo per la mente”; tutti reputano le cosiddette lingue morte “alla fine molto interessanti”; materie che “stimolano la logica e il ragionamento”.

C’è chi a tredici anni ha scoperto che “senza che me ne accorgessi erano lingue che parlavo spesso” e adesso è consapevole dell’etimologia delle parole e tutto ciò lo “sta aiutando a parlare meglio”. Si decanta l’acquisizione di una terminologia più precisa e accurata, e c’è anche chi confessa di essere diventata più riflessiva ma allo stesso tempo razionale.

Ovviamente molti di loro erano spaventati dopo il primo incontro con il latino e il greco: un ragazzino simpatico scrive di aver pensato esattamente “per resistere dovrò sudare sette maglioni, altro che sette camicie”. Una ragazza un po’ più grande invece conoscendo la difficoltà a cui andava incontro si professava contenta di poter mettersi alla prova e soddisfatta dei risultati raggiunti.

C’è chi dice che “è importante riuscire a ragionare per risolvere i problemi di ogni giorno: e il latino e il greco in questo aiutano” anche perché c’è chi si è sentito “spronato a dare il meglio e a studiare con costanza”. C’è chi riconosce che questo studio aiuta a “crearti delle opinioni e a non aver paura di crederci” anche sulla base delle esperienze degli eroi antichi che hanno lottato per le loro ideologie. Infatti, c’è chi si è effettivamente avvantaggiato “della conoscenza dei miti e delle leggende che hanno una morale di vita o degli insegnamenti che possiamo applicare alla vita di tutti i giorni”.

Il dato che mi ha sorpreso è stato che nei sogni nel cassetto di tutti questi alunni sono sopite aspirazioni incredibilmente differenti – c’è chi vuole fare lo psichiatra, chi l’avvocato, chi addirittura il militare, chi vuole diventare ingegnere come la sorella – ma tutti sono della stessa convinzione, ovvero credono nel potere formativo di queste discipline come trampolino di lancio per ogni facoltà e mestiere futuro anche in considerazione delle esperienze dei loro amici o familiari.
Bene o male hanno tutti scelto autonomamente di iscriversi al liceo classico e pensiero comune, tranne alcune eccezioni, è che tornando indietro farebbero la stessa scelta “sebbene per alcune materie vengano assegnate troppe consegne”!
L’etimologia e l’eziologia sono le caratteristiche più esaltate da questi ragazzi, scoperte improvvisamente e divenute parti integranti del loro essere e del loro modo di pensare e di esprimersi.
Una ragazza di terzo liceo dice “tornerei indietro perché sento che mi sta facendo crescere” ma il testamento più entusiasmante è quello di un maschio che a metà del percorso scolastico afferma “ho avuto la paura perenne di essere rimandato, ma alla fine ce l’ho fatta. Penso che sia giusto studiare tali materie perché utili per la nostra formazione – e sottolinea – detto da uno che non sa tradurre”.

Ecco cosa espungo da tutta questa dissertazione: non conta il risultato, ma il procedimento.
Non conta imparare a tradurre ma ciò che conta è saper imparare a relazionarsi con il problema e cercare il modo di risolverlo.
Impegnarsi, cimentarsi, provarci.
Anche Massimo Gramellini sostiene che “Latino e greco sono codici a chiave, che si aprono soltanto con il ragionamento e un’organizzazione strutturata del pensiero. Insegnano a chiedersi il perché delle cose. Chi impara a districarsi fra Tacito e Platone assimila una tecnica che potrà applicare a qualunque ramo del sapere e della vita.

Alla luce di queste considerazioni bisogna analizzare un semplice ma spaventoso dato.
La crisi del Liceo Classico non è assolutamente attribuibile agli studenti, che con le ovvie e fisiologiche eccezioni, sono quasi tutti curiosi e pronti a gettarsi nel profondo pozzo del sapere.

La crisi è dovuta ai grandi: “ecco che cosa mi preoccupa: l’attuale deficit di motivazione nostra, di noi adulti, insegnanti, scrittori, intellettuali, politici, governanti, famiglie. Perché crediamo così poco nel greco e nel latino? Forse perché l’Europa, e l’America, fanno un altro tipo di scuola (che peraltro sta fallendo)? E se fossero invece proprio il latino e il greco a fare la nostra differenza, e la nostra eccellenza? Perché dovremmo rinunciarci, equiparandoci pedissequamente, e conformisticamente, agli altri? Non potremmo essere più orgogliosi e consapevoli, e auspicare che siano gli altri a imitare noi?

