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#Montag
Rubrica dedicata alla lettura. Con la speranza di farvi conoscere qualcosa di nuovo o di ritrovare qualcosa di dimenticato. O rileggere, perché no, un buon usato garantito.


Il Cacciatore di Aquiloni, Khaled Hosseini

Di Lidia Giudice

Associare il rischio alla lettura risulterebbe quasi ridicolo. Non c’è nulla di rischioso nel mettersi comodi su un divano a leggere Harry Potter. E di certo il mondo di Jane Austen o di Emily Bronte non provocano brividi. Di Stephen King è meglio aspettare che traggano un film da paura. E Tolkien con le sue 1300 pagine rischia solo di annoiarci. Si cambia e ci si adegua ai tempi. Siamo nell’era della tecnologia, siamo i ragazzi con l’iphone. Non si va al cinema, si scaricano i film. Postiamo pensieri e tagghiamo momenti. Abbiamo Skype per vederci e Twitter per sentirci più vicini. E allora il rischio prende nuova forma e un libro diventa uno strapiombo. Adesso rischiare vuol dire nuotare controcorrente. Diventiamo salmoni e ricominciamo a leggere.

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Rischiare è l’ingrediente segreto de Il Cacciatore di Aquiloni. Lo scrittore è Khaled Hosseini, nato a Kabul nel 1965. Il Cacciatore di Aquiloni è il suo primo libro, pubblicato in Italia dalle edizioni Piemme nel 2004. La storia fu ispirata all’ amicizia con Hossein Khan, un hazara che aveva lavorato per la famiglia dello scrittore, quando viveva in Iran. Hosseini gli insegnò a leggere e scrivere e, nonostante la brevità del rapporto, Hassan e Amir sono i loro alter-ego. Lo sfondo è quello dell’Afghanistan, prima terra di prosperità, di sapori e odori, terra di sole e di sudore, e destinata a diventare teatro di orrori e di violenze. Si parte dalla fine della monarchia fino all’invasione russa, dal regime dei talebani ai giorni dell’11 settembre. Protagonisti sono Amir, figlio del benessere e dei pochi pericoli, e Hassan, abituato al lavoro e alle privazioni. Tanto diversi, eppure amici, di quell’amicizia profonda, mischiata al sangue, che alle volte è molto più simile al soffocamento, ma che, se manca, ti dilania. Sono amici, sono fratelli, sono padrone e servo, ma sono soprattutto uno di etnia pasthun e uno di etnia hazara, in un momento storico in cui le differenze iniziano a farsi sentire, in un momento in cui niente è più semplice. È una storia di amicizia e di colpa, di seconde occasioni e di rispetto. Inizia con la possibilità di cambiare il finale, di potersi redimere. Amir, l’io narrante della storia, è un ragazzo debole, a tratti villano, amante della scrittura, e soprattutto ossessionato dalla possibilità di deludere il padre. Hassan, il ragazzo con il viso da bambola e il labbro leporino, è analfabeta, innocente e puro, fedele a un amico/padrone. E’ quest’assoluta fedeltà che lo porta a rischiare la vita, a lasciarsi macchiare e marchiare dalla brutalità di una realtà sempre più complessa. Rischia Hassan perché è un cacciatore di aquiloni, rischia per amore. La vita non sempre ripaga per il bene che si è fatto, Hassan lo imparerà. Soprattutto lo capirà quel ragazzino un po’ vigliacco che preferiva guardare, piuttosto che lottare: Amir avrà la possibilità di espiare i suoi peccati e di combattere, mettendo a repentaglio la sua stessa vita. Inizierà a rischiare Amir diventando anche lui un cacciatore di aquiloni, rischierà perché imparerà a lottare per chi ama.

A proposito dell'autore

Lidia Giudice

Nata a Cosenza nel 1990, terminato il liceo si trasferisce a Catanzaro per studiare giurisprudenza. Ironica e solare, non sta mai zitta per più di due minuti. È una maniaca dell’ordine e generalmente rifiuta le sorprese o tutto quello che sfugge al suo controllo. Orgogliosa e razionale, nasconde un’anima da grande sognatrice romantica. Lunatica per influenza astrale (almeno così le piace credere) è però una persona affidabile, detesta infatti non mantenere la parola data. Adora nuotare, ascoltare i Subsonica o del buon rock, guardare film strappalacrime e comprare borse. La sua più grande passione è la lettura. Sogna il Giappone ed è sicura che, prima o poi, inventeranno una cura per “mangiare dolci senza ingrassare”.

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