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Chernobyl e la zampa d’elefante, 35 anni dopo

Erano le ore 1:23:45 della notte del 26 aprile del 1986,  esattamente 35 anni fa, quando avvenne il disastro nucleare di Chernobyl, definito ancora oggi la più grande catastrofe tecnologica della storia umana.

L’incidente, avvenuto in realtà nella cittadina di Prypjat, dunque nell’Ucraina settentrionale, ex URSS, da cui Chernobyl dista circa 18 chilometri, è classificato, insieme a quello di Fukushima del 2011, al settimo livello, il più alto, della scala di catastroficità INES, elaborata dall’Agenzia internazionale dell’energia atomica nel 1989. Oggi, a 35 anni dallo scoppio, Prypjat è una città fantasma, mentre a Chernobyl vivono poco più di 1000 persone, ma nessuno può risiedervi per più di due settimane consecutive.

Dopo tale periodo di tempo è obbligatorio, oltre che necessario, trascorrere altre due settimane in un luogo che sia decontaminato e sicuro. Oggi l’ormai ex impianto di produzione energetica si trova all’interno di un grande sarcofago dell’altezza di 100 metri, realizzato nel 2016, dopo il parziale sbriciolamento del primo, e costato circa 1 miliardo di euro. La durata e l’efficacia protettiva di questo “mostro” ambientale sono stimate in circa un secolo. All’interno del sarcofago vi sono, dunque, i resti della struttura contenente l’ormai famigerato reattore 4, da cui è generato lo scoppio. Dopo aver costruito parte di questo involucro, i tecnici vollero vedere cosa restava dell’impianto in grado di generare circa 1/10 dell’energia necessaria a tutta l’Ucraina. Chi si aspettava di individuare ancora il reattore restò però deluso. La lava radioattiva, piuttosto, diede origine ad una sorta di stalagmite dalla forma di una zampa d’elefante, ancora oggi altamente tossica. Non è semplice individuare le conseguenze di quanto avvenuto quella tragica notte, poiché le esplosioni, ravvicinate tra loro, comportarono la morte immediata di circa 66 persone direttamente coinvolte nello scoppio. L’ONU, però, stima circa altre 4000 vittime tra liquidatori, evacuati e soggetti residenti in aree a stretto contatto con la centrale.

Gli effetti, ancora non pienamente definiti, sono quelli derivanti dalla contaminazione prodotta dal formarsi della cosiddetta nube atomica che raggiunse i cieli di gran parte dell’Europa, nei giorni successivi all’esplosione, nonché dal propagarsi della radiazioni. Il governo dell’Urss, presieduto allora da Gorbaciov, non diede immediata comunicazione alla comunità internazionale, di quanto avvenuto. L’unica misura adottata fu quella di evacuare tutta la popolazione nel raggio di 30 km.

Tacere una notizia di tale portata era però tecnicamente impossibile. La nube raggiunse in pochi giorni le nazione circostanti. In Italia la notizia fu data dagli organi di stampa il 29 aprile. L’allora ministro per la Protezione Civile Zamberletti, valutata la situazione, abbandonò ben presto l’ottimismo proveniente dall’URSS e provvide a fornire una serie di indicazioni comportamentali, riguardanti anche l’alimentazione, per i cittadini italiani. Al fine di evitare ogni rischio di contaminazione vennero vietate per quindici giorni la vendita di verdure a foglia, la somministrazione di latte fresco ai bambini ed alle donne in gravidanza, nonché l’utilizzo del foraggio fresco per il bestiame. Venne finanche sconsigliato di arieggiare gli ambienti per troppo tempo. Misure che gettarono anche l’Italia nel panico. In quell’occasione, però, l’Italia ed il mondo seppero adattarsi alla realtà.

Queste regole sembrano richiamare, seppur con tutte le differenze del caso, le prescrizioni attualmente in vigore causa pandemia da Covid 19. Il 10 maggio si tenne a Roma una manifestazione contro la produzione nel nostro Paese dell’energia nucleare e l’anno successivo, tramite referendum, il popolo italiano scelse di vietare tale produzione sul nostro territorio. Secondo alcuni questa scelta fu dettata dalla paura più che dalla ragione, poiché il nucleare è prodotto, ancora oggi, in molte nazioni europee e perché così rinunciammo ad una possibile fonte di energia.

Spesso le decisioni dettate dalla paura si rivelano avventate e poco lungimiranti in un’ottica di lungo periodo. I fatti di Chernobyl, però, dovrebbero fungere da monito, poiché l’idea di un mondo intensivamente sfruttato è crollata sotto il peso della zampa d’elefante presente nel sarcofago. L’idea di conoscere e sfruttare tutto quello che ci circonda è alla base della scienza, la tendenza a voler fare dell’ambiente circostante ciò che vogliamo può essere la rovina dell’intera umanità.


Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud – l’Altravoce dei ventenni