Cosa accade quando i luoghi dell’Arte sono chiusi? Cosa accade quando l’impegno degli artisti viene rinchiuso tra le mura di casa? Insieme a Luisa Banfi e Davide Fasano, entrambi studenti presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, lei regista e lui attore, abbiamo provato a rispondere. Luisa e Davide, insieme ad altri compagni di studi, hanno fondato la pagina Instagram StArteaCasa, in cui rendono l’Arte il filo conduttore del periodo di isolamento. Attraverso contributi artistici di varia natura inviati dagli utenti, fotografie, dipinti, poesie, pezzi recitati, l’Arte si è dimostrata essere uno strumento capace di sopravvivere e resistere.

Raccontateci la storia di come nasce StArteaCasa e dei ragazzi che l’hanno creata.

Nasce dalla voglia di continuare a rimanere in contatto durante l’emergenza e dimostrare che l’Arte continua a vivere nonostante tutto. L’obiettivo, oltre a quello di lasciare libero spazio all’Arte e alla creatività, è quello di fornire nuove conoscenze creando una rete di scambio tra giovani attori, professionisti già affermati e semplici curiosi. Siamo un gruppo di ragazzi che si sono conosciuti in Accademia, tra attori e registi. Abbiamo sempre voluto che fosse un progetto poco autoreferenziale e che si espandesse sia tra di noi, sia tra gli utenti che si sono avvicinati alla pagina. Per questo, non ci siamo voluti dare un’aspirazione commerciale o dettata da scelte artistiche individuali. Ci siamo posti come intermediari tra ciò che la gente voleva esprimere e il mezzo per farlo. Le richieste provenivano da tutta Italia, i primi giorni siamo stati letteralmente sommersi da materiale.

Qual è il vostro pubblico? Come avete organizzato il lavoro?

Siamo riusciti ad intercettare persone molto diverse, non solo appassionati di teatro o aspiranti professionisti del campo. Volevamo che tutti si sentissero liberi di esprimere l’Arte secondo il proprio punto di vista: canzoni, poesie, testi teatrali… Ci hanno mandato di tutto. Proponiamo ogni tre giorni un tema che può essere contingente a quello che sta succedendo, come contatto e lontananza, e altri più legati all’Arte. Sabato e domenica il tema, invece, è libero. È stata programmatica l’idea di non fare una cosa fine a sé stessa, visto che c’è già la tendenza di fare il teatro per il teatro. Abbiamo iniziato a fare le live su Instagram, perché funzionano bene e sono estremamente formative. Siamo stati fortunati ad avere potuto intervistare attori super preparati che sanno fare bene il loro mestiere e sanno consigliare. All’inizio è stato un modo per chiedere un aiuto a chi è più grande di noi rispetto a ciò che stiamo vivendo, e abbiamo avuto riscontri bellissimi. Paolo Genovese, Ambra Angiolini, Luca Argentero… è stato bello perché noi abbiamo sete di sapere e loro si sono riscoperti in un momento in cui hanno bisogno di dare.

Dove pensate che risieda la vostra forza? Vi aspettavate questo successo?

La nostra forza potrebbe essere l’impegno di rendere l’Arte uno strumento che esorcizza. Poi, non ci stanchiamo mai di fare. Al successo, in realtà, non abbiamo mai pensato. Ci seguono in tanti e fa piacere, ma l’obiettivo principale rimane quello di fare e di imparare, conoscere artisti e persone nuove. Abbiamo anche organizzato dei modi per conoscere chi ci mandava i video, creando momenti di ritrovo come il caffè e l’aperitivo virtuale. 

L’Arte è stata una delle risposte più sentite a questa situazione di crisi. Che idea vi siete fatti a riguardo?

Questo momento sta servendo a ritrovare noi stessi e i desideri che avevamo perso. Siamo stati messi di fronte alla nostra interiorità e bisogno di non stare da soli, o del contrario. Siamo stati costretti ad uno stop completo della nostra quotidianità, svincolati da logiche di tutt’altro tipo. Abbiamo riscoperto il desiderio di espressione, di affidarci all’Arte perché può comunicarci qualcosa di noi che non conosciamo. Siamo più in contatto con quei lati di noi che solitamente non ascoltiamo, e speriamo che le persone, finita la quarantena, inizino ad ascoltarsi di più. Magari, se un giorno si finisce di lavorare un’ora prima per andare a teatro, non succede nulla, anzi. Ci godremo l’Arte, perché capiremo di averla sottovalutata, e questo periodo ce lo sta dimostrando. 

Al livello istituzionale, l’attenzione agli artisti è stata minima. Come pensate possa risolversi la questione? Ammesso che una soluzione ci sia.

Innanzitutto, ci si potrebbe ricordare che gli artisti esistono. In tutti i decreti, dirette, conferenze, non si sono mai spese neanche due parole sui lavoratori dello spettacolo. Ci sono tante persone che campano di questo, ma nessuno sembra ricordarsene. É molto possibile che dopo, la situazione rimanga la stessa. Ci scorderemo degli artisti? Non lo so, ma temiamo possa non accadere nulla di nuovo. 

Il teatro sarà diverso quando tutto sarà finito?

Molto probabilmente si. In una bozza dell’AGIS (Associazione Generale Italiana dello Spettacolo, ndr) si diceva che anche a teatro ci saranno le norme di distanziamento tra gli spettatori, ma non solo, anche tra gli attori in scena. Una cosa impensabile. Dobbiamo accettare che sarà tutto diverso, ma ancora non se ne parla a sufficienza. Anche in questo campo ci saranno attività che non ripartiranno, teatri che non riapriranno. Gli artisti, per farsi sentire, dovranno inventarsi qualcosa di nuovo, perché tutto questo è diventato insostenibile. Forse il teatro su Zoom è possibile, ma bisogna rimodularlo, pensare ad un nuovo linguaggio per la performance digitale. Non si può, però, ridurre il teatro allo streaming, non è la stessa cosa. Non può esserlo. Il teatro è fatto di vicinanza, lacrime, sudore, scenografie e costumi. Ma soprattutto, di passione. Il teatro si fa a teatro.

La speranza è che nessuno si dimentichi degli artisti e del teatro, che si continui a mandare avanti questa grande e bellissima macchina. Il teatro sarà sempre un modo di esplorare l’essere umano nelle sue sfaccettature: ne abbiamo bisogno.


Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud – L’altra Voce dei Ventenni del 04/05/2020

A proposito dell'autore

Maria Letizia Stancati

Nata a Cosenza nel 1994, vive da sette anni a Roma. Laureata in Filologia Moderna, attualmente tenta di rendere produttiva la sua laurea seguendo un Master e facendo tutti i lavori possibili. Ama la musica, viaggiare, la vita la coinvolge totalmente e vorrebbe scoprire il mondo. La sua passione più longeva è sicuramente la lettura, il primo libro che ha letto è “Giovanna nel Medioevo” e ha pianto senza ritegno dopo aver terminato “La piccola Principessa”. Incapace e negata per ogni tipo di sport (ma è fiera di aver praticato basket per una settimana), ama correre con le cuffie nelle orecchie e camminare per tutta Roma. Il suo gruppo preferito sono gli Oasis, e mentre spera che tornino insieme, immagina sempre come sarebbe la sua vita se la smettesse di sognare ad occhi aperti.

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