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Uguaglianza di genere. Non ci meritavamo gli asterischi

Le recenti battaglie per l’uguaglianza di genere non hanno soltanto imposto all’attenzione dell’opinione pubblica temi sacrosanti (dalla disparità retributiva alle dimissioni in bianco dal lavoro in caso di maternità), ma hanno anche acceso i riflettori sulla comunicazione inclusiva. E così, nel giro di pochi anni, è diventata consuetudine l’uso degli asterischi e delle chiocciole al posto delle desinenze, l’estensione dei nomi di agente anche al femminile e, da ultimo, la scoperta dello schwa come soluzione al predominio del maschile nella lingua italiana.

A questo punto, sarebbe facile cadere nella trappola nella demagogia, sostenendo che la parità tra i sessi richieda sforzi ben più efficaci. Tuttavia, la sensazione è che la questione sociolinguistica non sia altro che l’ennesima partita di retroguardia, giocata più per rivendicare una presunta purezza ideologica che per promuovere un autentico cambio di paradigma, con il serio rischio di precipitare nel grottesco: le proposte di modificare la nomenclatura dei cavi degli impianti audio (maschio/femmina) o di sostituire la parola inglese history con herstory perché la prima è considerata eccessivamente sessista dalle studiose di storia sembrano uscite da uno zelante tribunale della lingua e del pensiero. L’interesse per gli aspetti formali (come se il giudizio su una donna delle istituzioni dipendesse dall’uso più o meno circostanziato di titoli come «sindaca», «sindachessa» o «assessora») potrà anche modificare le voci dei nostri vocabolari, ma non sarà mai abbastanza convincente da spostare l’attenzione sui diritti negati delle donne e di tutte le minoranze.

Questa operazione nasconde infine un paradosso: se la prima regola d’ingaggio di una società moderna è il riconoscimento e la tutela delle diversità, peraltro richiamate dall’articolo 3 della nostra Costituzione, è mai possibile che un asterisco – presentato come un segno universale, oltretutto con argomenti assai discutibili – proceda esattamente nella direzione opposta?

Naturalmente, questa riflessione va intesa come un piccolo contributo a beneficio di un dibattito senz’altro più ampio. Pertanto, a voi la parola.


Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud – l’Altravoce dei ventenni