Crisi climatica, una sfida che scuote le coscienze (ma non i governi)

L’allarme del segretario dell’ONU stride con l’inerzia dei grandi della Terra

Dobbiamo abituarci a parlare ormai di crisi climatica e non di cambiamento climatico, una definizione neutra che ci fa persino pensare a qualcosa di positivo. Invece, qui ci troviamo di fronte a una situazione davvero critica, a maggior ragione se pensiamo a quello che sta succedendo solo in Italia, dove le ondate di calore e la siccità stanno diventando sempre più frequenti, intervallate da piogge torrenziali che non riescono a dare ciò che serve ai terreni ormai riarsi dal sole. La siccità diventa l’ambiente ideale per incendi devastanti che spazzano via la nostra lodata macchia mediterranea, togliendo ossigeno all’atmosfera. Un allarme che è stato lanciato anche dal Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres. che si è rivolto ai ministri di 40 Paesi parlando di «suicidio collettivo» nel caso non si agisca immediatamente per cambiare rotta. A lanciare l’allarme, quindi, è il più alto rappresentante delle Nazioni Unite, l’organismo internazionale che si occupa della tutela della pace e dei diritti umani nel mondo. Il segno più evidente che questa è un’emergenza globale che ha già portato milioni di persone a spostarsi per cercare un ambiente di vita migliore, fuggendo da desertificazioni o alluvioni. A questi migranti, però, non è riconosciuto alcun diritto.

Eppure, anche noi che abitiamo nel Mediterraneo stiamo vedendo quali effetti ha la crisi climatica: hanno fatto il giro del mondo le immagini del Po in secca, cosa che ha portato quell’acqua ad essere salata a causa del contatto con l’acqua del mare, rendendola quindi inutilizzabile per l’irrigazione dei campi. Inoltre, sono state diramate diverse ordinanze per fermare i lavori agricoli nelle ore più calde. Restando in Italia, non possiamo non ricordare la tragedia della Marmolada, costata la vita ad 11 persone. Lo scioglimento del ghiacciaio è avvenuto a seguito delle temperature elevatissime di questo periodo, un fenomeno che non si è fermato neanche nei giorni successivi.

Nel discorso pubblico su questo tema, si sente spesso parlare di segnali d’allarme, ma quelli che vediamo sono effetti di una crisi climatica che va avanti ormai da decenni e che non abbiamo voluto vedere. I primi studi e i primi incontri sul tema del cambiamento climatico risalgono ai primi anni Settanta ma, in questi decenni, non abbiamo capito l’urgenza di agire, non siamo riusciti a cambiare il nostro modello di sviluppo e gli allarmi lanciati dagli scienziati sono caduti nel vuoto. Sono state fatte organizzate diverse conferenze per capire quali fossero i limiti da porre alle emissioni nocive che contribuiscono all’innalzamento delle temperature. Tutti buoni propositi mai rispettati: pensiamo agli accordi di Kyoto del 1997 che non sono stati sottoscritti neanche dagli Stati Uniti o alla più recente COP26. Ci si è sempre trovati di fronte, poi, ai veti dei Paesi emergenti, per nulla disposti a rinunciare ai vantaggi dell’attuale modello di sviluppo, del quale le altre potenze hanno approfittato nei decenni precedenti. A svegliare le coscienze sul tema ambientale è stata Greta Thunberg che, ancora nei suoi primi anni di vita liceale a Stoccolma, avvertiva il mondo sull’emergenza climatica. Iniziò con i suoi sit-in in solitaria davanti al Parlamento svedese, manifestazioni che pian piano attirarono l’attenzione di migliaia di giovani come lei. Divenne quindi una battaglia generazionale, che ha catalizzato l’attenzione anche della stampa e dell’opinione pubblica mondiale. Nacque così il movimento Fridays for Future con i suoi scioperi e le sue manifestazioni che si sono svolte appunto quasi ogni venerdì, nel corso dei quali ragazzi e ragazze ci dicevano che non c’è più tempo da perdere e che non c’è un pianeta B.

Tutto questo ha fatto breccia nella mente di molti, che hanno finalmente capito che bisogna cambiare strada: pensiamo alle tante aziende che lavorano sulla transizione ecologica e alle numerose best practices diffuse anche nel nostro Paese o alle campagne di riforestazione sostenute anche da artisti e personaggi famosi. Ttutto questo, però, non basta: bisogna fare sistema e farlo subito se non vogliamo che nel 2050, la data che è stata indicata come limite per l’abbassamento delle emissioni, la Terra sia già inabitabile per la maggior parte di noi.

Articolo pubblicato sul Quotidiano del Sud – L’Altravoce dei ventenni