Ci voleva la capolista per fermare questa Atalanta. Il 3-1 di ieri sera non tragga in inganno, non è stata una partita come tante altre. Lasciando la cronaca in pasto ai rotocalchi, è giusto concentrarsi sul percorso della squadra bergamasca fino a ieri sera.

Estate dolorosa in quel di Bergamo. German Denis, detto El Tanque, lascia la squadra. Torna ad Avallaneda, la città di Batistuta. Iniziano a sorgere i primi dubbi. Cambio in panchina: fuori Reja, dentro Gasperini. Non ci sono molti soldi, le risorse bisogna cercarsele in casa. I tifosi sono scettici, difficilmente si ottengono buoni risultati con l’inesperienza.

Inizia il campionato: cinque partite e quattro sconfitte. I malumori si sollevano come i borbottii di un minestrone trascurato sul fuoco. Pare che Gasperini riesca a fare qualcosa di buono solo con la brezza del porto di Genova. I giovani sono bravi, ma non convincono. Percassi, presidente con il cuore da calciatore e la testa da manager, attende fiducioso. Meglio non tentare da un esonero affrettato.

Trasferta a Crotone. È una partita che decide molto. Tre goal nel primo tempo mettono il risultato al sicuro. Gasperini può tornare a rifiatare, almeno per qualche giorno. Nessuno avrebbe mai immaginato che quel respiro si sarebbe trasformato in un urlo gioioso dopo alcune settimane. I nerazzurri giocano altre nove partite: otto vittorie, un pareggio. Una cavalcata spensierata e incosciente. Come capita ai giovani. Perché di giovani italiani è formata la squadra orobica: Sportiello, Gagliardini, Caldara, Conti, Grassi, Petagna, Spinazzola e d’Alessandro. Tutti figli degli anni ’90, generazione su cui molti, tra cui chi vi scrive, puntano per l’avvenire.

Gasperini e Percassi

Gasperini e Percassi

Corrono come dannati. Visi puliti, non ancora sporcati dall’arroganza dei soldi e del successo. Sanno usare il pallone, come piace al loro allenatore. Grugliaschese, cuore bianconero e una certa propensione a voler aggredire l’avversario dove meno se lo aspetta, nella sua area. Cito da un intervista di Mura: “Ci sono due tipi di squadre: quelle che aspettano e quelle che aggrediscono. Io amo le seconde. Per aggredire alto serve abitudine, mentalità, velocità, forza fisica”.

Il calcio non è sempre questione di soldi: servono per vincere, non necessariamente per giocare bene. Un dettaglio che non tutti comprendono, a differenza dell’Atalanta del 2016. La partita con la Juventus ha smorzato l’entusiasmo, diventato forse eccessivo, secondo Gasperini. È uno di quei casi in cui tre goal possono essere salutari. Comunque vada la stagione, queste prime quindici giornate nerazzurre sono un bel capitolo da tenere a mente. Concludo con un’altra citazione del “Gasp”:  ” […] E comunque tifo per i giovani, non solo i nostri, non solo i calciatori. Ai giovani abbiamo complicato la vita, ci siamo mangiati un pezzo del loro futuro, ma sono in grado di costruirne uno migliore”.

A proposito dell'autore

Paolo Claudio Ratti

Nato a Torino, cresciuto ammirando personaggi sportivi e le loro imprese: il pirata Pantani a Courchevel, il “fallo” di Iuliano su Ronaldo o il sorpasso sul “cavatappi” del Dottor Rossi, solo per citarne alcuni. E’ un buongustaio, nonostante non sappia cucinare; ama i film impegnati, eppure non disdegna i peggiori B-Movies statunitensi; si considera un poliglotta: parla, infatti, correttamente, Italiano e Piemontese; i paradossi, come si sarà capito, sono il suo forte. Il suo motto: “Be careful of the cat. Don’t say you have the cat in the sack when you don’t have the cat in the sack”

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