Una battaglia per la vita: il ricordo di Giovanni Falcone

Il suo sacrificio per una nuova idea di giustizia e legalità

I giorni appena trascorsi hanno preannunciato la cerimonia commemorativa che segna il traguardo nel suo trentesimo anniversario, in un allestimento programmato che, dai tradizionali palinsesti televisivi e radiofonici, ha raggiunto le nuove infrastrutture del podcasting. Capaci, comune italiano della città di una Palermo affascinante e complessa come molte altre, rammenterà nel tempo il ricordo di uomini che, nella loro vita, alla giustizia hanno creduto realmente.

Nel 1992, in quel tratto dell’autostrada A29, nei pressi di Isola delle Femmine, a perdere la vita furono Giovanni Falcone, allora direttore degli Affari penali del ministero di Grazia e Giustizia, Francesca Morvillo, magistrato e moglie di Falcone, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, tutti e tre servitori dello Stato. Al di là del sensazionalismo che frequentemente adotta la pretesa di semplificare le tragicità che caratterizzano eccidi di simile natura, sarebbe forse più corretto domandare cosa resta della Quarto Savona 15, l’auto di scorta di Falcone esposta nelle piazze di tutta Italia e fortemente voluta dai familiari delle vittime di mafia. È forse l’intolleranza a non soccombere di fronte alle parvenze di una verità resa, depistata, contaminata ed incompleta?

Nel rendere omaggio all’impegno e alla passione che ha contraddistinto molte vittime di verità e giustizia, ripercorriamo alcuni contributi di pensiero resi dallo stesso giudice Falcone nel corso della sua vita pubblica, nell’intento – per nulla pretenzioso – di favorire uno spunto di lettura che faccia da preludio alla costruzione di un pensiero ragionato. La memoria celebrativa del passato cela una sapienza attuale capace di ammaestrare la genesi delle società future nel desiderio di un cambiamento sovversivo. Perché questo trovi realizzazione, è necessario che tutti i comparti della società civile e politica convergano verso un obiettivo condiviso di legalità tanto concreto quanto funzionale alla tutela del singolo cittadino (commerciante, imprenditore, ecc.) che, nel vivere ordinario, decida di compiere, senza indugi, la scelta coraggiosa della denuncia perché «la mafia non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano ma un organismo che vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società». 

È quindi necessario scongiurare il rischio di ridurre la valenza rievocativa di una ricorrenza, come la strage di Capaci, a un evento di mera retorica che trovi esaurimento nello spazio circoscritto di una sola o di più giornate. In questa cooperazione al cambiamento, ogni uomo è chiamato, secondo le proprie attitudini e capacità, a riscattare e convertire l’identità di un Paese ridotta all’ironia delle espressioni come «pizza, mafia & mandolino»; ecco quindi come le dichiarazioni negazioniste, rese nei giorni scorsi da un ex maresciallo dei Carabinieri, finiscano per assumere i caratteri grotteschi dell’ignominia. 

«Possiamo sempre fare qualcosa: massima che andrebbe scolpita sullo scranno di ogni magistrato e di ogni poliziotto».

I fenomeni di devianza vengono spesso poi semplificati nelle forme di una manovalanza criminale che rintraccia i presupposti della sua esistenza nella precarietà dei contesti socio-culturali di appartenenza. 

«Per lungo tempo si sono confuse la mafia e la mentalità mafiosa. La mafia come organizzazione illegale e la mafia come semplice modo di essere. Quale errore! Si può benissimo avere una mentalità mafiosa senza essere un criminale».

La complessità dei fenomeni criminali necessita della cooperazione di menti che siano disposte a realizzare, nella loro vita,  lo stesso desiderio che ha reso, nel loro operare, i giudici Falcone e Borsellino uomini visionari. 

«Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere».

Lo stesso anno segnerà, in via D’Amelio, la scomparsa del giudice, compagno e amico Paolo Borsellino. Riportando le parole del giornalista Paolo Borrometi:

«Il 18 maggio 1939 nasceva a Palermo uno dei migliori figli di Sicilia. Osteggiato, dileggiato in vita, osannato perché purtroppo morto».

Oggi abbiamo bisogno di eroi vivi che siano protetti e custoditi nella stessa visione di giustizia. 


Articolo pubblicato sul Quotidiano del Sud – L’Altravoce dei ventenni