“Date ad un uomo un pesce e lo sfamerete per un giorno, insegnategli a pescare e lo sfamerete per tutta la vita”.

Questo aforisma cinese, attribuito da molti a Confucio, sembra riassumere pienamente uno dei dilemmi che attanagliano le scelte economico-politiche dei diversi governi, nella dicotomia tra assistenzialismo e progettazione. Questa diatriba si è ripresentata con maggior vigore all’indomani della crisi sanitaria legata al Covid 19, crisi che è diventata ben presto anche economica perché la chiusura delle diverse attività per 2 mesi ha provocato una serie di problematiche di non facile ed immediata soluzione. La globalità della pandemia, che ha interessato le diverse aree del mondo, richiede che la risposta a questo stato di cose deve essere forte ed almeno continentale, se non addirittura globale.

Volendo provare a quantificare la portata degli effetti del lockdown possiamo dire che il calo delle ore lavorate nel secondo trimestre del 2020 è stato pari al 6,7%,  circa 195 milioni di lavoratori nel mondo. Ancora, a pagare il prezzo più alto sono e saranno le fasce più giovani della popolazione, con un’età compresa tra i 25 ed i 35 anni. Secondo i dati forniti dall’ILO (International Labour Organization), già nella fase pre Covid, in una congiuntura economica piuttosto favorevole, all’interno della fascia d’età con meno di 25 anni, un ragazzo su cinque, era destinato a rientrare nei NEET, ovvero quella categoria di persone che non ha un lavoro e non ha un’esperienza formativa o di studio. I dati del rapporto “Living, Working and Covid 19”, condotto e pubblicato da Eurofound, sono allarmanti: in Europa, il 5% dei giovani intervistati ha dichiarato di aver perso il lavoro in maniera definitiva durante la pandemia, il 23% ha dichiarato di aver subito l’interruzione di un rapporto di lavoro a tempo determinato o temporaneo, ed il 16% ha dichiarato di temere una perdita dell’occupazione nel breve o brevissimo periodo.

In molte di queste persone si è scatenata o si sta scatenando anche una crisi di natura psicologica, connessa all’ansia che nutrono verso un futuro che già in una fase pre-pandemica sembrava alquanto incerto. È naturale la connessione tra lavoro e futuro se manca il primo, non vi può essere il secondo. Per ovviare a tali problematiche l’Unione Europea è intervenuta con delle misure a tutela degli Stati membri e delle singole economie, implementando il famoso piano Recovery Fund. Nello specifico le misure a sostegno dell’occupazione sono ricomprese all’interno del SURE, la cosiddetta cassa integrazione europea, per il quale è previsto uno stanziamento di circa 81,4 miliardi di euro ed all’Italia ne spetteranno circa 27,4. Lo scopo principale dello strumento, secondo la presidente della Commissione Europea, Von der Leyen, è quello di “mitigare gli effetti della recessione, permettendo alle aziende di restare in attività ed ai lavoratori di mantenere il proprio impiego”. Sure tecnicamente significa lavoro di breve durata garantito dallo Stato, assicurando una remunerazione adeguata ai dipendenti anche in caso di chiusura temporanea dell’azienda, con la possibilità per i lavoratori di apprendere nuove conoscenze che permettano anche una riqualificazione o riconversione aziendale.

A livello nazionale conosciamo le diverse tipologie di strumenti messi in campo dall’esecutivo, per permettere al tessuto economico di resistere alle conseguenze della pandemia. Queste misure contenute essenzialmente nei decreti Cura Italia, Liquidità, Rilancio e nel decreto Agosto, hanno avuto l’obiettivo di consentire a tutti i lavoratori italiani di poter riprendere la loro occupazione al termine del lockdown, in caso di chiusura obbligatoria, o di proseguire la loro attività in totale sicurezza. Gli aiuti sono stati essenzialmente di 4 tipologie: proroghe e sospensioni di versamenti fiscali e tributari; concessioni di bonus per lavoratori autonomi e famiglie; prestiti per fronteggiare esigenze temporanee di liquidità; cassa integrazione e blocco temporaneo dei licenziamenti. Possiamo dire che questa mole di interventi, i cui effetti sono ancora in corso e quindi difficilmente comprensibili nel loro insieme, aveva l’obiettivo di offrire una soluzione tampone all’emergenza improvvisa che ci ha travolto. Ora, pero, è necessario programmare e disegnare con linee chiare e precise il futuro sia italiano che europeo. Ottima misura è sicuramente il Recovery Fund, ma è necessario che le risorse messe a disposizione siano sfruttate in maniera adeguata e non assistenziale.

