La strage di Capaci Franco Lannino. ANSA

L’eterna eredità di Falcone, 30 anni dopo Capaci

Il 23 maggio 1992 era una giornata soleggiata in Sicilia. Il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, e sette agenti di scorta lasciarono l’aeroporto di Palermo alle 17.45 con tre auto blindate. Alle 17.58 il cielo soleggiato non si vide più per qualche istante: cinquecento chili di tritolo nascosti in un tunnel sotto il manto stradale furono attivati ​​a distanza al passaggio delle tre auto. L’esplosione uccise i coniugi e tre agenti della scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Quella detonazione non pose fine solo a cinque vite, ma rivoluzionò completamente un’epoca: l’intero Paese si rese conto che la mafia non poteva essere derubricata a semplice disfunzione sociale, confinata a remote aree del Sud Italia.

Falcone era scomparso, ma il suo lascito per la società si rivelerà poi eterno: l’approccio investigativo contro il crimine creato durante i suoi anni di servizio, il cosiddetto “Metodo Falcone”, non sarebbe morto con lui. Questa tecnica si basa su una regola facile e intuitiva: seguire il denaro. Il monitoraggio delle transazioni economiche consente agli inquirenti di seguire l’attività criminale e le connessioni inaspettate che esistono tra famiglie criminali e imprese, al fine di individuare come l’economia venga contaminata da capitali illeciti. Tale metodo fu stato utilizzato su larga scala durante il processo Spatola, che portò alla condanna di 75 membri delle cosche Spatola, Gambino e Inzerillo. Esattamente 57 giorni dopo la morte di Falcone, anche Paolo Borsellino fu brutalmente ucciso in un attentato in Via D’Amelio a Palermo; quel giorno persero la vita anche cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Falcone e Borsellino non erano idealisti, le loro idee vivono con noi e trovano ancora concreta espressione in diversi ambiti sociali. Tenaci giornalisti, imprenditori, artisti e associazioni locali difendono le loro comunità con battaglie silenziose ma potenti prendendo spunto proprio dagli ideali promossi dai due giudici.

In ambito giudiziario, molti altri “Falcone” stanno combattendo battaglie in tutto il mondo contro organizzazioni criminali, anche a costo della propria vita. Per citarne uno, Marcelo Pecci, procuratore antimafia paraguaiano, che ha concentrato la sua attività investigativa sul traffico di droga in Sud America. È stato ucciso a colpi di arma da fuoco il 10 maggio scorso durante la sua luna di miele in Colombia.

Il sacrificio di uomini di Stato ha contribuito ad incentivare la creazione di movimenti di volontariato e associazioni culturali che hanno deciso e continuano a scegliere di opporsi al fenomeno criminale.  Una di queste è Addiopizzo, associazione fondata a Palermo nel 2004 da un piccolo gruppo di giovani i quali, attraverso la promozione di un’economia locale virtuosa, assiste le vittime di racket con supporto legale. Non solo, essa promuove anche progetti di inclusione sociale in aree disagiate della città perché, come si legge sul loro sito, le azioni di contrasto alla mafia non bastano se non si affrontano contemporaneamente i disagi sociali e il degrado urbano, parte integrante del problema.

Questi sono solo alcuni esempi di persone che non si sono scoraggiate dinnanzi all’idea che “il sistema” è troppo grande per essere combattuto, o che ormai è troppo tardi per cambiare le cose. Mi piace pensare che Falcone, Borsellino, Pecci, e molti altri siano orgogliosi di vedere come la cultura stia lentamente cambiando, cercando di rendere ogni giorno un po’ più soleggiato rispetto a quello precedente.

Articolo pubblicato sul Quotidiano del Sud – L’Altravoce dei ventenni