Troppo spesso sottovalutiamo il potere di un tocco, un sorriso, una parola gentile, un orecchio in ascolto, un complimento sincero, o il più piccolo atto di cura, che hanno tutti il potenziale per trasformare una vita intorno” scriveva Felice Leonardo Buscaglia – detto Leo – docente dal 1965 al 1984 presso il Department of Special Education della University of Southern California, meglio conosciuto come “il professore dell’Amore”.

Il prof. Leo sarebbe certamente felice di sapere che, secondo alcuni studi, gli esseri umani cominciano a praticare l’arte dell’empatia addirittura a partire dai sei mesi di vita. Insomma: secondo la scienza, gli uomini tendono, sin dalla nascita, a sperimentare la condivisione emotiva e/o cognitiva (a seconda delle scuole di pensiero), a voler comprendere le emozioni e i bisogni del prossimo.

L’emergenza COVID-19, o meglio, la quarantena determinata dalla pandemia, ha certamente tirato fuori il meglio di noi in quanto a “gentilezza”. Basti pensare allo slogan dell’ “andrà tutto bene” presente un po’ ovunque, agli arcobaleni, ai flash-mob dai balconi, finanche alla spesa a domicilio promossa soprattutto per aiutare le persone non autosufficienti. La pandemia ha quindi avuto il grande pregio di risvegliare in noi il senso di collettività, di farci praticare quella famosa “gentilezza a casaccio” che tanto piace al mondo di Instagram.

O, almeno, così credevamo. Già, perché “a debita distanza” è tutto molto più fattibile: è facile volersi bene quando si sta al sicuro nelle proprie case, è facile essere gentile col vicinato mettendo a disposizione il proprio stereo per cantare tutti insieme l’Inno di Mameli quando i dirimpettai sono l’unica forma di vita senziente che ci è permesso vedere, è facile chiamare “eroi” medici e infermieri quando si ha paura di perdere la vita. L’applicazione pratica dell’ “aiutiamoli ma a casa loro”.

Cosa ben diversa è rimanere gentili, empatici e altruisti quando le gabbie dorate si aprono e noi, primogeniti dell’individualismo occidentale, veniamo scaraventati di nuovo nel mondo reale ancora infestato dallo spettro del virus. L’epica “fase 2”, insomma. Certo, la paura ancora c’è ma non è più quella di prima o almeno è somministrata in quella giusta dose che causa una profonda diffidenza verso il prossimo, possibile untore, ma senza alcun raptus isterico con annessi aglio, crocifisso e paletto nel cuore di chiunque si conceda un banale colpo di tosse.

La fase 2 è esattamente questo: un momento di transizione in cui siamo liberi, ma non troppo; impauriti, ma non troppo; consapevoli, ma non troppo. E la gentilezza? Beh, quella è difficile da conservare. È difficile trovarsi materialmente davanti a chi ha bisogno, nella realtà, di quella gentilezza digitale che tanto si è osannata. Ho assistito personalmente a scene tragicomiche di baldi giovani che, protetti di tutto punto, si sono rifiutati di tenere il portone aperto all’anziana gravata dal peso delle buste del supermercato.

Però, quanto erano belli quei ragazzini che, in televisione, portavano la spesa ai vecchietti? Per non parlare del medico dell’ospedale di Cosenza che, nella notte tra il 16 e il 17 maggio, è stato brutalmente aggredito per ben due volte e da due distinti pazienti.

Però, com’erano emozionanti gli applausi delle 18.00 per il personale sanitario in prima linea contro il COVID-19? Ecco, è a questo che mi riferisco, alla grande differenza tra la teoria e la pratica, tra il dire e il fare, tra la gentilezza digitale e quella reale. Ma si sa: ogni medaglia ha due facce e così voglio raccontarvi un altro fatto “di cronaca”, se così si può dire.

Il lunedì della grande riapertura, per motivi assolutamente irrilevanti in questa sede, sono venuti a casa mia degli operai. O meglio a casa nostra perché, da brava “bambocciona” quale qualche governante, per mera convenienza, mi definirebbe, ancora vivo con i miei genitori, entrambi inseriti nella categoria “eroi” dallo smistamento pandemico e entrambi “soggetti a rischio” secondo lo smistamento della Protezione Civile.

Sapete, in questo momento è estremamente difficile psicologicamente ospitare, seppur per un periodo limitato, degli estranei in casa: li percepisci, involontariamente, come possibili cavalli di Troia col virus nella pancia, terroristi venuti a minare la salute della tua famiglia, soprattutto di quei due che hanno contato gli anni con i turni di notte in ospedale. La diffidenza è il minimo.

Ancora, per motivi qui assolutamente irrilevanti, sono stata costretta a non essere presente durante i lavori. Al mio ritorno, gli operai erano andati via e ho trovato mia madre intenta a togliere dal pianerottolo alcune macchie di caffè. A casa mia il caffè è un rito: ho visto mastodontiche pile di tazzine da lavare quando abbiamo ristrutturato l’appartamento.

Il caffè è sempre stato il nostro modo per ringraziare chi, per un guasto o per consegnare un mobile, entrava a casa nostra. Pensavo che, stavolta, quel rituale si sarebbe interrotto perché il virus ancora c’è e la paura pure. Invece, quei due signori “a rischio” l’hanno preparato e l’hanno offerto nonostante tutto, nonostante questo dannato COVID-19, nonostante questa maledetta diffidenza, nonostante questa odiosa gentilezza digitale.

Gli operai, per rispettarli a loro volta, hanno avuto l’accortezza di uscire addirittura sul pianerottolo per bere il caffè e uno ne ha inavvertitamente versato un po’ per terra. Sapete cosa? Mi sono sentita immensamente stupida ad aver pensato che non ci sarebbe stato il caffè. E, forse, mi sono sentita un po’ meno umana per averlo pensato.

Ma, ancora di più, mi sono sentita immensamente fiera di quel medico in pensione e di quell’infermiera che chiamo papà e mamma perché mi hanno ricordato che la gentilezza, quella vera, quella che abita anche nei piccoli gesti, non conosce la paura.

La gentilezza non è nei PC o nei messaggi di Whatsapp. La gentilezza indossa la mascherina ed è pronta a scendere in strada, con noi.

A proposito dell'autore

Angela Rizzica

“Acqua cheta rovina i ponti”. Nessuna massima potrebbe riassumermi meglio. Sono irrequieta per natura, di quell’irrequietezza che non si sfoga in una vita di manifesti eccessi quanto in una di perenne flusso ideativo. Insomma: mi chiamo Angela ho 26 anni e non sto ferma un attimo, anche quando rimango seduta per ore a fissare un quadro. Un’altra cosa che penso possa valere la pena sapere su di me è che non sono mai così sincera come quando scrivo. Ecco, la scrittura è il mio personalissimo “vindica te tibi”.

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