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Afghanistan: un ritorno al passato

I Talebani di oggi sono gli stessi di ieri?

La precarietà dei nuovi scenari che animano l’Afghanistan sembra non offrire certezze sulle sorti di un Paese che stenta a trovare una sua stabilità. Per comprenderne meglio le dinamiche, abbiamo incontrato Alberto Ventura, docente di Storia dei Paesi Islamici presso l’Università della Calabria.

  • Professore, come si presenta il nuovo governo talebano e da dove trae oggi la sua autorevolezza?

Direi che il governo appena annunciato non si presenta sotto i migliori auspici. La scelta dei ministri dimostra che si è cercato un certo equilibrio fra le diverse tendenze presenti fra i Talebani, senza però la minima traccia di inclusione delle altre componenti la società afghana che, com’è noto, è divisa fra etnie, lingue e culture differenti. In questo modo l’autorevolezza del governo sembra piuttosto fragile, perché basata solo sulla forza del vincitore e non su una reale rappresentatività delle varie anime dell’Afghanistan. Tuttavia, l’autorevolezza di un governo si misura anche in base al suo riconoscimento internazionale, e su questo punto la partita è appena iniziata. Il primo governo talebano, quello del 1996, venne riconosciuto solo dal Pakistan, dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, e si trovò così sostanzialmente isolato. I Talebani di oggi, consapevoli di questa debolezza, cercano di accreditarsi come interlocutori affidabili ad una platea più ampia, ma finora solo la Cina ha mostrato verso di loro una sostanziale apertura. Tutto dipenderà dall’orientamento delle altreNazioni, soprattutto di quelle più rilevanti sul piano internazionale, e da quanto il nuovo governo di Kabul riuscirà a convincere il resto del mondo riguardo alla propria capacità di governare effettivamente il Paese senza ricorrere alla mera forza della repressione.

  • Quest’anno ricorre il memoriale ventennale della strage delle Torri Gemelle messa in atto dai terroristi appartenenti all’organizzazione di al-Qaida. Muhammed Hasan Akhund, primo ministro del nuovo governo, è uno dei nomi associati a varie delle figure terroristiche contemplate dall’Onu. Crede sia plausibile prospettare i presupposti di una nuova guerra civile? Qual è l’ideologia che muove gli attentati terroristici e cosa la differenzia invece dal culto del libro sacro dell’Islam, il Corano?

Una nuova guerra civile può prospettarsi solo se nasceranno consistenti movimenti di ribellione contro i Talebani, cosa che, al momento, è accaduta solo nel caso della provincia del Panjshir, abitata dall’etnia tagika. Sembra che per ora la rivolta sia stata repressa, e non è possibile ipotizzare a breve nuove resistenze di portata apprezzabile; ma l’Afghanistan è un Paese da sempre portato alle divisioni intestine e quindi non si può escludere l’insorgere di ulteriori conflitti. Ancora una volta, tutto dipenderà da come i Talebani riusciranno ad esercitare un controllo su tutta la Nazione, che i precedenti storici ci dimostrano essere un obbiettivo molto difficoltoso.Sull’ideologia del terrorismo va sottolineato che essa è comparsa in epoca relativamente recente e che rappresenta un deciso allontanamento dall’Islam tradizionale, che è ancora maggioritario ma che raramente riesce a esprimere la propria forza sul piano politico o militare. Per segnalare questa divaricazione fra l’Islam della tradizione e la più moderna e violenta ideologia politica che ad esso pretende di rifarsi sarebbe opportuno utilizzare due termini distinti: Islam nel primo caso e Islamismi nel secondo, per far comprendere che, a parte certi riferimenti comuni, si tratta di due universi distinti e per molti versi incompatibili.

  • Chi sono i talebani?  Cosa li differenzia dai mujahedin?

Col termine generico di Mujahedin si indicavano tutti coloro che, a diverso titolo e con differenti motivazioni, scesero in campo per combattere l’invasione sovietica negli anni ’80. Un più piccolo gruppo di questi guerriglieri è poi andato a costituire, nella seconda metà degli anni ’90, il movimento talebano, che operò inizialmente dalle sue basi in Pakistan per riprendersi infine il controllo dell’Afghanistan dal 1996 al 2001.

  • La ricomparsa dei talebani è apparsa ai più improvvisa, quasi inaspettata. Può mostrarci un quadro geo-politico che possa aiutare, quanti leggono, a comprendere meglio le ragioni di un possibile ripristino dell’Emirato islamico?

