L’abolizione della pena di morte

Un traguardo di civiltà giuridica ancora troppo lontano

Carcere di Bonne-Terre (Missouri), 5 ottobre 2021, 18:11 ora locale. Un’iniezione letale ha messo fine alla vita del 61enne afroamericano Ernest Johnson, condannato a morte per un triplice omicidio commesso durante una rapina tre anni fa. A nulla sono valse le richieste di organizzazioni internazionali e locali; nemmeno l’appello del Papa ha convinto la Suprema Corte degli Usa ad emettere un provvedimento di grazia o ad irrogare la pena detentiva in luogo di quella capitale. Giustizia è stata fatta, secondo i togati.

Questo è solo l’ultimo caso di cronaca che arriva da uno degli ancora 64 paesi cd mantenitori  della pena capitale. 

Secondo il report di Amnesty International sulla pena di morte, nel 2020 ci sono state nel mondo 483 esecuzioni capitali, il 26% in meno rispetto all’anno precedente. I dati parziali 2021 dell’osservatorio di Nessuno Tocchi Caino ad oggi ne contano 423. Sono numeri in calo rispetto al passato ma sono solo i casi dichiarati; occorre tener conto che alcuni paesi secretano i dati in materia di condanne capitali che, dunque, non sono integralmente reperibili. Per la Cina, ad esempio, fonti non ufficiali riferiscono di una media annuale che supera le 6.000 unità e che regala stabilmente al boia cinese questo aberrante primato mondiale; seguono Iran, Egitto, Iraq e Arabia Saudita. Si tratta, come detto, di dati non accertabili nonostante le continue sollecitazioni da parte delle Nazioni Unite di rendere fruibili i numeri su condanne, detenuti nel braccio della morte ed esecuzioni programmate, eseguite o commutate. 

L’Assemblea generale dell’ONU, invero, è particolarmente attenta al tema e dal 2007 ammonisce gli Stati che ancora prevedono la pena di morte come strumento ordinario di politica criminale. L’ultima risoluzione ONU per la moratoria universale della pena di morte è stata adottata nel dicembre 2020, con un record di 123 voti favorevoli. Tra i 38 stati sfavorevoli Libia, Egitto, Arabia Saudita, Singapore, Afghanistan, India, Giappone, Cina e Usa. Nel testo si invitano gli stati mantenitori a limitare progressivamente l’uso della condanna a morte, anche mediante la riduzione del catalogo dei reati per i quali questa può essere comminata, nonché a rendere disponibili le informazioni rilevanti circa l’uso di tale sanzione.

L’attenzione mondiale al tema sembra gradualmente sortire effetti, ogni anno aumentando il numero degli stati abolizionisti, che oggi sono 144. Da ultimi il Ciad e, negli Stati Uniti, il Colorado e la Virginia. Ma la strada per relegare definitivamente la pena capitale ai libri di storia è ancora lunga e il numero dei condannati a morte, che dal 2000 ad oggi secondo i dati di NTC è di 46.384 persone, è destinato a salire ancora molto. 

Eppure è dai tempi di Dei delitti e delle pene di Beccaria che la dottrina penalistica e criminologica segnala l’assenza di dati empirici in grado di dimostrare che la pena di morte sia un efficace strumento general-preventivo. Per le ricerche sull’efficacia deterrente della pena capitale il quadro ideale è rappresentato dagli Usa, che permettono di confrontare il tasso di criminalità di stati abolizionisti e mantenitori nonché di valutare le variazioni del tasso di criminalità nello stesso stato in tempi diversi e cioè nel vigore o meno della pena capitale. Ebbene nessuna indagine dimostra che il tasso di omicidi scende nella vigenza della pena di morte. Al contrario è statisticamente dimostrato che i cittadini provano compassione nei confronti del condannato e, non percependo la morte come pena giusta e proporzionata, perdono fiducia nei confronti di un sistema giuridico che sono poi più propensi a tradire. 

I cittadini delinquono nonostante la certezza della pena capitale e questo è dimostrato dai numeri stabili (sia pur non ufficiali) che arrivano dalla Cina: se ogni anno vengono condannate a morte più di 6000 persone vuol dire che più di 6000 persone si sono determinate a commettere reati nella consapevolezza di rischiare la morte. Sono numeri che dovrebbero fare riflettere quantomeno i leader delle democrazie liberali, dove il diritto alla vita di ciascuno è – o dovrebbe essere – inviolabile, non potendo subire l’arbitrio né degli altri cittadini né soprattutto dello Stato. 

L’abolizione della pena di morte è un punto irrinunciabile di civiltà giuridica.  


Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud – l’Altravoce dei ventenni