“E allora diciamolo tutti insieme, tutti insieme, quattro volte: siamo campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo! Abbracciamoci forte, e vogliamoci tanto bene; vogliamoci tanto bene. Perché abbiamo vinto, abbiamo vinto tutti stasera, abbiamo vinto tutti, amici, abbiamo vinto tutti, abbiamo vinto tutti amici. Guardate dove siete, perché non ve lo dimenticherete mai! Guardate con chi siete, perché non ve lo dimenticherete mai! E sarà l’abbraccio più lungo che una manifestazione sportiva vi abbia mai regalato, forse uno dei più lunghi della vostra vita”.

Con queste parole il telecronista Sky Fabio Caressa, esattamente 14 anni fa, annunciava il quarto trionfo della Nazionale Italiana di calcio ai campionati mondiali. Ora proviamo per un attimo a chiudere gli occhi ed a tornare indietro nel tempo, al 9 luglio del 2006: con ogni ragionevole certezza, ciascuno di noi ricorda con precisione dove, come e con chi ha visto quella partita.

L’audience della finale dei mondiali di Germania 2006 fu pari all’84%, con picchi dell’87%. In dati numerici, parliamo di circa 28 milioni di persone. Nel mondo circa un miliardo di persone seguì quella partita. Del resto, si sa, il calcio è lo sport nazionale in Italia. Circa 34 milioni di italiani si dichiarano appassionati di calcio ed attorno ad esso ruota un mondo che comprende non solo chi pratica questo sport ma un numerosissimo nugolo di persone che intravede una fuga dai problemi della vita quotidiana in un pallone che rotola. L’eccezionalità di quanto realizzato il 9 luglio del 2006 consiste, soprattutto, nel fatto che tutti tifavano per la stessa squadra, un po’ come si fa per una rockstar, e quella squadra vestita d’azzurro era l’Italia. Eravamo noi. E diventammo, quella sera, campioni del mondo. Di più, nulla.

L’Italia non era la favorita del torneo, i bookmakers quotavano la squadra di Lippi 8 contro 1, favoriti erano i tedeschi e naturalmente i brasiliani. Noi eravamo alla pari con Inghilterra ed Argentina. Del resto il nostro calcio stava vivendo uno dei momenti più bui e cupi della sua storia. Era appena scoppiato lo scandalo Calciopoli con tutte le conseguenze che ne seguirono, ed i nostri calciatori che partirono per la Germania, si trovarono a vivere in una bolla, lontani da tutto, uno dei mesi più duri della nostra vita sportiva. Seppero trasformarlo, però, in un mese fantastico.

Situazione analoga fu quella vissuta dalla nazionale italiana nel 1982, anno del Mundial in Spagna, con lo scandalo Totonero di soli due anni prima ed il coinvolgimento di alcuni calciatori come Giancarlo Antognoni, assolto in giudizio, e soprattutto Paolo Rossi, inizialmente squalificato per 3 anni, ridotti a 2 in appello. La squalifica di quest’ultimo terminò nell’aprile 1982 e Pablito venne ugualmente convocato dal C.T. Enzo Bearzot. Dopo alcuni passaggi in bianco nelle prime partite del girone che fecero ricadere su di lui feroci critiche, Rossi portò, a suon di gol, l’Italia a vincere la competizione ed a diventare campione del mondo per la terza volta. Altra analogia è  rinvenibile, dunque, tra Pablito e Francesco Totti, poiché il romanista, colpito duro in una partita di campionato contro l’Empoli nel febbraio 2006, sembrava praticamente escluso dalla lista dei 23 che mister Lippi poteva convocare per la spedizione tedesca. Invece, accadde una sorta di miracolo sportivo, sulla scorta di quanto fatto da Bearzot, Lippi disse chiaramente al capitano giallorosso di tenersi pronto perché lo avrebbe portato al Mondiale. Totti rispose presente e l’epilogo della competizione fu quello che conosciamo.

Nel 2006 la nazionale italiana cercava uno scatto d’orgoglio, bruciavano troppo nel cuore dei tifosi gli ultimi risultati. Il maledetto pomeriggio di Pasadena, nel 1994, con i rigori di Roberto Baggio e Franco Baresi che negarono agli azzurri il successo mondiale, il golden-gol di Trezeguet che infranse i nostri sogni ad Euro 2000, lo scellerato arbitro Byron Moreno che ci eliminò, con le sue decisioni dai mondiali del 2002, fino al “biscotto” tra Svezia e Danimarca che ci costrinse all’eliminazione da Euro 2004, reclamavano vendetta.

