“Calabria, Terra Mia” di Muccino racconta di una Calabria patinata, idealizzata, scomparsa forse da trent’anni.
Il mare verde smeraldo di Tropea – che nemmeno i Caraibi – è degno di una postproduzione che esaspera tutti i colori ambientali (e non). 

Rappresentare i giovani con coppola e bretelle è come farsi la foto col centurione romano davanti il Colosseo, ricordare un passato ormai lontano.

Bambini che giocano a pallone in cortile, millenial seduti su sedie in legno in mezzo alla piazza. In Calabria non c’è niente di tutto ciò, solo gli anziani si comportano ancora così.

Per chi fraintendesse il mio pensiero: non sono d’accordo con il corto. Mantenere le tradizioni non implica che dobbiamo tornare a camminare con l’asinello, possiamo benissimo fare i registi o i social media manager preservando la nostra essenza. Non serve indossare bretelle e coppola. 

I personaggi sono rappresentati come una brutta copia dei vecchi siciliani, quando abbiamo un dialetto e un abbigliamento completamente diversi. 

Parlando dei paesaggi, invece, Tropea è meravigliosa, ma avrebbero potuto inquadrare gli scorci veri e propri, essendo uno dei borghi più belli d’Italia. O, ancora meglio, avrebbero potuto alternare scene a Tropea ad altre in località marine della provincia cosentina (Diamante, ad esempio, ha stradine bellissime). 

Ma quello che fa riflettere non è la rappresentazione stereotipata – anche se voglio far notare che in Italia abbiamo migliaia di gesti per esprimere un concetto e in questo video ne esiste solo uno e usato anche gratuitamente. 

Io dico “magari la Calabria fosse così”.

La tradizione, il dialetto… sono tutti aspetti ormai andati persi. Le nuove generazioni parlano solamente italiano, non conoscono i nostri dolci natalizi. Da una parte il capitalismo ci ha indotti a omologarci, dall’altra la sinistra inneggia al meticciato. Io dico che siamo tutti uguali, che una persona che migra nel nostro Paese debba mantenere i propri codici culturali (cibo, religione, ecc.) e che lo stesso Paese “ospitante” debba fare il possibile per rispettarli.

Il problema non è lo Stato, siamo proprio noi cittadini a ripudiare le nostre tradizioni. “Una cosa non esclude l’altra” mi si dice sempre, ma poi festeggiamo il Black Friday/San Patrizio senza degnare di uno sguardo il Carnevale.

Qualche sociologo direbbe che “l’identità è razzismo e negazione dell’altro”. Assolutamente no.

Pasolini voleva preservare una parte di Roma, le borgate e il suo dialetto. Ne “La Forma della Città” esprimeva le sue preoccupazioni riguardo l’imminente addio a palazzi e monumenti storici e, pochi mesi prima della sua morte, votò il Partito Comunista che portò avanti l’idea di salvaguardare la nostra cultura. Era la Roma di Sora Lella e Mario Brega, del sodalizio con Carlo Verdone. 

Ormai è senso comune considerare “volgare” o “delinquente” chi parla in dialetto. La verità sta nel mezzo, esistono contesti formali che richiedono l’italiano e altri in cui si può parlare più liberamente. Di certo, se vado in azienda non faccio una presentazione in cosentino, ma se parlo con un anziano cresciuto in un paesino o con gli amici non discuto in maniera aulica.

Studenti calabresi che vanno in un’altra Regione e, dopo nemmeno due mesi, parlano finto romanaccio e come risultato fanno imbarazzare l’interlocutore (cringe diremmo in questi tempi di web). 

C’è bisogno di saper usare ambedue i registri ma soprattutto di non vergognarsi delle proprie origini.

Uscite, parlate in dialetto, usate i nostri modi di dire, gesticolate a più non posso. All’estero amano la nostra cultura, ma non quella stereotipata e impostata. E, cosa più importante, la amano se non la facciamo morire. Il corto è falso, ma possiamo promuovere meglio la Calabria. Ovviamente, mantenendo le giuste tradizioni.

Contiamo anche il fatto che il denaro poteva essere meglio investito. Non chiamando un attore famoso per fare più visualizzazioni, ma concentrando i fondi nel reparto tecnico. Parliamo di promuovere le personalità calabresi, i giovani, gli ultimi, ma poi con quei milioni di euro ingaggiamo Muccino. Perché, invece, non investire in un giovane regista calabrese, per esempio?

Pierluca Gallo

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