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Quando l’estate era un rito di famiglia

Il confronto impietoso con le vacanze di oggi “condivise” sui social

L’estate è da sempre sinonimo di vita, divertimento, sospensione della ripetitiva routine invernale. Il sole, il mare, le giornate più lunghe; l’esigenza di uscire e trascorrere le serate fuori con gli amici, tra una pizza, un selfie e una passeggiata, ma anche cose ben più semplici come una cena in terrazza o una partita a carte dall’amico proprietario di una casa in campagna. L’estate accende la nostra voglia di mondanità e l’avvento delle ferie ci induce a desiderare la consueta vacanza estiva. Ma come sono cambiate le vacanze nel corso degli anni? C’è differenza tra le vacanze dei giovani cresciuti negli anni ‘80 e quelle di oggi? Direi proprio di sì.

Innanzitutto, è bene precisare che il cambiamento più significativo ha riguardato la mentalità che, di generazione in generazione, ha condizionato giovani e adulti. Negli anni Ottanta si respirava più genuinità, più semplicità. Dietro all’organizzazione delle ferie si celava una sola protagonista: la famiglia. E con essa l’arte della condivisione e dell’unione.

Oggi, purtroppo, le cose sono decisamente cambiate. Si è persa la tradizione di partire in famiglia e molti giovani non prendono neanche in considerazione l’idea di condividere la propria vacanza con genitori e parenti. Essi si lasciano spesso influenzare dai social network e dalla competizione che spadroneggia al loro interno. Oggi – e questo discorso vale anche per gli adulti – si fatica a scegliere la località più consona alle proprie esigenze, ai propri gusti. La preferenza cade sulle mete più gettonate, quelle capaci di attirare più consensi online e, magari, di suscitare l’invidia di amici e parenti.

La vacanza non è più un’occasione per abbandonarsi al relax, allo svago e all’ozio più totale, così da ricaricare le pile in vista dei nuovi impegni di studio e di lavoro: sembra quasi una sorta di obbligo nei confronti dei followers e della concorrenza attiva in rete, con l’obiettivo di fare tendenza e di improvvisarsi influencer.

Negli anni ’80, invece, era tutto diverso. Gli stessi giovani erano diversi. Si aspettava il 1° agosto per partire in famiglia, tutti insieme, perché rappresentava un piacere, non una forzatura. La settimana prima si svaligiavano i supermercati e i carrelli straripavano. Birre, bevande gassate e frutta di stagione per gli adulti; merendine, gelati e patatine per i piccoli. Si passava in edicola a recuperare gli ultimi numeri di «Topolino» per i ragazzi, i settimanali di gossip per nonne e madri e «Quattroruote» per padri e nonni. Quelle storiche Fiat a conduzione familiare erano così sommerse di viveri e valigie che i fondi delle auto baciavano l’asfalto. I portabagagli sul tetto contenevano salvagenti, tamburelli, palloni Super Tele, sedie a sdraio, palette e secchielli. Poi, forse, si pensava a fare spazio all’interno del veicolo a zii, nipoti e cugini. Tutti stretti e ammassati nei sedili posteriori, con l’autoradio a incantare i viaggianti sulle note di Azzurro di Adriano Celentano o di Vamos a la playa dei Righeira. Il tutto rigorosamente senza climatizzatore in auto: si partiva con entusiasmo tra finestrini aperti e ventagli che sventolavano.

Le mete erano molteplici: si prediligevano il campeggio e le gite fuori porta, senza disdegnare le classiche vacanze fuori regione. Eppure si era felici. Oggi si ha tutto, ma sembra non ci si accontenti mai. I giovani di un tempo erano più legati alle tradizioni e ai valori della famiglia. Erano pochi quelli che sceglievano di partire con gli amici. Non si provava vergogna nel viaggiare con mamma e papà, nemmeno quando ci si fidanzava a luglio e agosto per poi lasciarsi con una lettera a settembre.

Oggi è cambiato tutto: i valori sono in via di estinzione e le tradizioni vengono snobbate. Colpa di una società che ha scelto di evolversi cancellando radici e origini. I giovani moderni non si fermano più ad una singola vacanza all’anno, bensì puntano a farne due o tre – e tutte in località differenti. Si parte solo ed esclusivamente tra amici, in comitiva o con i propri partner. Non che ci sia qualcosa di sbagliato, ma la famiglia passa spesso in secondo piano. Non bisognerebbe togliere tempo a nessuno, dedicandosi in egual misura ad amici e genitori. Ma questa è ormai una rarità. La vacanza è diventata un pretesto per fuggire dai genitori, divertirsi allo sfinimento, senza il controllo di nessuno. È triste vedere pochi ragazzi dedicare ancora del tempo alle proprie famiglie, a costo di essere etichettati come “sfigati” da chi non ne riconosce l’importanza.

È cambiato tutto, persino i giochi da fare insieme. Il classico degli anni Ottanta era il gioco della bottiglia, un modo per sconfiggere imbarazzi, abbattere barriere, conoscersi, socializzare. Oggi si gioca a chi, la bottiglia, la finisce per primo. Negli anni ’80 – così come nei Novanta e nei primi anni 2000 – si montava la tenda in spiaggia e, cascasse il mondo, si accendeva il falò per Ferragosto. Oggi, risvoltino e mocassino ai piedi, si sceglie di andare in discoteca. A pochi ormai importa di passare la vigilia di Ferragosto al mare, sotto il cielo stellato, ad attendere i fuochi d’artificio. Ricorrenze ed usanze ormai trascurate per scelta, perché considerate non più in voga. Poi, per carità, ognuno è libero di divertirsi come preferisce, mantenendo fede alla società attuale e alle abitudini con cui è cresciuto.

Ma le vacanze di quarant’anni fa avevano tutt’altro valore affettivo. Rimanevano scolpite nei ricordi di quei giovani semplici e spensierati – oggi adulti nostalgici – per anni e anni. Perché si aveva la pazienza di aspettare l’estate e, nel frattempo, sognare ad occhi aperti le prime cotte, i primi baci sotto le stelle, le prime amicizie a distanza.

A ricordare, invece, le ricorrenti vacanze dei nostri coetanei ci penserà soltanto Instagram con la sua funzione «Accadde oggi». Un miscuglio di destinazioni che serviranno soltanto a rimpolpare le storie in evidenza. Perché oggi si dà più importanza al numero di vacanze da fare anziché al bagaglio di emozioni che vale la pena ricordare.

Articolo pubblicato sul Quotidiano del Sud – L’Altravoce dei ventenni