Il mese di novembre sta finendo, avvolto da una latente e costante paura di affrontare ogni giorno una notizia più pesante rispetto a quella del giorno precedente. D’altronde, gli uomini che vivono questa epoca devono essere pronti ad affrontare tutto, a vivere tutto, a non accusare il colpo, a non sentire niente, a non provare niente. Così anche il dolore viene ridotto ad un mero sentimentalismo evitabile, figurarsi quanto è indirizzato alla perdita di qualcuno fuori dal raggio intimo delle conoscenze. 

Si parla sempre di più senza conoscere e si conosce solo ciò che si è disposti ad apprendere, per questo risulta incomprensibile agli occhi di molti la reazione di tanti a quanto successo ieri, 25 novembre 2020, una giornata che verrà ricordata come il giorno in cui Diego Armando Maradona ha smesso di essere un’icona vivente e si è trasformato nella quintessenza eterea del gioco del calcio.

Ho scelto di scrivere questo pensiero oggi solo perché avevo la consapevolezza di poterne parlare senza tirare in ballo tutti i fattori esterni che hanno da sempre inquinato la sua carriera, perché davanti a quanto è stato e a quanto ha regalato ad un gioco fortemente privato del suo più intimo valore, la passione, lui continuava ad essere il simbolo del più cristallino dei talenti. 

Parlare di Maradona come si parla di uno qualsiasi dei grandi giocatori è un errore imperdonabile, chiedersi dove sarebbe stato se non avesse avuto la vita che ha avuto è tendenzialmente inutile, perché non si parla di uno qualsiasi con una vita qualsiasi. Era un uomo, certo, caratterizzato da tutta la fallibilità che caratterizza gli uomini, ma amato fino allo stremo, quasi alla follia, da chiunque abbia assistito al suo passaggio su questa Terra. Ciò giustificherà sempre la sacralità di cui continuerà ad essere investito, provocherà ancora emozione negli occhi di chi l’ha visto giocare e adulazione negli occhi di chi vuole diventare un calciatore per il solo suono che la palla fa nello strisciare sul più verde dei manti. 

Quanto senso può avere sottolineare il suo stile di vita quando si è di fronte al più grande dei miti?
Direi quasi nessuno, così come qualsivoglia commento screditante ascoltato in queste 24 ore risulta ridondante ed estremamente inopportuno. Bastava soffermandosi a fissare per qualche secondo il suo sguardo, quello sguardo rimasto beatamente immacolato e bambino, quel ragazzino che ha fatto del suo grande amore la sua fortuna e della sua fortuna la nostra eterna ricchezza, cioè la sua esistenza regalata al mondo del calcio. 
Dell’uomo che, immaginando la sua morte, chiedeva che il suo epitaffio fosse “Gracias a la pelota” (Grazie al pallone), il ricordo che vale la pena portare è l’emozione che ha donato ad ognuno di noi, senza soffermarsi eticamente sul tipo di persona che per tanti doveva essere ma anzi riconoscendone una semplicità artistica non indifferente: Maradona giocava a calcio perché sapeva fare solo questo, offrire il suo talento ai nostri occhi. Non è difficile perciò comprendere il perché di tanta fede religiosa nei suoi confronti, risulta quasi inevitabile considerarlo una vera e propria divinità scesa in terra. Quel pallone tra i suoi piedi poteva diventare tutto, poteva essere o non essere, ma era mosso da qualcosa che per l’occhio umano risultava essere sempre indimenticabile. 

Quanto da lui fatto per il calcio non può essere imitato, quanto lascia non può essere ereditato, e questo lo rende universale, appartenente a tutti, una forma di uguaglianza perfetta tra i fruitori del calcio puro, bello, invadente, che fa esplodere sentimenti e passioni, che occupa completamente l’animo. Davanti a tutto questo, è ancora estremamente intimo lasciarti sopraffare dalle emozioni, da qualsiasi fonte esse provengano, è eternamente romantico poter ascoltare il suono di una città intera avvolta dal suo nome, il suono di Napoli oggi, che rende omaggio al genio che l’ha scelta e che ad essa ha dichiarato eterno amore. 

In questo scenario, che è tutto fuorché surreale, l’Argentina istituisce tre giorni di lutto nazionale, ma il mondo rimane attonito per un tempo indefinito davanti ad un lutto che non cesserà nell’immediato, anzi diventerà sempre più assordante nei ricordi indelebili di chi ha vissuto l’energia strabordante e l’insostenibile animo geniale di Diego Armando Maradona. 

(Photo by David Cannon/Allsport/Getty Images/Hulton Archive)

A proposito dell'autore

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Classe 1992, abruzzese come gli arrosticini, innamorata di Roma dal giorno in cui ha visto per la prima volta il Colosseo illuminato dalla sola luce della luna. Laureata in Giurisprudenza per caso, si ciba di De André, Scorsese ed Inter da quando ne ha ricordo. Facilmente impressionabile tanto da piangere all'ascolto di 'Comfortably Numb' live, totalmente negata quando si tratta di parlare di sé, ama scrivere, soprattutto di notte, perché le notti sono sempre troppo lunghe per non riempirle con i propri pensieri

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