Occhi azzurri, capelli biondi, fisico atletico. Potrebbe essere originario di qualche Paese scandinavo, ma la copertura salta appena inizia a parlare. L’accento campano tradisce le sue radici di Torre Annunziata. Il nome, Ciro, pare un certificato di genuinità. Il cognome, invece, fuorvia le sue doti. Ciro Immobile si presenta così, pieno di contraddizioni, che potrebbero far sorgere mille dubbi.

Muove i primi passi sui campi della sua terra: Torre Annunziata, Salernitana e Sorrento. Segna a raffica. Lo nota un altro Ciro, Ferrara, altro giocatore DOC (Di Origine Campana). L’indimenticato padrone della difesa juventina intravede, nel suo omonimo del, talento. Consiglia ai bianconeri di prenderlo e, una volta seduto sulla panchina, gli concede qualche minuto di campo.

È la stagione 2009-2010, la prima del biennio nero della storia recente bianconera. Nessuno dei due Ciro ottiene la riconferma: Ferrara esonerato, Immobile in prestito. Un anno in Toscana, tra Grosseto e Siena. L’attaccante biondino fatica, i dubbi riaffiorano. A spazzarli via, ironia della sorte, è un acerrimo nemico dei bianconeri: Zdenek Zeman, il maestro boemo. Il quale decide di puntare su un trio di ragazzini che paiono non avere chances di giocare in A: Verratti, Insigne, Immobile. La scommessa è vincente. Il Pescara a trazione anteriore vince il campionato. Verratti vola in direzione Parigi, dove è ancora uno dei punti fermi  all’ombra della Tour Effeil; Insigne è l’idolo dei tifosi partenopei; Immobile, invece, nonostante i ventotto goal, era ritenuto ancora acerbo.

Viene mandato in osservazione a Genova, sponda rossoblu. La stagione è orribile. Più volte Ciro descriverà quell’anno come l’esperienza peggiore della propria carriera. La prossimo viaggio lo conduce a Torino, ma non alla società madre, bensì in quella granata.

      Ciro Immobile, attaccante biancoceleste

Ciro incontra Ventura, maestro del calcio semplice, tutto difesa-e-contropiede. L’allenatore ligure lo affianca ad un altro talento incompreso, Alessio Cerci. La stagione è formidabile, la coppia si trova a memoria: trentasei goal in due e tanto spettacolo, che ridesta il “vecchio cuore granata”. È l’anno della consacrazione per entrambi. Non possono restare al Torino, è il treno che aspettavano da tanto tempo. Cerci parte in direzione Spagna, Immobile verso la Germania, al Dortmund. Per entrambi due stagioni disastrose. Ciro, nonostante dieci goal, non convince Klopp e il pubblico. È costretto a riprendere le valige per Siviglia. Ci resta solo sei mesi, non è a suo agio. Ritorna a casa, a Torino, da Ventura.

La sua carriera pare destinata al semplice calcio di provincia. Troppe occasioni buttate. Eppure, quasi inaspettata, ne arriva ancora una: gli telefona un ex giocatore, anche lui forse troppo poco apprezzato, Igli Tare. L’albanese ha le idee chiare e buon fiuto: vuole Ciro. Il resto è cronaca: due stagioni, cinquantuno presenze e trentanove goal. Titolare fisso, padrone dell’attacco biancoceleste. E non solo: la chiamata in azzurro, complice la penuria di centravanti validi, diventa presto una conferma totale.

Ciro, oggi, non solo è il migliore giocatore laziale, ma anche uno dei più affidabili nazionali. Il suo goal a Israele, lo scorso 5 settembre, ha tolto da un grande imbarazzo gli azzurri. Il ragazzo biondino si è fatto grande. Questo è il suo momento, dopo tante esperienze negative.

Ciro, oggi, incarna l’esempio di chi, specie tra i giovani, merita una seconda, terza, quarta possibilità.

 

A proposito dell'autore

Paolo Claudio Ratti

Nato a Torino, cresciuto ammirando personaggi sportivi e le loro imprese: il pirata Pantani a Courchevel, il “fallo” di Iuliano su Ronaldo o il sorpasso sul “cavatappi” del Dottor Rossi, solo per citarne alcuni.
E’ un buongustaio, nonostante non sappia cucinare; ama i film impegnati, eppure non disdegna i peggiori B-Movies statunitensi; si considera un poliglotta: parla, infatti, correttamente, Italiano e Piemontese; i paradossi, come si sarà capito, sono il suo forte.
Il suo motto: “Be careful of the cat. Don’t say you have the cat in the sack when you don’t have the cat in the sack”

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