Il Premio Strega è nato a Roma nel 1947 e in questi 73 anni, quasi ogni anno, almeno una donna è entrata nella cerchia dei finalisti; solo 11 di loro però hanno conseguito l’ambito riconoscimento. Quest’anno è Valeria Parrella l’unica donna ad essere entrata nella sestina d’oro.
Scrittrice, giornalista e drammaturga, non è nuova alla finale del premio, alla quale era già arrivata nel 2005 con una raccolta di racconti dal titolo “Per grazia ricevuta”.

L’edizione 2020 vede in concorso “Almarina” edito da Einaudi; sesto romanzo della Parrella da quello trasposto nell’omonimo film di Francesca Comencini, con Margherita Buy, “Lo spazio bianco”.


Elisabetta Maiorano è un’insegnante di matematica di una classe molto particolare, nel carcere di Nisida a Napoli ed è anche una donna spezzata dal dolore per la morte del marito, che annaspa in una città e in un mondo che le fa paura.
Napoli rimane sempre sullo sfondo della narrazione. La ritroviamo solo nel mare che Elisabetta guarda sempre attraverso le finestre senza sbarre della sua classe; nel palazzo del tribunale dei minorenni sotto i Colli Aminei; nel tragitto fino a Nisida.

Elisabetta ci racconta da subito di Antonio, di come il loro amore si sia dispiegato con la calma e la cura che meritano le cose eterne e di come, alla sua morte, non è più riuscita a farsi rinnovare la carta di identità per non vederci scritto sopra quella parola che proprio non riesce ad accettare, che sostituirebbe “coniugata”. Usa il passaporto al suo posto.

Il racconto del suo dolore non può che vibrare sotto la pelle di chi, tra i lettori, ha vissuto una perdita.

Nel libro percorriamo insieme a lei le strade che la portano a Nisida e mentre entriamo nel carcere, entriamo anche in Elisabetta che, ad ogni sbarra che si alza, ad ogni cancello che si sblocca, lascia fuori il buio silenzio della sua esistenza improvvisamente solitaria per entrare in quel logo che, malgrado abbia le sbarre, la fa sentire libera.

Così sono libera nel tempo di questo cammino, dentro le mura, oltre il cancello, prima dei detenuti, tasche svuotate”.

È tra i banchi della sua classe improbabile che Elisabetta incontra Almarina.
La sua collega, Aurora insegnante di italiano, le dice che è stata una fortuna che il giudice l’abbia mandata lì. Nel passato di quella ragazza romena di sedici anni si nascondo delle atrocità indicibili, delle violazioni imperdonabili.

“Non potevo chiederle. Forse le altre detenute lo avevano fatto. Ma noi di fuori non saremo mai dentro e allora non veniamo davvero messi a parte. Volevo chiedere, ma come chiedere, senza morbosità, senza essere né medico né confessore”.

Elisabetta capisce di essere legata ad Almarina mentre guardano il mare; le parla di suo marito Antonio, grande nuotatore, e quando la ragazza dice di non saper nuotare, realizza di voler essere lei ad insegnarglielo. Il loro incontro darà una nuova direzione alla vita di Elisabetta e alla nostra che, insieme a lei, va alla deriva tra le pagine della sua storia. Una rinascita lenta, ma inesorabile.

“Dopo tre anni di solitudine finalmente sono sola e non abbandonata, mi riapproprio dei miei spazi lì dove l’anima, lo spirito di chi c’è stato, a poco a poco me li ha resi”.

È un romanzo intenso, intimo e spietatamente onesto sulle malvagità che la vita riserva sempre troppo presto e di come si possa continuare a vivere, persino a rivivere, malgrado tutto.

A proposito dell'autore

Rosamaria Trunzo

Assistente sociale, sognatrice incallita, idealista per nascita ed irriverente per vocazione. Ama leggere, guardare le maratone di Mentana su la7, i telefilm, il cinema, le arance amare e la politica. Dai posteri verrà ricordata per l'autoironia e la propensione alle battute a doppio senso.

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