Paola Mastracola, le cui parole faccio mie e credo di moltissimi ma troppo pochi docenti, sottolinea disperatamente che “è nell’importanza del difficile che dovremmo ricominciare a credere. Soltanto una scuola che abbia il coraggio di tener duro e continui a proporre cose difficili fa il bene dei nostri giovani, tutti, di qualsiasi condizione siano: consentirà loro quell’ascesa, intellettuale e sociale, che oggi non vediamo più realizzarsi, ma che fino a ieri, fino alla mia generazione, era possibile. E riusciva a cambiare drasticamente il destino di una persona.”

Ciò che mi ha scosso è stato rinvenire, nei sondaggi proposti, un elevato senso di insoddisfazione degli alunni verso il corpo docente, colpevole quindi del disinteresse e dalla mancanza di passione degli studenti.

Anche io a scuola percepivo che alcuni professori non volevano stare li, non avevano voglia e desiderio di combattere per la cultura. Ma non appena incontravi quello giusto, quello che con una lezione di un’ora ti faceva “venire voglia” di interrogarti, di sapere, di scoprire e di capire… era una meravigliosa sensazione.

Il liceo classico non è un edificio, non è un’idea: il liceo classico è l’insieme di professori e alunni che tramite le discipline studiate cercano di interagire e migliorarsi vicendevolmente. Gli uni aprendo le porte del mondo agli alunni e gli altri ridando indietro ai professori quegli stimoli, quegli interessi, quella riconoscenza che consente loro di fare di anno in anno lo stesso percorso.

La scuola è buona solo quando dà tanto, quando lascia qualcosa sia da un lato che dall’altro.

Ho intervistato una mia amica, da sempre amante della cultura classica, che ha intrapreso un percorso universitario particolare e ho voluto chiederle se effettivamente studiare al Liceo Classico l’ha spinta e convinta e aiutata a percorrere questa strada. Maria Letizia si è laureata in Lettere Classiche e ora sta si sta specializzando in Filologia Moderna.

La spinta per seguire questo percorso me l’ha data sicuramente la passione. La passione per la letteratura, per l’arte, per ciò che è altro rispetto al mondo comune. In sostanza, per ciò che va oltre il semplice vedere. È un percorso che mi ha aiutato ad approfondire il mio sguardo sulla realtà, ad interrogarmi sulla qualità delle mie emozioni e sul mio modo, banalmente, di vivere. Attraverso la storia, la filologia, la linguistica, ho rafforzato le mie competenze come essere umano e studente. Sicuramente, ha influito il mio interesse per quelle materie, e di certo, questo è stato merito dei miei professori, a partire dalle scuole medie.”

Maria Letizia sostiene che “sicuramente, l’aver frequentato il liceo classico è stato un trampolino di lancio non indifferente. Il liceo ha formato il mio spirito critico, lo ha prima solleticato e poi saldato; mi ha dato le basi della mia conoscenza, di quel famoso modo “altro” di vedere le cose. Mi ha insegnato che non è sempre facile e scontato andare d’accordo con tutte le materie, che non è detto che sia così facile aprire un vocabolario di latino o greco e venirne subito a capo. Il liceo classico mi ha fornito gli strumenti per navigare in mare ed orientarmi se perdo la rotta. Mi ha abituato a saper distinguere, valutare con criterio e avere coscienza. E questo non solo grazie a ciò che ho studiato, ma soprattutto grazie agli straordinari professori che ho incontrato, i quali mi hanno sempre spronato a fare di più e del mio meglio. A loro devo la devozione per lo studio, la pazienza di non riuscire e riprovarci sempre. Al mio liceo devo la donna che sono diventata, perché mi ha dimostrato che sono in grado di riconoscere i miei limiti, accettarli, e costruire qualcosa secondo le mie possibilità. Tutto questo ha contribuito a scegliere lettere come forma “vivendi”. E se pure qualche volta ho pensato di essermene pentita non tornerei indietro.  Per questo penso che scegliere il liceo classico sia stata la scelta migliore che potessi fare, perché sento che, altrimenti, mi sarebbe mancato qualcosa”.

