Franco Battiato, voce senza padrone

Gesuiti, euclidei e una bandiera bianca, quarant’anni dopo

Per trovare un album con una scaletta così densa di potenziali singoli bisogna forse scomodare il Battisti di Emozioni, l’album omonimo di Lucio Dalla del 1979 o ancora il De André di Volume 3. Che questo prodigio sia però riuscito a un artista di formazione classica, abituato a sperimentare fin dai primi passi della sua carriera e perciò così poco incline ai canoni della canzone classica, resta un unicum nella storia della musica italiana. Eppure, all’alba degli anni Ottanta dominati dai suoni elettronici, con i cantautori in fuga dall’impegno politico, il nome di Franco Battiato aveva già cominciato a circolare anche al di fuori della ristretta cerchia degli appassionati: una sua composizione (Propiedad prohibida) era stata scelta nel 1976 come sigla del Tg2 Dossier; da un anno all’altro, le radio avevano cominciato a trasmettere la ritmata L’era del cinghiale bianco – un brano costruito sulla felice combinazione tra le movenze irresistibili del violino e le accelerazioni della chitarra elettrica – e Up Patriots To Arms, sintonizzata sulle cadenze elettroniche che esplosero a cavallo dei due decenni. La scommessa di Battiato – che aveva portato al trionfo Alice sul palco del Festival di Sanremo 1981, firmando il testo di Per Elisa – si presentava comunque impegnativa: come aderire al gusto popolare senza sconfessare un percorso artistico così eclettico e originale? L’autore siciliano aggiornò la formula già sperimentata nel precedente Patriots, muovendosi con disinvoltura tra i massimi sistemi: nelle sue canzoni convivono Theodor W. Adorno (ricordate i «minima immoralia» citati scherzosamente alla fine di Bandiera bianca?) e il fresco ricordo dell’invasione sovietica dell’Afghanistan («l’ira funesta/dei profughi afgani/che dal confine si spostarono nell’Iran»), Lady Madonna dei Beatles, Like A Rolling Stone di Bob Dylan, Le mille bolle blu di Mina- tutti omaggiati in Cuccurucucù, che a sua volta rimanda a un classico del messicano Tomás Méndez, Cuccucurucù Paloma – e persino il primo verso dell’Iliade, riletto però in maniera singolare («Cantami o Diva/dei pellerossa americani/le gesta erotiche di Squaw Pelle di luna», ancora da Cuccurucucù), a cui si aggiungono brevi ma folgoranti saggi sulla modernità («Uh com’è difficile/restare calmi e indifferenti/mentre tutti intorno fanno rumore», da Bandiera bianca). L’erotismo lussureggiante di Sentimiento nuevo, il volo sognante de Gli uccelli e le atmosfere rarefatte di Summer on a solitary beach – con le sue immagini che rievocano gli ultimi bagliori di un’estate decadente – accompagnano l’ascoltatore fino alla vetta creativa dell’album, Centro di gravità permanente.

Battiato tiene le fila di un discorso che mette insieme, con una punta di geniale nonsense – sacro e profano («Gesuiti/euclidei/vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori/della dinastia dei Ming») per poi sfociare nell’iconoclastia musicale della seconda strofa, in cui finiscono sotto attacco «i cori russi, la musica finto rock, la new wave italiana, il free jazz punk inglese» e, tanto per non farsi mancare nulla, anche «la nera africana». C’è solo un modo – suggerisce il cantautore catanese – per scampare ai morsi della contemporaneità e ai suoi feticci di plastica: trovare il proprio posto nel mondo, con un sorriso sornione sulle labbra. Che è esattamente la chiave della longevità e del successo de La voce del padrone a quarant’anni dalla sua pubblicazione: prendersi gioco dei nostri peggiori difetti («C’è chi si mette/degli occhiali da sole/per avere più carisma e sintomatico mistero», canta Battiato in Bandiera bianca), senza usare i toni del tribuno o del censore. D’altra parte, ce l’hanno insegnato i latini: Castigat ridendo mores.


Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud – l’Altravoce dei ventenni