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L’Italia sarà all’altezza delle sfide dei suoi giovani?

L’idea che sia possibile crearsi il lavoro da soli deve in qualche modo investire le nuove leve, oltre ad ispirare le diverse categorie di fondi statali previsti per i giovani nel nostro Paese. La creatività, l’ingegno e l’estro se uniti ad una buona dose di cultura non solo accademica, possono fungere da volano per la nostra economia, che ha bisogno più che mai di un tessuto imprenditoriale nuovo che renda strutturale la crescita postpandemica. Il “rimbalzo” non può restare un caso isolato, ma dobbiamo essere in grado di accelerare con degli incentivi da mettere a disposizione di chi oggi decide di investire nel nostro Paese.

I bandi di finanziamento, a fondo perduto e non solo, in Italia oggi sono molteplici. Si passa dall’ormai famoso Resto al Sud al Fondo per le piccole imprese creative, ed ancora abbiamo il Fondo Impresa donna, il Fondo per le nuove imprese a tasso zero per giovani e donne o il Fondo Cultura Crea 2.0. Il contributo a fondo perduto presuppone, intrinsecamente, un rapporto tra concedente e ricevente che si basa sulla volontà di creare qualcosa per il bene nazionale. Da qui la gratuità o quasi della concessione. L’idea che anima questi incentivi è quella di stimolare le energie positive del nostro territorio, tentando di canalizzarle verso delle attività che permettano di dare spazio ai talenti di ognuno. Ad eccezione del fondo Resto al Sud che finanzia i possibili imprenditori di età compresa tra i 18 e 55 anni con l’unica condicio sine qua non che la loro attività venga impiantata nel nostro meridione, gli altri bandi di finanziamento hanno come unica discriminante l’età che non deve superare i 35 anni.

A ricevere particolare attenzione, inoltre, sono le cosiddette “startup”. Una start up è un’attività di nuova costituzione, potenzialmente in grado di sconvolgere il proprio mercato di riferimento. Non tutte le imprese nascenti sono startup ma solo quelle innovative nelle idee e nelle architetture imprenditoriali. Per configurarsi come tale l’impresa deve contenere un’innovazione di prodotto o di processo. Molti di tali fondi hanno trovato nuova linfa nel PNRR, tanto discusso quanto necessario per una ripartenza a pieno ritmo della produzione imprenditoriale.

Quello che appare spontaneo chiedersi oggi è se tali misure basteranno a consentire a molti giovani di rendersi autonomi dall’ambito familiare e costruire in tal modo il loro futuro. I recenti dati elaborati dall’Eurostat hanno evidenziato come i giovani italiani lascino la casa dei genitori con maggiore ritardo rispetto a quelli di molti altri Paesi europei. Se nel nostro Paese il tetto familiare viene abbandonato all’età di 30 anni, la media dell’Eurozona è pari a 26,4 e solo poche nazioni quali Croazia (33,4), Slovacchia (30,8), Grecia (30,7), Bulgaria e Spagna (30,3 per entrambe) e Malta (30,1) fanno registrare dati peggiori ai nostri. L’indipendenza che molto spesso si traduce nella possibilità di vivere da soli è più facilmente raggiungibile nel nord Europea, in Finlandia mediamente i ragazzi affrontano questa fase della loro vita a solo 21,3 anni.  Le cause di tale disparità sono rinvenibili in primo luogo nell’assenza di un lavoro stabile che molto spesso attanaglia le fasce più giovani della popolazione e non solo. A cascata seguono l’elevato prezzo degli affitti immobiliari nelle grandi città e la lunga durata degli studi nel nostro Paese.

L’aspetto sociale è il meno importante poiché con le adeguate condizioni economiche i ragazzi italiani sono propensi a rendersi autonomi rispetto alle loro famiglie. La figura dell’italiano “mammone” lascia il tempo che trova. Anche in Italia vige la tendenza, quasi uniforme in Europa, che vede le donne rendersi indipendenti prima rispetto agli uomini, 29 anni per le prime contro i 30,9 dei secondi. La nostra nazione è l’unica all’interno del continente in cui gli stipendi sono addirittura diminuiti rispetto a 30 anni fa. L’analisi OIL è molto netta e impietosa, rispetto al 1990, i salari percepiti da chi lavora in Italia si sono ridotti del 2.9%. Il settore immobiliare, di contro, ha vissuto un vero boom. Dati dell’Agenzia delle Entrate e dell’Osservatorio Immobiliare dimostrano che i canoni degli affitti sono mediamente aumentati del 6% su scale biennale, con delle punte del 17-20% in alcune grandi città quali Bologna o Firenze. Il dato occupazionale invece mostra un tasso di disoccupazione pari al 17,9% tra i laureati 25-64enni, superiore del 4,3% rispetto al dato europeo.

Una nazione evoluta deve consentire a chi si affaccia al mondo del lavoro la possibilità di avere un’occupazione tale da garantirgli la libertà e la dignità. La nostra Costituzione lo indica, le nuove generazioni ce lo impongono ed il futuro non aspetta. 


Articolo pubblicato su Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dei ventenni