E’ quindi vero… la buona scuola è quella che ci dà le basi per il nostro futuro.

E il futuro della buona scuola non sta nell’eliminare dal profilo scolastico alcune materie piuttosto che altre, ma sta nell’incontro di persone e passioni.

A questo proposito allego anche i pensieri di una docente che è stata per me come per tantissimi studenti una colonna portante, un motivo per andare a scuola, uno stimolo per stare tutte quelle ore sedute alla scrivania davanti al GI e ai testi in prosa e poesia che sembravano non finire mai.

La Prof.ssa Filice, professoressa di Italiano, Storia, Geografia, Latino e Greco del Liceo Telesio, grande sostenitrice della tradizione classica, ritenendo che non si possa “parlare di modernità o modernismo senza volgere lo sguardo ad un passato che è la storia del nostro presente e che sarà intramontabile” si abbandona alle seguenti riflessioni.
Riteniamo che mai come adesso si avverta la necessità di una formazione classica, non tanto per nostalgie “passatiste” o per limiti insiti nelle scuole più orientate a maggiori potenzialità occupazionali, ma per il valore formativo degli studi classici che aiutano gli studenti ad approfondire nonché ad acquisire un metodo che consenta di collegare le diverse discipline e i diversi saperi. Più di altri indirizzi aiutano gli studenti a crescere e a formarsi come cittadini dotati di senso critico, consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri. Più che mai il Liceo Classico può essere considerato scuola di formazione, anzi, la scuola di formazione per eccellenza. In una società come quella attuale, in cui la crisi dei valori si fa sempre più evidente, confrontare le società antiche con quelle moderne, significa per i giovani fare un esercizio di critica costruttiva e quanto mai rispondente ai loro bisogni individuali e collettivi.”

Nel suo discorso anche lei non manca di sottolineare il potere educativo di ogni docente, responsabile quindi dei successi e dei fallimenti di ogni suo singolo alunno e responsabile allo stesso tempo di essere il primo “stimolatore” del suo sapere.

Un insegnante di biennio, quando nei primi giorni di scuola del ginnasio si vede puntati addosso gli occhi degli studenti che gli sono stati affidati, non può non percepire la domanda che quasi tutti i ragazzi vorrebbero rivolgergli: “A che serve studiare il latino e il greco? Non sono forse lingue morte e, quindi, del tutto inutili?”. Da parte loro i docenti, almeno quelli più attenti, cioè quelli che non distratti dalla quotidianità, sentono che dovere precipuo dell’insegnante è ancora quello di coniugare l’istruzione con la formazione, si affannano a motivarli, a far sì che quelli si avvicinino al mondo classico con simpatia, a far scattare in loro la molla dell’interesse e della curiosità verso un tempo e una civiltà che è lontana ma per certi aspetti è attuale e continua a vivere in tante espressioni del nostro tempo. Vero è che talvolta non sono gli alunni a dover essere motivati, quanto piuttosto i loro insegnanti. La motivazione è necessaria per il docente di qualsivoglia disciplina, ma diviene assolutamente indispensabile per il docente di latino e greco. Il che tradotto in parole semplici e ispirate alla realtà concreta di un’aula scolastica significa da parte del docente non solo il possesso di determinate conoscenze, ma soprattutto passionalità ed entusiasmo nel presentare ai giovani un passato che non è fuori dal tempo, ma che anzi serve ad interpretare con spirito critico il loro tempo. Solo se si crede in quello che si fa, si può determinare quella corrispondenza, quella collaborazione e quella partecipazione che fanno cadere le barriere fisiche e danno alla scuola quell’atmosfera di sacralità che le conviene e le compete.

Per la cultura occidentale lo studio delle lingue classiche, strumento propedeutico all’accesso dei testi e della cultura antica, significa conoscere le origini, scoprire un’attualità a volte sconvolgente, significa respirare un’aura che sa di  μυθος e λόγος, significa educare l’anima ai canoni di bellezza che è al di fuori del tempo e dello spazio. Perché privare di tutto ciò le nuove generazioni.”

