Il dibattito politico sul Recovery Plan è acceso, confuso e si muove su svariate direttrici. Il principale punto di scontro è quello incentrato su quanti e quali progetti saranno i candidati destinatari dei 222,03 mld (inizialmente  196)  che la Commissione Europea potrebbe erogare, a vario titolo, nei prossimi anni, sempre che si faccia in tempo a presentare un piano coerente con le linee guida. La scadenza per la presentazione del PNRR è fissata al 30 aprile. Sebbene non formalmente, l’Italia è già in ritardo considerando che presentare il piano nel breve termine significherebbe ricevere già entro metà anno un anticipo dei fondi e cominciare i lavori di rilancio del nostro tramortito paese. Queste esigenze di celerità non sembrano tuttavia arrestare le minacce di una crisi di governo che rischierebbe di farci perdere il treno in transito da Bruxelles. 

La bozza del Piano presentata da Gualtieri a fine dicembre ha generato parecchio malcontento e si è resa necessaria una revisione. Questo, si sa, è quello che succede quando la torta è grande ma, a un tempo, gli interventi sono così tanti e ciascuno così urgente che per accontentare tutti vengono fuori fette troppo piccole da non bastare nemmeno ai fortunati invitati. 
Nel malcontento generale si inserisce anche quello di chi constata la scarsità delle risorse destinate agli under 35. Nella prima bozza i fondi per le politiche giovanili erano poco più di 3 mld, destinati ad azioni “volte a favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, potenziando i centri per l’impiego e le attività di orientamento e formazione, e incentivando la loro assunzione attraverso misure di decontribuzione per i datori di lavoro”. 

Si è parlato di briciole, come in effetti in apparenza sono se rapportate al totale. 
Ma non è questo il vero problema e pertanto a poco servirà l’aumento dei fondi per questa voce a seguito della revisione del piano. Ciò che serve è intervenire sul problema culturale e sociale che si cela dietro questa indignazione. 
In un mondo ideale pensare che i fondi destinati ai giovani siano solo quelli definiti espressamente tali sarebbe un errore grossolano. In una società che funziona si dovrebbe poter dire che, al contrario, quasi tutti i fondi impatterebbero direttamente o indirettamente sulle vite dei giovani cittadini. Ad esempio, dei 19,7 mld per la sanità buona parte saranno investiti in innovazione, ricerca e digitalizzazione sanitaria nonché all’ampliamento dell’accesso ai percorsi di specializzazione dei neolaureati in medicina e chirurgia. Chi sarebbero dunque i protagonisti dell’ammodernamento tecnologico ed occupazionale del sistema sanitario se non i giovani? Allo stesso modo, come potrebbero non essere inevitabilmente giovani le risorse che attueranno la transizione green e digitale? Ancora, ci sono voci riguardanti il potenziamento della formazione turistica professionale, la rigenerazione urbana, la diffusione della cultura sportiva nelle periferie, gli interventi per l’occupazione femminile, di cui certo godrebbero anche le giovani generazioni. Senza dimenticare i fondi per il diritto allo studio e per la ricerca. In una società che funziona bene, dicevamo, questo sarebbe scontato. Invece in Italia ci si indigna in un modo che svela un deficit nell’approccio alle cose, un enorme gap socio-economico da colmare al più presto. 

Ciò che serve non sono tanto – o almeno non solo – progetti espressamente indirizzati ai giovani in un’ottica paternalistica e assistenziale, quanto più una riforma dell’occupazione giovanile strutturata, seria, stabile, che prescinda anche dal PNRR e dalla fretta con cui saranno prese le decisioni riguardanti quest’ultimo e che risolva il problema all’origine. Aprire realmente le porte dell’economia agli elettori in fiore è il volano per fare in modo che noi ragazzi finalmente diventiamo i protagonisti del nuovo mondo del lavoro, con la dignità che ci spetta, uno stipendio giusto, concrete opportunità di crescita. Solo così non avremmo più bisogno di essere presi per mano ogni volta. Solo cosi ci vedranno non solo alla voce “politiche giovanili” ma ovunque, perché ovunque esistiamo: sanità, turismo, scuole, PA, aziende, tribunali, campagne. La paura che non siamo stati presi abbastanza in considerazione nel PNRR dimostra che tutti sanno che siamo una categoria bistrattata da molto prima di marzo 2020. È ora che questa terrificante consapevolezza venga superata con politiche ragionate, non emergenziali.

Articolo già pubblicato in versione ridotta sul Quotidiano del Sud – l’Altravoce dei ventenni di lunedì 11/01/2021

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Classe 1993. Nata a Caserta, vive a Roma dove si è laureata in Giurisprudenza. Aspirante magistrato. Ama il diritto penale, la sua squadra di futsal e la scrittura. Dal suo profilo FB: «Io è una vita che scrivo. Nei diari segreti e in quelli di scuola, nei quaderni a quadretti, al pc, sui muri. Ovunque e in qualsiasi momento io senta l’esigenza indifferibile di cristallizzare un istante. Dipingo le pagine con i colori di parole a casaccio, di flussi di pensiero non sempre grammaticalmente corretti, vomitati con gioia o mentre piango a dirotto o mentre mi annoio. Io è una vita che vomito» Simpatica, creativa, alla mano, un po’ imbranata, molto permalosa.

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