Di NICOLA H. COSENTINO

Certi passaggi tecnologici sono chiari e relativamente lenti. Prendiamo la trasformazione graduale del telefono. Dalla cornetta di Meucci al mezzo chilo con antenna dei primi GSM fino all’IPhone 6, creatura inviolabile degna dei supereroi, c’è voluto un tempo lungo ma carico di aspettativa: ci si diceva “adesso diventeranno più piccoli e più leggeri, colorati e senza antenna, si potrà andare su Internet e cambiare nome all’autoscatto”. Più o meno, con la Apple di mezzo ed una buona dose di abitudine alla realizzazione delle fantasie, ce lo aspettavamo tutti.

Con il cinema e la televisione le cose non sono andate così lisce. A parte qualche evoluzione ovvia ma discutibile (il digitale e il 3D, uno non si vede e l’altro è “una cagata pazzesca”, per citare Fantozzi) sono rimasti gli stessi vecchi amici degli tempi che furono. Per questo Netflix, la piattaforma statunitense di streaming on demand, è di difficile definizione. Nata nel 2003 per “servire” le industrie del cinema come videonoleggio online, oggi Netflix è il cavallo su cui puntare se si sta scommettendo sulla morte di cinema e tv. L’inversione di tendenza è avvenuta quando lo streaming ha sostituito l’home video, e Netflix – in Italia insidiata, ma neanche troppo, da Infinity di Mediaset Premium – è diventata dal 2008 quello che è adesso, ovvero un’alternativa pesante ai due schermi principali, con più di 50 milioni di abbonati in tutto il mondo.

netflix-logoOra, che le finestre distributive rendano ancora troppo lungo il lasso di tempo che intercorre tra l’uscita di un film nelle sale e la sua fruizione tramite home video, pay tv e video on demand è cosa chiara a tutti. Il punto è che l’immediato sfruttamento di un film tramite Vod, per esempio, comporta una chiara disaffezione nei confronti dei cinema. Che a sua volta incrementa il ricorso allo streaming totale – non solo quello legalizzato, quindi, ma anche e soprattutto la pirateria. La strada proposta da Netflix per ovviare a questo circolo vizioso è la trasformazione della propria piattaforma Vod in un nuovo tipo di casa di produzione. Così, dopo aver prodotto dal 2012 sette serie tv tra cui le originali e pluripremiate House of Cards e Orange Is the New Black, Reed Hastings, CEO di Netflix, ha annunciato l’uscita di La Tigre e il Dragone 2, primo film figlio dell’on demand.

Non è una scelta casuale quella di puntare sul prosieguo della storia che fruttò al film di Ang Lee quattro premi Oscar. In primis perché La Tigre e il Dragone è la pellicola non americana che storicamente ha incassato di più negli Stati Uniti, circa 28 milioni di dollari. In secondo luogo perché il progetto richiamerebbe un pubblico prevalentemente asiatico. La Cina, in particolare, è il Moby Dick delle mire di Hastings: enorme, ipertecnologica e fino ad ora inespugnata. Senza Netflix ma con il maggior numero di sale Imax al mondo, quello cinese è il mercato ideale per la nuova formula prevista dalla piattaforma americana: una doppia uscita, contemporanea, on demand e nelle sale Imax. Ma non nei piccoli cinema, che per Hastings non fanno la differenza con lo schermo del pc.

Se funzionasse – al netto della protesta di gran parte delle compagnie Imax, che pur “privilegiate” rispetto alle sale classiche si troverebbero a dover accogliere una vera e propria concessione da parte dello streaming – il ko coinvolgerebbe le tv via cavo e tutte le altre piattaforme di on demand. Oltre alle sale cinematografiche, ovviamente. Un fair play che profuma di vittoria già conseguita, quello di Netflix nei confronti degli Imax.

In Italia si era provato a sfidare il percorso canonico delle grandi produzioni con La Meglio Gioventù, trasmesso a puntate su Rai 1 e distribuito, tempo dopo, al cinema. Ma dietro c’era la Rai, sicura del tentativo, come oggi c’è Sky dietro la scelta di rastrellare qualche incasso con Gomorra – La Serie sul grande schermo, dopo il successo straripante in televisione. La sfida di Netflix è più rischiosa e concettualmente problematica: c’è da sperare che nel 2015, quando La Tigre sarà pronta, il Dragone sia capace di reagire.

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A proposito dell'autore

Nicola H. Cosentino
Vicepresidente - Caporedattore

Di spirito sabaudo, è cresciuto negli anni d’oro delle Spice Girls e dei Backstreet Boys, per cui è convinto che il meglio debba ancora venire. Realizza cortometraggi autoprodotti, cucina Burritos e Cous Cous, disegna a modo suo e suona – sempre a modo suo – la chitarra for personal use only. La sua canzone preferita è Ashes to Ashes di David Bowie, che una volta negli ultimi tre anni è perfino passata in radio. Laureato in Scienze Politiche e giornalista pubblicista, ritiene che il suo successo più grande sia una fotografia che lo ritrae con Al Pacino (in cui entrambi sono venuti molto male). Ha lavorato nell'editoria londinese, per cui è molto sensibile alla tematica dello schiavismo.

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