La scrittura, in senso puramente tecnico, consiste nella riproduzione, mediante l’utilizzo di segni e simboli differenti presso ciascuna cultura, di quanto esprimibile verbalmente su di un supporto più o meno tecnologico.
E’ evidente come l’evoluzione delle necessità umane e delle modalità di comunicazione – dalla stampa fino agli attuali social network – abbia determinato nel corso dei secoli una sempre maggiore efficacia della funzione primaria della scrittura: la trasmissione a favore delle nuove generazioni di saperi, conoscenze, punti di vista, opinioni, norme, consuetudini e di tutto ciò che dona sostanza ad una cultura.

Risulterà altrettanto chiaro per coloro che sono giunti a questo punto della lettura che, se imperterrito proseguissi su questo sentiero storico\pedagogico, cadrei irrimediabilmente in un monologo trito e ritrito dando così vita ad un ennesimo cliché. Non è questa la mia intenzione.

Il mio intento non è quello di fermarmi sulla superficie, ma mi spinge a toccare note più profonde, intime che quasi riescono a sfiorare con un dito l’animo e carpirne il contenuto che talvolta logora e conferisce fatiche e pesi che ciascuno è costretto a sopportare e trascinarsi ogni giorno dentro. Solo così può giungersi allo scopo insito e celato dal velo di Maya: lenire le ferite interne.

Si tratta, invero, di quelle ferite o squarci che si aprono a seguito di eventi dolorosi o traumi che possono randomicamente colpire chiunque, dal più illustre professionista e moralmente intoccabile sino al più modesto lavoratore. Qui può intervenire la scrittura: impugnare una penna ed imprimerne l’inchiostro su un foglio serve a tirare fuori il meglio o anche soltanto una piccola parte celata del nostro essere.

Si plasma, così, contestualmente, un mondo immaginario nel quale lo scrittore può rifugiarsi per dare fiato al cuore, nascondersi per qualche ora dalla realtà e medicare i turbamenti.

Classico e lampante può essere il caso di Gabriele d’Annunzio il quale, tornato dalla guerra con una ferita che lo costrinse ad una temporanea cecità, affrontò i suoi mali portando a termine l’opera “Il Notturno”. Fu attraverso la scrittura, meditativa e assorta, che riuscì a dare voce, oltre che al dolore, ai ricordi da soldato e d’infanzia dando loro nuova vita al di fuori delle tenebre che lo avvolgevano.

Sebbene irrilevante se posto a confronto, il sottoscritto ha saggiato l’esperienza della scrittura durante un periodo difficile che ha colpito l’intera famiglia. Inconsapevolmente ci si mette a nudo, si abbattono i muri e si incanalano tutte le negatività in parole che, come un fiume in piena, inondano e riempiono pagine su pagine permettendo, nel mio caso, di portare a termine un manoscritto.

Franco Arminio, a tal proposito, con riferimento specifico alla scrittura poetica come forma di espressione, ne “Il manifesto della terza medicina” afferma:

<<Ci vuole il Ministero della Salute, ci vogliono gli ospedali, ma ci vorrebbe anche il Ministero dello sguardo e della lingua. Non sappiamo più guardare, non sappiamo più parlare. E ci sono molte malattie accentuate dalla penuria di parole, dalla penuria di sguardo>>.

Φάρμακον, dal greco farmaco e veleno; guarisce chi legge, ma è veleno e al tempo stesso un rimedio per chi scrive.

A proposito dell'autore

Oscar Lico

ventotto anni, nato e tuttora residente a Vibo Valentia, nella sua amata Calabria. Laureato in Giurisprudenza, dopo una gratificante esperienza lavorativa nella Procura della sua città, sta proseguendo gli studi per ambire al massimo ottenibile: il ruolo da magistrato. Le sue due più forti passioni sono il canto e la scrittura. Proprio quest'ultimo amore lo spinse a scrivere un libro che attualmente è in campagna crowdfunding.

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