Praticanti avvocati: storia di precarietà all’italiana

Che il precariato lavorativo dei giovani fosse un problema in Italia lo si sa già da tempo, ma se per alcune categorie si è cercato di trovare una soluzione, per i praticanti avvocati non sembra esserci questa intenzione.

Sono migliaia, infatti, di giovani di circa 25 anni che dopo la laurea in Giurisprudenza devono affrontare un periodo di tirocinio obbligatorio di 18 mesi per accedere alla prova scritta dell’esame di abilitazione, che si tiene solitamente nel mese di dicembre.

Un periodo nel quale, tra tasse per l’iscrizione nel registro dei praticanti e corsi di formazione, questi ragazzi diventano merce di un business che coinvolge case editrici per l’acquisto di manuali e codici ed avvocati anziani che li usano come manovalanza a basso costo (o, peggio, a costo zero) per effettuare notifiche di atti giudiziari, fotocopie, iscrizioni di cause a ruolo, depositi o ritiri di documenti: tutte attività meramente tecniche che poco hanno di formativo.

Tutto ciò per partecipare ad un esame anacronistico, con una scarsissima attinenza con la reale professione forense, al quale si accede solo certificato di compiuta pratica (non importa come e se la formazione è stata compiuta), e le cui prove vengono valutate discrezionalmente, lasciando naturalmente spazio a dubbi di varia natura.

Come se non bastasse, la beffa più grande è arrivata durante questo 2020.

Infatti, nell’anno in cui anche il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione contro i tirocini non retribuiti, questa categoria di giovani tirocinanti non solo è stata esclusa dalla distribuzione dei benefici economici legati alla pandemia in corso ma si è vista anche rinviare a data da destinarsi, tramite un post su Facebook di inizio novembre, la prova prevista per questo dicembre.

Insomma un ulteriore sgambetto per migliaia di giovani aspiranti avvocati, mortificati dal dover chiedere sacrifici alle proprie famiglie e stufi di essere costretti a questa forma di caporalato legalizzato.

Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud – l’Altravoce dei ventenni di lunedì 11/01/2021

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Classe 1995, vive a Bologna da 6 anni ma ancora non ha perso il dialetto potentino (e mai lo perderà). Laureato in Giurisprudenza con una forte passione per la politica, per il diritto sportivo ed il diritto antidiscriminatorio. Bevitore professionista di birra e ormai cestista nel tempo perso, le frasi che si è sentito ripetere più spesso dai tempi del liceo sono: "che tempo fa lassù?", "ti annaffiano di notte?". Amante della Basilicata e del Sud, vive con l'obiettivo di tornare in terronia per creare alternative all'emigrazione. Il suo motto? "Fare o non fare. Non c'è provare".

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