Sono quasi le 19 e sono ormai due ore che sono seduto in fondo all’aula magna della scuola. In questo grande stanzone gremito di sedie stanno assiepati decine di maestre e professori, i quali ascoltano (o fingono di ascoltare) la valanga di parole proferite dal dirigente scolastico, accompagnato da un brusio ininterrotto di sottofondo. Attorno a me vedo colleghi che ingannano il tempo e la noia guardando video sul telefono o chiacchierando amabilmente con i propri vicini, mentre quelli più diligenti si portano avanti correggendo i compiti in classe dei propri alunni. La sensazione di sovraffollamento è accentuata poi dai ritardatari che, tutti imbardati con giacconi pesanti e borsoni, se ne stanno in piedi sbuffando lungo le pareti, quasi fossero armature medievali che ornano le sale di un palazzo nobiliare. In mezzo a questo caos post apocalittico, qualcuno che non ha perso le speranze né l’attenzione c’è, senza dubbio qualche insegnante coinvolto o interessato dal discorso infinito ed estenuante che viene portato avanti. Il collegio docenti, l’incubo per ogni insegnante di ogni età, è senza ombra di dubbio la metafora del mondo della scuola, soprattutto per coloro che vivono lavorando nel mondo dell’educazione.

Attorno alla figura del docente si sono sviluppati una serie di falsi miti, nei quali ho creduto ingenuamente anche io fino al giorno in cui sono passato dall’altra parte della barricata e, circa due anni fa, da studente mi sono ritrovato ad essere un professore.

Gli insegnanti lavorano la metà del tempo rispetto agli altri”,

I professori non possono lamentarsi, non sanno nemmeno cosa significhi sporcarsi le mani per portare a casa la pagnotta”,

Per quello che fanno i docenti guadagnano troppo

Tutte frasi sentite all’infinito nei discorsi comuni che si possono sentire nei bar e nelle piazze ogni giorno. Certo è innegabile che molti siano i privilegi e le fortune di chi per lavoro ha deciso di educare i ragazzi, ma è altrettanto vero che le difficoltà dell’insegnamento sono molte. Perchè a differenza di quel che pensano in molti, insegnare non è solo entrare in una classe e parlare per qualche ora. Usando una similitudine di stampo bellico, chi insegna è come un povero soldato che si trova nella terra di nessuno nel bel mezzo tra le trincee di due eserciti contrapposti: da una parte ci sono gli alunni, che anche se in fondo danno molte soddisfazioni, spesso sono eccessivamente vivaci, non seguono e si perdono (comprensibilmente aggiungo, visto che sono pur sempre degli adolescenti), mentre dall’altra ci sono i superiori, dal ministero dell’istruzione con le sue infinità di linee guida da seguire che cambiano ogni dieci minuti, fino al dirigente scolastico che, per quanto cerchi di dare una mano ai propri docenti, spesso non riesce a stare dietro alle problematiche di un istituto che conta decine di scuole e centinaia di bambini e ragazzi. Insomma, insegnare significa anche recepire le richieste e, esplicite, ma soprattutto implicite, di coloro che si ha davanti in modo da svolgere un lavoro più adeguato possibile alle persone, ma anche ai tempi. Non a caso una grossa fetta del lavoro che impegna me e i miei colleghi è costituita dal continuo (almeno così dovrebbe essere) lavoro di aggiornamento e di elaborazione di lezioni mirate e coinvolgenti. Spesso mi è capitato di rimanere sveglio fino a tarda sera per preparare nel miglior modo possibile il lavoro da svolgere in classe, senza contare le volte in cui ho dovuto spendere il mio tempo compilando registri elettronici e ogni tipo di scartoffia, come direbbero nei film polizieschi.


Quindi potete ben capire che non sono poi così veritieri certi commenti che si sentono in giro riguardo alla mia categoria. Anzi, quel che si dice stride rispetto ai mal di testa cronici, lo stress, i dubbi e la confusione dovuti dalle continue richieste di dirigenti e genitori, il mal di gola perenne (la cui causa è abbastanza ovvia) e la precarietà che, soprattutto noi giovani insegnanti, viviamo quotidianamente.
Certo non dovete farvi sviare nemmeno dalle mie parole, che hanno delineato un’immagine dei docenti della scuola italiana forse eccessivamente vittimistica, da veri e propri martiri: in fondo nessun altro lavoro permette di essere contemporaneamente psicologo, giudice, avvocato, assistente sociale, poeta, storico, grafico, mediatore, informatico, infermiere e segretario e tutto questo ripaga ampiamente tutti gli sforzi e le fatiche di ogni giorno.

A proposito dell'autore

Marco Scarangella

Nato a Biella, pur avendo passato la maggior parte della propria vita in provincia, si considera un cittadino del mondo. Amante della bellezza in senso lato, ha sempre adorato tutto ciò che potesse avvicinarlo ad essa: dalla letteratura allo street food, dalle sagre di paese allo sport in tutte le sue quasi infinite sfumature. La sua passione più profonda è quella di rendere partecipe di questa continua ricerca del bello il maggior numero di persone possibile attraverso la scrittura.

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