È da diversi anni che i Talebani, mai definitivamente sconfitti dagli interventi degli eserciti occidentali e di quello afghano, sono riusciti a far crescere la loro influenza nel tormentato panorama dell’Afghanistan, tanto che già all’epoca dell’amministrazione del Presidente Obama gli Stati Uniti avevano iniziato ad aprire un dialogo con loro nell’intento di creare una nuova stabilità nel Paese. Il loro ritorno non è giunto quindi inatteso, ma a sorprendere è stata piuttosto la rapidità con la quale hanno compiuto la loro riconquista. Il ritiro intempestivo delle truppe straniere è stato il frutto di un calcolo grossolanamente errato sulla capacità dei Talebani di battere un esercito afghano mal preparato e di ottenere una vittoria così veloce. Il ripristino dell’Emirato, infine, è stato la logica conseguenza del fallito tentativo protrattosi per vent’anni di controllare un’area del mondo che, per la sua posizione di crocevia strategico dal punto di vista militare ed economico, possiede un valore geo-politico della massima importanza.

  • Vari gruppi islamisti adottano metodi di azione particolarmente efferati. Che valenza ha la logica del terrore e della caccia all’uomo per gruppi militari simili? I talebani di oggi sono gli stessi di ieri?

Anche se nel nuovo governo afghano vi sono diversi esponenti della precedente esperienza talebana, i Talebani di oggi sono – o cercano di apparire – diversi da quelli di vent’anni fa. Hanno compreso che il loro estremo radicalismo del passato è stato alla lunga un elemento nocivo per i loro scopi, e quindi ora cercano di costruirsi un’immagine più “rispettabile”. Per riuscirci dovranno però dimostrare con i fatti, e non solo a parole, che questo nuovo corso corrisponde a un’effettiva realtà. A cominciare da una netta presa di distanze da ciò che resta di al-Qaida, in rispetto degli accordi di Doha che impongono ai Talebani di non ospitare più nel loro territorio nessuna formazione di stampo terroristico. Anche in questo caso, a parte qualche dichiarazione di facciata, finora non sembra che sia stata presa nessuna misura concreta in tal senso.

  • Il portavoce talebano Zabihullah Mujahid ha ufficializzato la volontà, del nuovo governo, di onorare i diritti acquisiti dalle donne nel rispetto delle norme della legge islamica. Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’inizio di un anno accademico che vede, nuovamente dopo diverso tempo, uomini e donne separati. Ma non è tutto. Viene ripristinato l’uso dell’abaya e del niqab che lasciano scoperti occhi e mani. Le donne denunciano il timore della perdita delle libertà sinora acquisite nonché la plausibile disparità di trattamento nella qualità di un’istruzione capace di confinare, nuovamente nel tempo, la figura della donna ad un ruolo marginale. Qual è e qual’era il valore riconosciuto alla donna nella religione islamica?

Le prime dichiarazioni del governo in questa fase costituente rispondono alla logica di tranquillizzare gli osservatori internazionali sulla natura “morbida” di questo passaggio di potere. Ma come già detto si può trattare di un semplice espediente per evitare allarmismi su questioni che i Talebani sanno essere particolarmente sensibili in Occidente. La partita si gioca, almeno dal punto di vista mediatico, sulla questione dei diritti umani e politici, e soprattutto sulla situazione delle donne. La storia e i dati statistici ci dicono che, nel periodo della loro precedente presa del potere, la condizione femminile in Afghanistan è enormemente peggiorata sotto i Talebani. Su questo punto così delicato agli occhi delle opinioni pubbliche mondiali, credo che non dobbiamo farci troppe illusioni: per quanto non tutti i Talebani condividano il loro radicalismo in maniera ugualmente aggressiva, tutti tendono comunque ad applicare un’interpretazione estremamente letterale del dato religioso, che ha solo pochi precedenti storici in gruppi circoscritti (come i Wahhabiti dell’Arabia Saudita) e che li differenzia dalla gran parte degli altri musulmani, da sempre molto più flessibili su tali materie. Chiunque abbia una qualche esperienza diretta dei Paesi islamici sa quanto in molti di essi le donne godono di una posizione giuridica e sociale di gran lunga migliore rispetto a ciò che qui da noi si tende a credere, e so di molte musulmane che considerano le loro tradizioni preferibili alle violenze e alle discriminazioni che le donne subiscono quotidianamente in Occidente. Una migliore conoscenza della storia dell’Islam e della sua vita vissuta sarebbe utile per combattere certi stereotipi che ancora inquinano il nostro giudizio e che non facilitano una reale comprensione delle reciproche differenze.


Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud – l’Altravoce dei ventenni