Riabilitazione autonoma da casa grazie ad uno speciale robot

La Start Cup Calabria è talento, innovazione, opportunità e confronto. La start cup è anche competizione che ogni anno si fa più serrata. Quest’anno si è giunti alla XII edizione della manifestazione promossa dalle tre università Calabresi e supportata da Fincalabra e Regione Calabria. A guadagnarsi il primo posto nella finale del 22 ottobre è stato il team di Adiutor. Adiutor è un dispositivo robotico che intende migliorare il processo di riabilitazione dei pazienti affetti da difficoltà motorie agli arti superiori.

Questo robot offre la possibilità di auto-trattamento anche in ambiente domestico contribuendo così alla conservazione di uno stile di vita attivo e indipendente che favorisce, inoltre, l’inclusione sociale. Il progetto è stato ideato da una squadra di quattro giovani: Elio Matteo Curcio, Stefano Rodinò, Francesco Lago, laureati in Ingegneria Meccanica all’Università della Calabria e Diego Mazzei graphic designer. Ho raggiunto telefonicamente l’ideatore Elio Matteo Curcio e Francesco Lago per conoscere il loro dispositivo di riabilitazione e saperne di più sulla competizione appena conclusa.

Come nasce l’idea di Adiutor e come funziona praticamente il dispositivo?

Adiutor nasce durante il percorso di tesi con l’idea di sviluppare un dispositivo per chi non potesse più muoversi o comunque per dare una mano sempre in ambito riabilitativo. La conoscenza con un fisioterapista di Crotone che lavora da tanti anni con i pazienti post ictus ha rafforzato questa idea. Dalla sua esperienza è emerso che i centri riabilitativi necessitano proprio di un dispositivo capace di assistere i pazienti al pari di un dottore. Quello che abbiamo pensato è un’assistenza del paziente così come la farebbe un essere umano cioè sentendo lo stimolo motorio del paziente, assistendolo fino ad un certo livello per poi stimolarlo. L’idea è nata perché attualmente sul mercato non ci sono dispositivi che soddisfano a pieno questa esigenza; possono compiere delle movimentazioni tridimensionali ma sul lato sensoristico sono limitati. Quindi mi sono detto: “perchè non fare qualcosa, avendone le competenze, e creare un assistente vero e proprio?” Questo progetto sta prendendo piede perché nasce da un fattore psicologico, al posto di una persona in carne ed ossa c’è un robot, verso il quale un paziente ha meno fiducia. Ciò innesca nel paziente uno sforzo ulteriore per cercare di svolgere da solo esercizio, ed è il quid in più che consente di diminuire il tempo di riabilitazione e migliorare il processo di cura.

In quanto tempo potrà essere realizzato e disponibile per chi ne ha bisogno?

Ovviamente dipende molto da i finanziamenti che riusciremo ad avere. Stiamo progettando di mettere sul mercato due prodotti: una versione domestica che sarebbe la prima sul mercato e un’altra per i centri di riabilitazione. Chiaramente sono molto diverse qualitativamente. Il dispositivo clinico necessita di sensori, di abilità e standard diversi per poter essere utilizzato in pazienti con invalidità grave come i pazienti colpiti da ictus. Invece la versione base è stata pensata per estendere il processo terapeutico cominciato in clinica anche in casa. Ciò permette ad un paziente anziano che abita lontano dalla clinica o che ha subito un ictus di continuare la terapia senza recarsi nella struttura, con tutti i disagi e le difficoltà che lo spostamento comporta sia per la famiglia, che per la struttura stessa (basti pensare ai volontari che si recano con il furgoncino per andare a prendere i pazienti nelle loro case). Per ritornare alla domanda iniziale, in un anno dovremmo riuscire a mettere sul mercato la versione domestica affiancata dall’app che stiamo sviluppando, invece l’altra versione dovremmo riuscire a completarla in due anni e mezzo.

Team Adiutor

Quanto è stato importante il gioco di squadra e quanto ha inciso la “mentorship” degli esperti nella progettazione di Adiutor?

Il lavoro di squadra, racconta Elio Matteo, è stato fondamentale perché da soli non si va da nessuna parte e ringrazio gli altri che si sono affiancati a questa mia idea che sembrava un po’ folle all’inizio. Ci sono tanti aspetti di un prodotto e la diversità è quello che ci ha fatto arrivare fino a questo punto. Ognuno ha fatto vedere all’altro un aspetto che mancava e l’ha fatto emergere per arrivare ad un prodotto maturo. Grazie a questo siamo riusciti a ideare Adiutor in meno di quattro mesi – che è un bel traguardo – e creare un prototipo che abbiamo poi presentato alla Start Cup. L’esperienza di “mentorship” dura invece da un po’ di tempo visto che abbiamo entrambi partecipato ad una passata edizione della competizione. Nonostante ciò, la Start Cup è sempre un’esperienza nuova, sempre più competitiva, dove ogni anno per gareggiare bisogna alzare l’asticella.

La Start Cup è quindi una grande opportunità per sfidarsi e mettere in campo le proprie idee e competenze. Ma è anche un trampolino di lancio per nuove sfide e possibilità di respiro nazionale come il PNI (Piano Nazionale per l’Innovazione). Di cosa si tratta e cosa vi aspettate?

Per quanto riguarda il Piano Nazionale per l’Innovazione ci troveremo di fronte sfidanti di tutte le regioni d’Italia. Quest’anno abbiamo scelto di iscriverci nella sezione “industrial” che rappresenta una delle quattro sezioni e dove ci sentiamo di appartenere, poiché la sezione “biomedical” affronta l’aspetto clinico e quindi la cura delle malattie, mentre il nostro è un sistema di riabilitazione e guarda all’aspetto fisioterapico. La sfida sarà molto difficile perché i competitor sono molto forti con idee altrettanto innovative; ad esempio c’è chi ha pensato ad un’idea contro il covid ideando un robot che fa trattamenti con l’ozono dei locali in maniera automatica. Anche la nostra idea in effetti si inserisce come misura anticovid perché consente di fare riabilitazione evitando di uscire di casa o far venire un fisioterapista che potrebbe essere fonte di contagio. Sarà una bella sfida e siamo pronti a partecipare.


Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud – l’Altravoce dei ventenni di lunedì 16/11/2020

A proposito dell'autore

Denise Mele

Laureata in Farmacia all'Università della Calabria, classe 1990. Ama il cinema, la natura e la Sila, il trash in tv e viaggiare. Sogna un giorno di fare la divulgatrice scientifica o quantomeno incontrare dal vivo Alberto Angela. Sensibile, socievole, permalosa e abbastanza indecisa, dà la colpa del suo cattivo carattere al suo segno zodiacale: GEMELLI

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