Un guerriero delle luce presta attenzione agli occhi di un bambino. Perché quegli occhi sanno vedere il mondo senza amarezza. Quando desidera sapere se chi sta al suo fianco è degno di fiducia, cerca di vedere la maniera in cui lo guarda un bambino.

Paulo Coelho, Manuale del guerriero della luce

Un paio di settimane fa ho videochiamato un mio amico dell’università – una di quelle menti acute e brillanti con cui chiacchierare è sempre un infinito piacere – il quale, parlando del più e del meno, tra covid e Salvini, mi ha detto una cosa che mi ha fatto riflettere. “Sai, la soffro molto, a livello sociale, questa storia della mascherina, il non vedere il volto delle persone, mi crea disagio”. Così, ci ho pensato un attimo.

Se il covid-19 ci ha reso tutti più inermi, facendoci riscoprire simili, dietro la mascherina non siamo tutti uguali, non tutti sorridiamo, non tutti arricciamo le labbra o sospiriamo. Le mascherine – quando indossate – pongono un confine netto tra noi e gli altri, confine che si aggiunge al già sofferto metro di distanza. Ho sempre la strana sensazione che tutti si fissino, si scrutino curiosi per capire chi si celi dietro una ffp2 o una chirurgica. Ci si studia, ci si analizza mentre si è in fila in banca o al supermercato. Ma questa potrebbe una mia impressione. Tra l’altro, ho notato che è anche molto facile imbattersi in persone che oltre la mascherina indossano gli occhiali da sole, come se fossero pronti per il prossimo colpo in banca. Allora, l’unico modo che abbiamo per mostrarci all’altro sono i nostri occhi. 

Quindi sì, il mio amico ha ragione, anche a me manca non vedere il viso delle persone, l’espressione spazientita quando non arriva l’autobus, il dilatarsi delle narici durante una conversazione accesa, il movimento delle labbra mentre si parla o si pensa. Soprattutto mi manca il sorriso. Decifrare lo sguardo altrui non è una cosa facile, prevede di fare un passo indietro e provare a canalizzare il proprio. Guardarsi negli occhi, in questo periodo, dovrebbe essere il nostro saluto, il nostro mostrarci agli altri nonostante il viso coperto. Sorridere con gli occhi è possibile, come è possibile comunicare rabbia, tristezza o frustrazione. Certo dovremmo prima imparare a riconoscere le emozioni che ci attraversano. 

La mascherina mozza il nostro modo di comunicare ed emozionarci, lasciando che sia il solo sguardo a fare tutto. Può essere una protezione utile in una giornata negativa, una di quelle in cui indossare una maschera non è uno sforzo ma una grazia. Diventa però un impedimento quando siamo colti da un impeto di felicità. Ironizzare sull’uso della mascherina serve a esorcizzare il fatto stesso di indossarla, ma sarà sempre una copertura, un nascondimento, una sottrazione di noi e di ciò che siamo. Essa cancella in maniera arbitraria alcuni dei nostri connotati unici ed esclusivi, quelli che ci fanno riconoscere dagli altri. Anche da noi stessi. Il punto è che impedisce, in realtà, il più essenziale dei bisogni umani: comunicare. E poi riconoscersi, chiamarsi per nome. Identificarsi. 

Come fare, allora, a decifrare ogni sguardo? Come capire ciò che un perfetto estraneo mi sta dicendo in fila, se non riesco a seguire – o sostenere – il suo sguardo? Il volto è un insieme di combinazioni e piccoli movimenti, e il fatto che l’armonioso equilibrio di esso sia turbato dalla mascherina, rende tutto più compromesso e difficile. Cosa leggere, ad esempio, dietro il semplice gesto di portarsi una mano alla bocca mentre si sorride, o il toccarsi il naso mentre si è pensierosi se siamo coperti? Come interpretare il corrugarsi di sopracciglia? Perplessità o sorpresa?

Indossare la mascherina non può equivalere ad un’omologazione o appiattimento delle emozioni. Magari sarà questa una delle tante sfide della ripresa da coronavirus: imparare a conoscersi e riconoscersi dagli occhi. Perché non potremo sempre vedere oltre quel pezzo di stoffa, non sempre ce ne sarà il tempo e la voglia. Già non facevamo caso agli altri prima, figuriamoci adesso che abbiamo la giustificazione dello schermo. 

Forse sarà il momento delle grandi incomprensioni e fraintendimenti, ma io mi auguro che accada altro. Mi auguro che, banalmente, il bene trionfi sul male, ovvero che sulla paura dell’altro trionfi la bellezza di guardarsi oltre. Mi auguro che il nostro tempo sia sempre più costellato da momenti in cui ci prendiamo un attimo per osservarci oltre questo muro. Mi auguro di poter vedere per davvero gli altri, per quello che sono, imparando a coglierne la complessità da un solo guardo o gesto – qualunque cosa vogliano dire. Non voglio che la mascherina rimanga un limite e ostacolo, perché ho la necessità di aprirmi al mondo e a tutti anche se schermata. Indosserò la mascherina come se raccogliesse anch’essa quell’unicità e vastità del mio volto, con le sue espressioni, cicatrici, tracce della mia vita.

A proposito dell'autore

Maria Letizia Stancati

Nata a Cosenza nel 1994, vive da sette anni a Roma. Laureata in Filologia Moderna, attualmente tenta di rendere produttiva la sua laurea seguendo un Master e facendo tutti i lavori possibili. Ama la musica, viaggiare, la vita la coinvolge totalmente e vorrebbe scoprire il mondo. La sua passione più longeva è sicuramente la lettura, il primo libro che ha letto è “Giovanna nel Medioevo” e ha pianto senza ritegno dopo aver terminato “La piccola Principessa”. Incapace e negata per ogni tipo di sport (ma è fiera di aver praticato basket per una settimana), ama correre con le cuffie nelle orecchie e camminare per tutta Roma. Il suo gruppo preferito sono gli Oasis, e mentre spera che tornino insieme, immagina sempre come sarebbe la sua vita se la smettesse di sognare ad occhi aperti.

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