La necessità di ripensare la cinofilia: il punto di vista di Mirko Darar

L’esperienza del dog trainer, addestratore ed educatore cinofilo

Mirko Darar è una persona dalle mille sfaccettature, si occupa di recitazione e diritti umani, sempre con una grande costante: i cani. Con i suoi 20 anni di esperienza ci spiega, in maniera schietta e senza fronzoli, ciò che è oggi la cinofilia peggiorativa e invece qual è la giusta strada da percorrere per far luce sul grido di aiuto dei cani, spesso incompresi.

Leggiamo dalla tua biografia che ti occupi di tante cose, dalle serate di cabaret al ruolo che rivesti nella comunità LGBT: in particolare, la comicità è il tuo amore, la cinofilia la tua vita; un concetto tanto semplice quanto profondo. Pensi questa “miscela” abbia influito sul cinofilo che sei oggi? Se sì, in che modo?

«Turid Rugaas dice che “se sai mettere seduto un cane non sei necessariamente un educatore cinofilo, come il fatto che saperti lavare i denti non fa di te un dentista” e io lo condivido in pieno! Per essere un bravo educatore bisogna sapere molto bene quale sia il ruolo di questa figura. Il bravo professionista si riconosce dal grado di ascolto che riesce ad instaurare con i cani dei clienti: il bravo cinofilo non è quello che riesce a dare la strattonata più inquietante o a propagare regole “sulla buona relazione” fatte di minacce; questo non ha a che fare con il lavoro di educatore, non è ciò che meritano cani e clienti. Per qualcuno la mia poliedricità è un fattore di disprezzo: “se fa il comico, cosa ne sa di cani?”. Innanzitutto, io sono un cinofilo non perché lo volessi, ma perché è capitato. Ho avuto una vita non proprio tradizionale: ho passato la mia infanzia e la mia adolescenza in fuga da tante tristi realtà e l’unica presenza costante è sempre stata quella dei cani. Vien da sé che la mia curiosità e il bisogno di stare bene mi hanno portato a provare e specializzarmi in tante attività diverse tra loro. Se oggi non sono rimasto intrappolato nella cinofilia antiquata, come accade ancora a tanti, forse lo devo proprio al fatto che nella vita ho imparato a essere curioso.  Sono tornato alla cinofilia dopo aver avuto paura di morire per via di un intervento al cuore a cui mi sono dovuto sottoporre; mi sono detto: “e se me ne fossi andato? Sarebbe stato egoista morire senza aver condiviso ciò che ho imparato!”. E così sono tornato a parlare di cani, infrangendo tutte le regole non scritte che tutti in cinofilia conoscono e che si riassumono nel “politicamente corretto”: cioè non dire nulla che possa creare conflitti con altri cinofili, anche se va nell’interesse del cane».

Sappiamo che da sempre ti batti per una cinofilia più aggiornata. Come diceva E.Vaime “Sempre fedele a se stesso e alle proprio idee. Così morì da cretino”, ma il problema della cinofilia in Italia ha proprio radici negazione del progresso?

«Il problema della cinofilia in Italia è la mancanza di regolamentazione. Nessuno dirige questo traffico che è ai primi posti dei maggior business nei paesi industrializzati, attorno al quale gravitano miliardi di euro ogni anno. Basti pensare che vengono formati 24 mila educatori cinofili ogni anno in Italia: abbiamo più professionisti che cani! Eppure, la maggior parte di loro non sa svolgere questo mestiere, lo vedo perché io sono quasi sempre l’esimo educatore contattato e quando chiedo dei lavori pregressi è imbarazzante ascoltare certe “tecniche”».

Alla luce di tutto ciò, quali sono le conseguenze che questo tipo di cinofilia sui cani?
«Quello che ci è stato insegnato negli ultimi 70 anni è per la maggior parte spazzatura, nozioni pretestuose, e un costante punto di vista umano, mai canino. L’etologia ha iniziato a condurre studi validi solo dagli anni 2000, vien da sé che forse c’è molto da rivedere. Infatti, a oggi ci sono ancora molte persone che, istruite in tal modo, commettono quegli stessi errori che io e studio correggo da 20 anni. Purtroppo, violenza e imposizione piacciono a tanti e i proprietari imparano a strattonare il cane perché tira, a sgridarlo quando torna per non essere stato svelto e via dicendo. Abbiamo varie sfumature di cinofilia peggiorativa in Italia, in primis la cinofilia tradizionale o “metodo classico” in cui ancora ci insegnano concetti vomitevoli come gerarchia, dominanza e capobranco. I cani non ragionano così: lo stesso ideatore di questi termini, Metch, nel 2014 ha affermato di aver tratto conclusioni errate a causa di studi errati condotti sul lupo, nemmeno sul cane, ma niente, i classicisti non ci vogliono sentire. Poi ci sono gentilisti, che a differenza dei classicisti prendono il cane per la gola, ma non con il collare a strozzo, bensì con tanti bocconcini, non facendo altro che portare avanti le stesse idee o quasi dei coercitivi; nulla a che vedere con la risoluzione di problemi comportamentali».

Siamo inoltre a conoscenza delle varie staffette atte al trasporto di cani da sud a nord: come hanno influenzato il loro futuro, le loro vite e le vite dei loro adottanti? Cosa cambieresti in questo sistema?

«Questo rappresenta una piaga che alimenta il mercato della cinofilia con gravi conseguenze. Il problema è che al sud c’è ancora tanto randagismo e bisogna capire che se c’è è voluto, qualcuno ci lucra, dalla staffetta allo stallo, ad alcuni canili gestiti in modo non proprio onesto. Ovviamente non si parla di tutti. Ad ogni modo, questi sono cani spesso nati randagi e che ereditano un patrimonio genetico comportamentale per cui saranno disposti a comportarsi in un certo modo: non sono adatti alla vita in città e, purtroppo, i problemi di aggressività e fobie saranno molteplici. Questo costa soldi, tempo, sacrifici e il cambio radicale del proprio stile di vita! Ho aiutato persone sull’orlo del divorzio, gente che viveva isolata in casa pur di non abbandonare il cane. Finché si continuerà a credere che il cane “dipende come lo cresci” non faremo molti passi avanti. Prima di tutto il cane è genetica, l’esperienza viene dopo».

Dalle parole di Darar possiamo cominciare a porci un po’ di domande sulla cinofilia attuale e su cosa si possa fare per cambiare: c’è sempre una speranza.


Articolo pubblicato sul Quotidiano del Sud – L’Altravoce dei ventenni