Nel girone di qualificazione l’Italia si qualificò come prima, diventando, quindi, testa di serie nel sorteggio. L’urna di Lipsia non fu eccessivamente benevola regalandoci, nel gruppo E, Repubblica Ceca, gli Stati Uniti ovvero l’eterna incompiuta del calcio mondiale, ed il Ghana alla sua prima esperienza iridata. La prima partita il 12 giugno ci vide battere in maniera non proprio tranquilla il Ghana per 2 a 0 con le reti di Pirlo e Iaquinta. Nel secondo match, contro gli Stati Uniti, il 17 giugno, accadde un po’ di tutto, l’Italia andò in vantaggio con Gilardino, si fece raggiungere da un autogol sfortunato di Zaccardo e De Rossi a causa di una gomitata a McBride rimediò espulsione e 4 turni di squalifica. Rientrerà in tempo per la finale, e, soprattutto, per calciare uno dei 5 rigori. Il 22 giugno, nell’ultima partita del girone contro la Repubblica Ceca serviva vincere per inserirci nella parte favorevole del tabellone eliminatorio. Una vittoria ci avrebbe consentito di affrontare prima l’Australia negli ottavi e dopo la vincente di Svizzera-Ucraina nei quarti, evitando di fatto lo spauracchio verdeoro. L’Italia vinse 2 a 0 grazie a Materazzi ed Inzaghi. Il difensore, subentrato ad uno sfortunatissimo Alessandro Nesta, infortunatosi per il terzo mondiale consecutivo, fu una delle chiavi di volta della vittoria azzurra. Si arrivò agli ottavi, l’Australia sorprese tutti e ci creò diversi problemi. Minuto ’92, risultato 0-0 tutti pensavamo ai tempi supplementari. Grosso entrò in area subì fallo: rigore. Totti trasformò ed andammo avanti. Sembrò un segno del destino. Nei quarti ci sbarazzammo per 3-0 dell’Ucraina grazie a Zambrotta ed alla doppietta di Toni. Semifinale, il 4 luglio del 2006, contro la Germania a Dortmund. Loro giocavano in casa, loro erano i favoriti per la vittoria finale. Noi eravamo quasi una sorpresa, ma la storia ci insegna che dal lontano 1970 (Italia Germania 4-3, la partita più bella di sempre) contro di loro non perdiamo. Partita tiratissima anche questa, fino al 119’, tutti pensavamo ai 5 possibili rigoristi ma, mentre stilavamo le nostre liste personali, calcio d’angolo per noi, Del Piero per Pirlo, tacco per Grosso, tiro a giro di sinistro: 1 a 0. Neanche il tempo di esultare che Del Piero segnò il 2 a 0 su assist di Gilardino e ci spedì dritti in finale. Berlino il 9 luglio del 2006 contro gli acerrimi nemici francesi. La partita si mise subito male per noi, al 7’ minuto passammo in svantaggio a causa di un discusso rigore di Zidane. L’Italia fu coriacea e con un colpo di testa di Materazzi raddrizzò la gara al 19’. Qualche altra emozione, tra cui la traversa di Toni, e si andò ai tempi supplementari. Buffon fu prodigioso su un colpo di testa di Zidane, poi lo stesso fuoriclasse francese decise di rovinare drasticamente la sua carriera facendosi espellere a causa della famosa testata a Materazzi. Andammo ai rigori. Per la seconda volta la Coppa del Mondo si decise ai rigori. Bisognava cancellare Pasadena. Pirlo, Materazzi, De Rossi e Del Piero segnarono, per loro sbagliò Trezeguet. Ultimo rigore, tutto nei piedi di Grosso: portiere da un lato, palla dall’altro. Grosso urlò, sembrò Tardelli dopo il 3-1 del 1982.

L’Italia è campione del mondo. Marco Civoli, telecronista Rai, disse “Il cielo è azzurro sopra Berlino”. Capitan Cannavaro alzò a quel cielo la Coppa. Nel 2006 l’inno della rassegna iridata divenne ben presto “Seven Nation Army dei The White Stripes”, che venne reinterpretata in “Po po popo po popo”, e risuonò, insieme all’Inno di Mameli, per tutta l’Italia la notte del 9 luglio 2006. Noi, tutti, ricordiamo chi ci era di fianco quella sera perché sicuramente lo abbiamo abbracciato. In attesa di rivivere emozioni simili possiamo dire che noi, tutti, siamo orgogliosi di essere italiani, anche grazie alla nostra nazionale di calcio.

A proposito dell'autore

Sante Filice

E' un neo trentenne cosentino. Chiamato da tutti Santino, è appassionato di sport, politica, musica e di tutto ciò che richiami in qualche modo la bellezza. Meridionalista convinto, economista per vocazione, il suo motto è "il meglio deve ancora venire".

Post correlati