Le grandi rivalità dello sport e la passione umana per le divisioni

Il 29 dicembre scorso è morto Pelè e il cordoglio del mondo del calcio da lui globalmente rappresentato ha trovato espressione anche nel minuto di raccoglimento osservato su tutti i campi di calcio. La scomparsa di Edson Arantes do Nascimiento, però, così come ha unito gli sportivi di tutto del mondo, di riflesso ha rinfocolato la diatriba su chi sia stato il più forte calciatore di sempre tra lui e Maradona.

Da un lato abbiamo l’uomo dei record capace di segnare 1281 reti in 1363 partite, unico calciatore al mondo ad aver vinto tre edizioni dei mondiali (1958, 1962 e 1970); dall’altro abbiamo l’Aquilone cosmico, che fece sognare con le sue giocate milioni di appassionati, che vinse un campionato del mondo nel 1986 da assoluto protagonista, segnando all’interno della stessa partita – i quarti di finale contro l’Inghilterra – il gol più bello e iconico del XX secolo, con la famosa “mano de dios”. Maradona infiammò con le sue giocate una piazza come Napoli e qui vinse due campionati, una Coppa Italia, una Supercoppa italiana e una coppa Uefa. Pelè venne considerato il calciatore più completo di sempre. Agli antipodi anche caratterialmente, vennero considerati il diavolo e l’acqua santa, entrambi nati poverissimi, entrambi capaci di arrivare all’apice del mondo.

La rivalità tra l’apollineo brasiliano e il dionisiaco argentino è uno dei punti su cui gli appassionati di tutto il mondo si dividono. Sebbene vi sia il tentativo di Messi di scardinare la loro supremazia, il’900 calcistico e, forse, la storia del calcio si fonda su queste due figure. La competizione tra i due calciatori trova una grande similitudine in quella nata tra il 1978 ed il 1981 tra i tennisti Bjorn Borg e John McEnroe. Entrambi considerati tra i migliori di sempre, erano considerati opposti caratterialmente: da un lato la freddezza, la tranquillità, la quasi assenza di sentimenti dello svedese; dall’altro la passionalità, la tendenza alla ribellione e gli scatti d’ira dell’americano.

Chi era il più forte tra i due? Difficile, forse impossibile dirlo, anche perché i 14 incontri disputati si sono conclusi in esatta parità con 7 vittorie per parte. La loro dicotomia venne definita dalla stampa “Fire and Ice” proprio a segnalare la netta contrapposizione tra i due.

Anche il ciclismo italiano visse della concorrenza tra Coppi e Bartali e ancora oggi ci si chiede se fossero avversari o amici: chi passò la borraccia all’altro scalando il Col du Telegraph nel 1952? Diversissimi anche nelle loro idee, Coppi laico e Bartali molto cattolico, tanto da essere accostati il primo al PCI e Bartali alla DC, seppero regalare un sogno: quello della ripartenza nonostante le fatiche. La scelta di passarsi la borraccia sulla durissima montagna francese rappresentò per gli italiani la necessità di aiutarsi e collaborare per affrontare il dilemma della ricostruzione.

Altra contesa del’900 fu sicuramente quella tra i pugili Mohammed Alì e Joe Frazier. Alì, idolo dei neri americani, ribelle di carattere, convertito all’Islam, rifiutò di andare a combattere in Vietnam: simile a McEnroe in quanto a temperamento, protestava contro tutto e tutti. Frazier era molto più tranquillo, sul ring riusciva ad infliggere pesantissimi ko agli avversari. Nei loro tre incontri prevalse due volte Alì e una volta Frazier. Il match disputato nelle Filippine è considerato uno dei più grandi spettacoli mai offerti dal mondo della boxe: vinto da Alì per pochi secondi, lascia ancora qualche dubbio sulla possibilità di un sostanziale pareggio tra i due. Ipotesi, questa, non accettata dall’opinione pubblica e mal digerita dai giudici di gara. Il mondo dello sport, dunque, è costellato di rivalità e antagonismi che appassionano gli amanti del genere e, forse, rendono ancora maggiore l’idea del tifo e della passione verso un determinato sportivo.

Risiede, probabilmente, nell’animo umano la volontà di schierarsi, di scegliere se sia stato più grande Pelè o Maradona, Borg o McEnroe, Coppi o Bartali, Alì o Frazier. Citando Pasolini, la vera domanda è

“qual è la vera vittoria? Quella che fa battere le mani o fa battere i cuori?”

Perché dover scegliere, quando invece dovremmo ringraziare questi campioni per lo spettacolo offertoci? Il vero sportivo è quello che riconosce la grandezza del fuoriclasse a prescindere dal suo schieramento. Saper vedere la bravura dell’avversario oltre il colore della propria casacca è qualcosa che è più grande della vittoria stessa. La storia ci insegna, però, che è insita nell’animo umana la tendenza a dividersi, sempre. È più semplice essere faziosi che applaudire le gesta di chi non fa parte della nostra squadra e, purtroppo, spesso accade che lo sport diventi solo uno specchio di quello che avviene nella vita quotidiana.


Articolo pubblicato su Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dei ventenni