La pandemia di Covid 19 sta esplicando alcuni dei suoi effetti, più o meno prevedibili, anche in campo economico e sociale. Sembrerebbe sotto controllo l’andamento puramente sanitario dei contagi, in questo caso grazie ai mesi di lockdown che hanno permesso di guadagnare tempo prezioso rispetto alla diffusione del virus, invece, lo stesso non si può dire per l’andamento di alcuni indicatori macroeconomici che lanciano dei segnali preoccupanti.

Sicuramente il mondo del lavoro è e sarà uno dei settori più colpiti dalla chiusura forzata. Si stima che diversi lavoratori perderanno l’occupazione e, presumibilmente, diverse aziende saranno destinate alla chiusura. Le stime iniziali parlavano di circa 500.000 posti di lavoro in meno, in Italia nel 2020, con un calo occupazione di circa il 2,1%. Questo avverrà nel momento in cui non riusciremo a dare vita ad una progettualità condivisa a livello europeo che si poggi su fondamenta solide e su piani concreti per lo sviluppo ed il rilancio delle economie nazionali.

Siamo in fervente attesa del PNR, ovvero il piano nazionale per la ripresa che dovrà indicare in che modo saremo capaci di utilizzare le risorse che l’Europa ci metterà a disposizione. A definire delle linee guida rispetto a questo sono intervenute le parole della Presidente Commissione europea, Ursula Von der Leyen, che nel suo primo discorso sullo stato dell’Unione, tenutosi il 15 settembre, ha tradotto in numeri alcune delle idee che stanno alla base del piano di aiuti. All’interno di Next Generation EU, colonna portante del Recovery Fund, è previsto che il 37% degli aiuti debba essere investito nella Green Economy ed il 20% sul digitale. Grazie a questi due punti cardine della moderna Europa sarà possibile avviare un effettivo e concreto sviluppo che si concentri sul benessere del singolo cittadino. In attesa di questo piano italiano che si presuppone sarà pronto nel mese di ottobre, bisogna considerare gli attuali dati per cercare di comprendere dove bisogna intervenire anche con tempestività.

 I numeri riguardanti l’occupazione, elaborati dall’ISTAT per quanto riguarda il mese di luglio e pubblicati ad inizio settembre, hanno una duplice chiave di lettura. Da un lato assistiamo ad un aumento degli occupati, che crescono di 85.000 unità, dopo 4 mesi di riduzione. Parallelamente, però, cresce il tasso percentuale di disoccupazione dello 0,5% su base mensile. Si tratta di un controsenso solo apparente, poiché è cresciuto anche il numero delle persone alla ricerca di un lavoro, generalmente di prima occupazione. Durante il periodo di lockdown contestualmente alla riduzione degli occupati vi è stato il calo dei richiedenti lavoro. Il tasso percentuale, dunque, è il dato che maggiormente rispecchia l’andamento del quadro generale, in quanto considera sempre il numero dei potenziali ex inattivi. Nel momento in cui questi ultimi aumentano, vi sarà sicuramente un indice in crescita ma anche un sensibile aumento della fiducia nel sistema paese. Se cresce il numero degli offerenti lavoro, si innalza in loro la speranza di trovarlo.

Alla base di qualsiasi tipologia di analisi, comunque, vi è la considerazione che una economia, per crescere ed espandersi, ha bisogno della fiducia di tutti gli attori del sistema economico. Il dato allarmante, in questo contesto, non totalmente negativo, è quello relativo alle fasce di età che stanno registrando aumenti dell’occupazione. Tutte le fasce hanno avuto un incremento in termini di unità, ad eccezione di quella compresa tra i 25 ed i 34 anni. Dunque, i giovani, motore e futuro del Paese, non riescono a trovare uno sbocco lavorativo. Il dato relativo ai Neet, ovvero ai giovani con età compresa tra 25 e 34 anni, che non studiano e non lavorano in Italia è pari a 2.156.000. L’aumento rispetto al trimestre gennaio-marzo è stato di circa 125.000 unità. Il discorso sulla fiducia è totalmente invertito. Il dato è triste, perché se i giovani non credono nel sistema Italia, la nazione non ha futuro.

Le parole dell’ex presidente della BCE Mario Draghi, al meeting di Rimini, che ha definito “una diseguaglianza sociale” il fatto che i giovani si vedano privati dell’avvenire, devono stimolare le proposte e le idee dei governi. Questa considerazione parte dal fatto che, per uscire fuori dalla palude pandemica, vi è la necessità di creare debito pubblico che sarà ripagato dalle classi, dirigenti e non, del futuro prossimo. A queste va consentito di effettuare questo “rimborso”, mettendo in campo le capacità e le competenze di cui sono dotate. Non basta parlare della classe dirigente migliore di sempre, poiché esplosa nell’era digitale, a questa va data la possibilità di emergere.

Molti ragazzi, oggi, sono spaesati di fronte al mondo, poiché le poche grandi certezze, esistenti fino a pochi anni fa, sono venute drammaticamente meno. Sono sempre meno i ragazzi disposti, oggi, ad iscriversi ad un partito politico, mentre crescono i movimenti di piazza, sebbene frenati dalla pandemia in corso. Purtroppo il partito viene visto, in maniera forse errata, come un’entità gerarchica nella quale prevale la nomenclatura rispetto alle idee. Le sardine in Italia, il movimento paneuropeista di Volt, il fenomeno ambientalista legato a Greta Thunberg, ma anche i movimenti giovanili ucraini, thailandesi o di Hong Kong, rappresentano delle realtà, in forte ascesa, e che non si possono ignorare in alcun modo. I giovani oggi chiedono la possibilità di poter costruire, giustamente, la società del domani. Bisogna precisare, comunque, che non chiedono di trovare uno status quo preconfezionato, nel quale giocare un ruolo già assegnato, dentro schemi fissi e costruiti. Quello che vogliono è la possibilità di poter dimostrare di valere cento o zero ma con le loro forze. La potenziale classe dirigente migliore di sempre vuole dimostrare al mondo di meritare questo appellativo. Si tratta soltanto di applicare l’art. 3 della Costituzione più bella del mondo: la nostra. Il concetto di uguaglianza formale e sostanziale, in quest’articolo espresso, va inteso in senso spaziale e temporale. Chi oggi si affaccia al mondo, deve avere le stesse opportunità avute da chi l’ha preceduto.


Già pubblicato sul Quotidiano del Sud – l’Altravoce dell’Italia di lunedì 28/10/2020

A proposito dell'autore

Sante Filice

E' un neo trentenne cosentino. Chiamato da tutti Santino, è appassionato di sport, politica, musica e di tutto ciò che richiami in qualche modo la bellezza. Meridionalista convinto, economista per vocazione, il suo motto è "il meglio deve ancora venire".

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