Il 7 Ottobre si celebra la giornata del lavoro dignitoso. Tale concetto nasce nel 1981 da una Raccomandazione emanata dall’OIL (Organizzazione internazionale del lavoro) sul tema della Salute e della Sicurezza del lavoro. Il Direttore Generale Juan Somavia, durante una conferenza tenuta dall’OIL nel 1999, presentò il c.d. “Decent Work Report” attraverso queste parole: “oggi l’obiettivo primario dell’OIL è garantire che tutti gli uomini e le donne abbiano accesso ad un lavoro produttivo, in condizioni di libertà, uguaglianza, sicurezza e dignità umana.”
Il lavoro dignitoso si applica a qualsiasi categoria di lavoratori ed è stato istituzionalizzato formalmente nel 2008 con l’adozione della Dichiarazione dell’OIL sulla giustizia sociale per una globalizzazione giusta.
La realizzazione universale del lavoro dignitoso dovrebbe raggiungere quattro obiettivi strategici, oltre a perseguire l’intento dell’uguaglianza di genere: innanzitutto, creare opportunità di occupazione e remunerazione per tutti; garantire i principi e diritti fondamentali nel lavoro quali la libertà di associazione e il diritto alla contrattazione collettiva, l’eliminazione del lavoro forzato e del lavoro minorile e la non discriminazione in ambito lavorativo e professionale. Occorre poi rafforzare ed estendere la protezione sociale e promuovere il tripartismo e il dialogo sociale.

Si può parlare realmente oggi di lavoro dignitoso?

Il nuovo rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro rileva che  la mancanza di lavoro e l’insufficienza di un lavoro adeguatamente retribuito colpisce quasi mezzo miliardo di persone. Non solo manca il lavoro dignitoso, ma aumenta smisuratamente la disoccupazione e persistono le disuguaglianze. Nel 2020 la disoccupazione dovrebbe aumentare di circa 2,5 milioni, come emerge dal rapporto sulle prospettive occupazionali e sociali nel mondo.
Come ha dichiarato il Direttore Generale dell’OIL Guy Ryder, “Per milioni di persone, è sempre più difficile costruirsi una vita migliore attraverso il lavoro. La persistenza delle disparità e dell’esclusione legata al lavoro impedisce loro di trovare un lavoro dignitoso e di costruire un futuro migliore. Si tratta di una realtà piuttosto preoccupante che ha implicazioni importanti sulla coesione sociale”.
Come può celebrarsi allora la giornata del lavoro dignitoso, quando quest’ultimo è una conquista di pochi e resta ancora una speranza lontana per molti?
I dati rilevati sono sconcertanti perchè, oltre al numero totale di disoccupati nel mondo (188 milioni), 165 milioni di persone hanno un lavoro con retribuzione inadeguata e 120 milioni hanno rinunciato a cercare attivamente nel mercato del lavoro o non hanno accesso al mercato del lavoro. Inoltre, le disparità di reddito sono maggiori soprattutto nei paesi in via di sviluppo dove si prevede, purtroppo, che nel 2020-2021 aumenterà la povertà lavorativa moderata o estrema. Per quanto riguarda la situazione dei giovani, i dati sono allarmanti: 267 milioni di giovani (15-24 anni) non lavorano, non studiano e non frequentano corsi di formazione, mentre sono ancora più numerosi coloro che lavorano con condizioni di lavoro sub-minime. Come ha dichiarato Stefan Kühn, autore principale del rapporto: “le nostre economie e società stanno perdendo i potenziali benefici di un’enorme riserva di talenti umani”.