In questa direzione vanno le parole dell’ex presidente della BCE, Mario Draghi che, intervenuto lo scorso 18 agosto al Meeting di Rimini, ha ribadito ancora una volta la necessità di consentire ai giovani di ripartire. Draghi ha parlato di una vera e propria diseguaglianza sociale, rinvenibile nel momento in cui, a chi si affaccia oggi al mondo del lavoro, si chiede di ripagare in futuro il debito creato per l’emergenza e non gli si offrono gli strumenti per poterlo fare. Da liberista keynesiano, nonché allievo del grande economista Federico Caffè, Draghi non disdegna la creazione di debito pubblico che permetta la piena occupazione dei fattori produttivi unita alla stabilità dei prezzi. È necessario, però, che questo debito pubblico venga utilizzato per progettare, investire, ripensarsi ed anche adattarsi al cambiamento. Riprendendo il proverbio cinese, il sussidio è il pesce che aiuta a sfamarsi un giorno, l’apprendimento di nuove tecnologie e conoscenze innovative permette di sfamarsi per sempre. Il rischio grande, secondo Draghi, è che, nel momento in cui gli aiuti assistenziali finiranno, resterà “la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare”, per i giovani, “la loro libertà di scelta ed il loro reddito futuri”. I sussidi non devono essere visti come il male assoluto, ma bisogna circoscriverne la funzione e la durata. Difficilmente, come la storia insegna, logiche simili hanno trovato seguito, perché il sussidio crea consenso immediato tra i cittadini-elettori. Purtroppo, l’assistenzialismo è, talvolta, clientelare. Gli effetti di una politica economico-finanziaria di ampia portata si dispiegano, invece, in un periodo medio-lungo, ma ne beneficiano intere generazioni.

Privare un giovane del suo futuro e della sua libertà è una forma di diseguaglianza inaccettabile per qualsiasi tipo di società e di governo. L’adattamento che si richiede oggi è forse più duro rispetto a quello che l’uomo ha sopportato in altri momenti storici. Le certezze, non solo economiche ma anche comportamentali e sociali, che avevamo fino a qualche mese fa, sono venute meno di colpo. In maniera altrettanto repentina bisogna essere pronti al nuovo modo di concepire la vita stessa. All’interno del discorso di Draghi emerge un’altra necessità a dir poco impellente, ovvero quella di far ripartire la scuola e l’università. La formazione diventa elemento imprescindibile, poiché il nuovo modello di società, che sembra delinearsi, richiederà “ancora più ampie capacità di adattamento e discernimento”. Anche nel contesto continentale diventa necessario porsi quantomeno sullo stesso piano degli altri Paesi per quanto riguarda il livello di formazione ed istruzione, se vorremo essere pronti a risolvere le criticità che il post pandemia ci sta mettendo davanti.

La sfida, dunque, è di portata eccezionale, e, soprattutto, è attuale. Non sono rinviabili le decisioni riguardanti il futuro economico dell’Italia, perché si tratta di un futuro prossimo, quasi di un presente. È necessario, dunque, riprendere la strada della crescita economica e dell’uguaglianza sociale, evitando che qualcuno resti indietro e cercando di ridurre il più possibile il divario tra nord e sud, che rappresenta, da sempre, il più grande freno allo sviluppo reale e concreto dell’Italia.

A proposito dell'autore

Sante Filice

E' un neo trentenne cosentino. Chiamato da tutti Santino, è appassionato di sport, politica, musica e di tutto ciò che richiami in qualche modo la bellezza. Meridionalista convinto, economista per vocazione, il suo motto è "il meglio deve ancora venire".

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