Perché rivogliamo il Festivalbar (ma non ne abbiamo bisogno)

Gli eventi musicali hanno sempre avuto un seguito televisivo consistente: da Canzonissima a Top of the Pops, da TRL al Festival di Sanremo, il pubblico accoglie ancora oggi positivamente gli sceneggiati televisivi che pongono al centro la musica, seppur come mero strumento di intrattenimento: programmi che in qualche modo hanno caratterizzato le reciproche generazioni (Sanremo che resiste!) ma che hanno lasciato spazio a copie di loro stessi camuffate da nuove produzioni. 

In questo vortice di nostalgia, il premio per il maggior numero di gruppi Facebook che ne invocano nuove edizioni è vinto dal compianto e mai dimenticato Festivalbar. Per i [pochissimi] che non sentono un sussulto al suono del suo nome, che non fanno zapping fino al canale Mediaset Extra per vederne le repliche, che non ricordano il bacio scandalo delle t.A.T.u. sul palco dell’Arena di Verona nel 2002, va fatta una piccola premessa: il Festival nasce nel 1964 da un’idea dell’autore televisivo Vittorio Salvetti, idea successivamente tenuta viva da suo figlio Andrea, che inizialmente aveva il compito di distribuire televisivamente le canzoni più ”gettonate”, dove per gettonate intendiamo proprio quelle più selezionate all’interno dei judebox, i quali attraverso un contatore installato al loro interno, valutavano la popolarità di una canzone in base al numero di ascolti, in pratica un antenato di Spotify.

Passato dalla rete pubblica a quella privata negli anni ’80, il programma divenne, a tutti gli effetti, una vetrina discografica e itinerante: l’obiettivo era quello di pubblicizzare i successi dell’anno in corso e premiare i più ascoltati, all’interno di luoghi che diventeranno elemento caratterizzante, come l’Alpe Adria di Lignano Sabbiadoro o l’eterea Arena di Verona. 

L’ultima edizione del Festivalbar è stata quella del 2007: un po’ come per tutte le cose, nessuno immaginava potesse essere l’ultima ma tutti sapevano che non sarebbe durata in eterno. Il bisogno di sponsor sempre più grandi, la necessità di chiamare nomi internazionali per tenere gli ascolti, e un cambiamento sociale radicale che non permetteva al programma di esistere a quelle condizioni, ne hanno causato la chiusura definitiva, condita con una tenue speranza degli appassionati che l’estate successiva sarebbe tornato tutto alla normalità.

Ma quel ritorno non c’è mai stato e, nonostante molteplici programmi abbiano cercato di rendergli omaggio e di accaparrarsi una fetta consistente del pubblico affezionato, tutto ciò che il Festivalbar era, quell’atmosfera di leggerezza estiva racchiusa tra l’odore del Bon Bons Malizia, i pantaloni a vita bassa, le Nike Total 90 e i compiti delle vacanze fatti tutti insieme durante la finale di settembre, è andato via con la sua chiusura definitiva.

D’altronde quale altra manifestazione musicale potrebbe proporre oggi uno show in cui si esibiscono contemporaneamente i New Order e Raf, i Depeche Mode e Mango, i Red Hot Chili Peppers e Paola e Chiara? 

Per queste ragioni, il ritorno del Festivalbar persiste come il desiderio nascosto di moltissimi ma la sua realizzazione non è solo complessa da attuare, ma sarebbe sbagliato anche solo provarci. 

Seppur l’idea di utilizzare format vecchi e collaudati potrebbe risultare funzionante, nel caso di un evento generazionale come il Festivalbar non sarebbe possibile ricreare l’atmosfera che ha reso l’evento tale da contraddistinguersi negli anni.

La generazione dei Millennials, che ha vissuto il suo momento di assoluta leggerezza proprio tra gli anni ‘90 e gli anni ’00, cercherebbe di rivivere le medesime sensazioni oggi, senza suo malgrado riuscirci, soprattutto in un mondo musicale in cui lo streaming fa da padrone: nessuna acquisterebbe le due compilation, rossa e blu, per portarle in gita scolastica e ascoltarle con il lettore CD durante il viaggio in pullman.

Il mito che echeggia intorno al Festivalbar non potrebbe mai essere ricreato, gli idoli degli adolescenti per cui veniva acquistato Cioè e attaccato il poster in camera si contenderebbero la fetta più grande degli ascolti attraverso social e reel, la visibilità che chiaramente era prerogativa del programma stesso non sarebbe più necessaria, né gli artisti che un tempo sembravano così irraggiungibili e che oggi sono a portata di stories, darebbero lo stesso contributo. 

Così, per i nostalgici ancora incollati al Combi TV, che si svegliavano la mattina con il jingle dell’Ora Esatta e si addormentavano con le urla in Piazza del Plebiscito, non resta che accontentarsi di qualche replica, salvarsi la playlist su Spotify e regalarsi qualche istante di dolce malinconia tra le note di Xdono e quelle di VeroFalso.

Articolo pubblicato sul Quotidiano del Sud – L’Altravoce dei ventenni