In Italia, com’è noto, i giovani talenti preferiscono andare all’estero per non subire un susseguirsi di stage e tirocini non pagati, di soli rimborsi spese, di promesse di contratti che mai saranno conclusi. Secondo l’Istat, tra il 2013 e il 2017 il numero di laureati espatriati è aumentato del 41,8%, mentre i rimpatri sono rimasti più o meno costanti. Solo nel 2017 sono emigrati quasi 48 mila italiani  tra i 18 e i 34 anni e 32 mila  tra i 35 ed i 49 anni. Non solo l’italia si dimostra incapace di trattenere i suoi migliori talenti, ma fallisce anche nelle politiche intraprese per sostenere il loro rientro: dei 14 mila italiani rientrati negli ultimi 8 anni in università ed enti di ricerca nazionali, la metà ha già scelto di espatriare di nuovo una volta terminati gli incentivi. Il quadro generale della situazione lavorativa in Italia si aggrava se si pensa alle differenze retributive nei confronti di donne, giovani, stranieri e precari. Gli uomini lavorano più delle donne e sono pagati di più; i giovani compresi nella fascia d’età 15-29 anni sono pagati in media 10,03 euro all’ora, mentre i lavoratori di età uguale o superiore a 50 anni percepiscono 12,46 euro all’ora. Il differenziale tra gli stipendi dei lavoratori stranieri nati nei Paesi extra europei è pari al 13,2% in meno rispetto agli stipendi dei lavoratori italiani, percentuale che scende al 9,4% in meno in caso di stranieri nati in Europa. Vivere nel sud Italia è un’altra condizione che fa la differenza a livello di retribuzione:  il differenziale retributivo tra Nord e Sud è del 16,2%. Siamo dinanzi a disparità evidenti, a realtà di sfruttamento e lavoro mal retribuito. Prima della retribuzione, occorre la dignità del lavoro che possa donare agli individui la dignità del vivere, perchè è intorno al lavoro che si misura il valore e la verità di una democrazia.

Per i primi filosofi moderni, il lavoro è la più alta espressione della essenza umana: l’uomo, con la sua ragione tecnica, diventa il centro della creazione.

In uno spettacolo dedicato alla Costituzione, Roberto Benigni, ha pronunciato queste splendide parole: “Il lavoro è la nostra libertà, la nostra indipendenza, la nostra vita, c’è un legame strettissimo tra il lavoro e la nostra personalità; quando noi lavoriamo non modifichiamo solo l’oggetto al quale stiamo lavorando, modifichiamo noi stessi, diamo una forma alla nostra vita. Se non ho il lavoro non sono nessuno, crolla tutto: la Repubblica e la democrazia. Con la disoccupazione le persone non perdono solo il lavoro, perdono se stesse, non sanno più chi sono, stanno male e producono infelicità. Quando non c’è lavoro perdiamo tutti perché si produce infelicità, amare il proprio lavoro è una vera e concreta forma di felicità sulla terra; quello che spetta alle future generazioni ed ai futuri governi è anche di far sì che ognuno di noi ami il proprio lavoro”.

Già pubblicato, in versione ridotta, su L’Altravoce dei Ventenni – Quotidiano del Sud 05/10/2020

A proposito dell'autore

Alessia Martire

Diplomata al liceo classico, ha conseguito la laurea magistrale in giurisprudenza e la specializzazione in professioni legali all'università ‘’La Sapienza’’ di Roma e ha svolto la pratica forense in diritto civile e diritto amministrativo. Appassionata anche di economia, ha conseguito un master giuridico economico con una tesi sul marketing nell’era digitale. La scrittura è sempre stata una delle sue grandi passioni, per questo motivo ha seguito un workshop sul giornalismo d’inchiesta presso la sede de “Il Fatto Quotidiano” e ha partecipato, vincendolo, ad un concorso di poesia. Nel 2019 è vincitrice di una borsa di studio dell’EWEI (Eastwest European institute) nell’ambito del progetto “Economic Diplomacy” a New York che le ha permesso di visitare la sede del Consolato italiano a New York, di svolgere attività di studio e ricerca nelle sedi della PepsiCO e del Financial Times e di partecipare a dibattiti di diplomazia economica all’ONU. Studiosa dei diritti umani, si occupa di diritto internazionale in veste di articolista per la rivista scientifica "Salvis Juribus" e ha fondato il suo sito di diritto "La legge spiegata ai bambini". Ama il teatro, il cinema e la musica blues.

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