La seconda ondata della pandemia che stiamo vivendo ha prodotto – oltre all’escalation di contagi di cui puntualmente abbiamo notizia in ogni momento della giornata, sui diversi mass-media – anche una serie di provvedimenti e di misure, più o meno stringenti, da parte dei diversi esecutivi, sia a livello nazionale, che regionale. Queste disposizioni hanno l’obiettivo primario ed essenziale di frenare la curva dei contagi e riportare la situazione sotto la soglia di controllo. Ormai conosciamo l’importanza dell’andamento dell’indice Rt e dell’aumento dei ricoveri in terapia intensiva, che fungono da campanello d’allarme per comprendere lo stato di salute del Servizio Sanitario Nazionale. Questi interventi che devono avere, però, lo scopo, altrettanto impellente, di salvaguardare la tenuta del tessuto economico nazionale, nei fatti, purtroppo, hanno anche creato uno stato di paura e di tensione nella popolazione, già provata dal trimestre marzo-aprile-maggio di lockdown generale. L’incertezza circa l’evolversi della situazione generale, da cui dipendono le condizioni personali del singolo cittadino, ha fatto emergere alcune tendenze forse primordiali dell’individuo. Nella gravità di una pandemia, che investe l’intero globo terrestre, sembra che si stia perdendo il senso di comunità e che piuttosto prevalga l’istinto di sopravvivenza del singolo che, talvolta, sembra non tener conto delle esigenze di tutti gli altri. Nessuno degli estranei al campo della scienza poteva immaginare a gennaio, quando i mass-media parlavano dell’esistenza di uno strano virus in Cina, che questo avrebbe provocato quasi 2 milioni di morti e quasi 50 milioni di casi in tutti il mondo. È evidente che il Covid ci ha colto di sorpresa e la nostra impreparazione di fronte ad esso, anziché unirci, come forse avvenuto nei primi mesi di emergenza, ora ci stia dividendo. Il famoso “andrà tutto bene”, però, è realizzabile solo agendo unitariamente a livello globale. Ci salveremo solo se tutto il mondo opera nella stessa direzione. Non è pensabile nell’epoca della globalizzazione sfrenata di poterci salvare da soli senza considerare gli altri. Appare lecito chiedersi, dunque: qual è la direzione da seguire? Sarebbe fin troppo semplice indicare solo le regole che la scienza tenta di fissare e che ormai dovremmo conoscere a memoria. È altrettanto necessario che ognuno di noi inizi, nuovamente, a pensare ed agire in maniera coordinata e unitaria rispetto a chi gli sta vicino. Sta prendendo piede, purtroppo, la tendenza al cosiddetto “E-allorismo”: vale a dire la volontà di giustificare gli errori, eventuali, commessi dal singolo con la circostanza che un errore uguale sia stato commesso da un altro individuo. Come a voler dire che io posso non rispettare le prescrizioni adottate dal momento che anche un’altra persona le ha violate, senza chiedermi le reali motivazioni per cui quell’individuo ha agito in quel modo. Tutto ciò non giustifica, però, il mio errore, che tra l’altro diventa, in quanto reiterato, ancora più grave. Il non rispetto delle regole anti-covid è solo l’esempio contingente, ma sono diverse le situazioni in cui si preferisce giustificare la propria condotta con il fatto che questa sia dovuta ad un comportamento adottato anche ad altri. Innumerevoli volte, in politica, ma anche nella vita quotidiana, possiamo osservare questo tentativo di spostare la discussione, con la locuzione “e allora”. Si ritiene, quindi, che le nostre azioni, errate, siano meno sbagliate se ricorrenti. Si preferisce l’assenza di argomentazione, che possa motivare un determinato comportamento, piuttosto che alimentare la possibile conversazione, con delle tesi che facciano crescere la discussione, soprattutto, in termini qualitativi. Anche qui si nasconde, in maniera non troppo velata, un certo egoismo, poiché, utilizzare comportamenti altrui, errati, per giustificare sé stessi, sembra un tentativo goffo e quasi grottesco di autoassoluzione. In questo contesto, lo scrittore francese Céline, con la frase: “Sappiate avere torto, il mondo è pieno di gente che ha ragione ed è per questo che marcisce.”, appare quanto mai attuale. Un virus del tutto nuovo, del quale ancora si conosce poco, inevitabilmente, può portare a commettere errori di valutazione e leggerezze, nel modo di affrontarlo, da parte di tutti.  Questa impostazione del discorso ha trovato, negli ultimi tempi, un potente detonatore nel mondo dei social ma, unita al cosiddetto “benaltrismo”, affonda le sue radici in diversi momenti della storia. Durante la Guerra fredda, era questa la tattica, utilizzata dalle grandi potenze Usa ed URSS, non per giustificare gli eventuali errori commessi, ma per spostare l’attenzione sui problemi interni della potenza avversaria. Il tentativo è quello di dire “ci sono ben altri problemi dall’altra parte”. E ancora oggi, questo modus operandi, sembra troppo spesso pervadere la dialettica non solo politica. Le questioni che riguardano un possibile rivale ci sembrano ben più rilevanti rispetto alle nostre, o comunque maggiormente meritevoli di attenzione. Sembra che sia sempre preferibile considerare la pagliuzza nell’occhio dell’altro piuttosto che la trave nel nostro. La costante è la ricerca quasi ossessiva di un nemico contro cui scagliarsi, ricorrendo talvolta anche a mistificazioni della realtà. Nei fatti, però queste due “tattiche” argomentative sono delle vere e proprie fallacie linguistiche che tendono a nascondere una mancanza di argomentazioni e impediscono l’arricchimento socio-culturale del mondo in cui viviamo. Esse sono figlie di un certo populismo di fondo che preferisce legittimare sé stesso piuttosto che risolvere le diverse problematiche. Quello che bisogna recuperare, soprattutto nella situazione che stiamo vivendo, è il senso di umanità che dovrebbe accomunarci e dovrebbe spingerci, probabilmente in tempi sicuramente più ristretti, fuori dal guado della pandemia. Dovrebbero fungere da faro, in questo momento di difficoltà, le parole di Papa Francesco, che, nella preghiera in solitario del 27 marzo ha evocato l’immagine della barca sulla quale si trova l’intera umanità.

Una barca che può arrivare in porto solo con la collaborazione di tutti.

Già pubblicato su L’Altravoce dei Ventenni – Quotidiano del Sud 02/11/2020

A proposito dell'autore

Sante Filice

E' un neo trentenne cosentino. Chiamato da tutti Santino, è appassionato di sport, politica, musica e di tutto ciò che richiami in qualche modo la bellezza. Meridionalista convinto, economista per vocazione, il suo motto è "il meglio deve ancora venire".

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