Prima di concludere mi preme fare un ringraziamento particolare al Prof. Antonio Iaconianni, Preside del Liceo Classico B. Telesio di Cosenza che mi ha concesso di raccogliere la vox populi fra i suoi alunni; alla prof.ssa Filice che da sempre mi regala consigli, emozioni e non si tira mai indietro quando si tratta di aprire un dibattito o un confronto; e alla mia amica Maria Letizia a cui auguro – se mai dovesse intraprendere la strada dell’insegnamento – di coltivarla con la stessa passione che ha adesso (se non maggiore!)

Lottiamo tutti insieme per una battaglia giusta, la scuola, che attraverso i suoi innumerevoli strumenti possa continuare a formare la nuova società, costituita da persone pensanti, che stanno al passo con i tempi facendo perno sulle esperienze del passato.
Per questo dobbiamo salvare il liceo classico, non abbandonando quell’aurea di sacralità che lo ha da sempre contraddistinto.

Continuiamo a sfogliare il Rocci e a leggere l’Eneide, sognando di vivere simposi e amori platonici, continuiamo a cercare il compagno di banco più bravo che ci passi la versione cosicchè di trovare, comunque, una soluzione ai nostri problemi.

Snaturare il Liceo classico mediante l’abolizione delle versioni, la riduzione delle ore dedicate al latino e al greco, sarà la condanna della nostra società.

L’Italia, è vero, non ha il migliore sistema educativo del mondo; ma quando mi sono trovata a paragonarmi con vari studenti stranieri , sicuramente loro erano più svelti nelle attività pratiche, ma non erano mai pronti e svegli nel capire il perché del problema e il procedimento per  risolverlo.

La nostra scuola, quando è fatta bene, ci rende inclini al ragionamento che è tutto ciò che sta alla base della praticità. Come speriamo di diventare una società pragmatica se non abbiamo le abilità intellettive per cimentarci nella risoluzione dei problemi?

E’ necessario prima capire, e poi fare.

Il pragmatismo senza il ragionamento serve poco.

“Gli studi classici sono stati sempre considerati una palestra, una fucina attiva di conoscenza e di formazione, un viaggio di esplorazione che prima attraverso lo studio della lingua consente l’acquisizione di processi logici e razionali che successivamente determinano con l’approccio ai classici e alla letteratura di confrontare modelli politici, economici, sociali e culturali del passato con quelli moderni.La specificità del tipo di formazione offerta dal Liceo Classico, invece, sta proprio nella attitudine e nella consuetudine a quei processi logici che solo la traduzione, come efficacissimo strumento di problem-solving, favorisce negli allievi e li guida ad acquisire quelle competenze chiave di cittadinanza, promosse dalle recenti disposizioni ministeriali, e tra cui la fondamentale rimane appunto “Imparare ad imparare”.”

Ecco perché bisogna lottare e supportare il liceo classico e la buona scuola tutta.
Perché come dice una ormai donna diciottenne all’ultimo anno di scuola: “ bisogna sempre scavare più a fondo e chiedersi il perché di ogni cosa, che , come mi hanno insegnato, esiste sempre”.

Facciamoci, pertanto, tutti un grande esame di coscienza.. nel nostro piccolo, sappiamo perché il Liceo classico, sebbene difficile, pesante, estenuante, ci consegna tutti gli strumenti per costruire un futuro solido e poi florido.

Ci stimola, ci incuriosisce, ci solletica… e ci fa, infine, crescere.

A proposito dell'autore

Martina, sempre la più piccola dell’annata ‘94, laureata LUISS in Giurisprudenza, si definiva ad otto anni “simpatica, anche se i miei fratelli dicono che parlo troppo. Sono una persona responsabile, riflessiva, apprensiva, equilibrata, e molto sensibile, ma soprattutto un po’ pettegola. Sono allegra, divertente e socievole, mi piace stare in compagnia per scherzare, giocare e raccontare barzellette.” Da allora le cose non sono cambiate: parla sempre tanto, pensa sempre troppo e rimane la solita rompi scatole.Va sempre di corsa, non sa stare ferma e forse mostra troppi denti quando sorride.Ama emozionarsi con le piccole cose e cerca in ogni momento un motivo per sorprendersi.E’ un’inguaribile romantica e a volte, a furia di stare con la testa fra le nuvole, rischia di cadere in qualche burrone, dal quale però, trova sempre la forza di rialzarsi!

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