Chi salta la fila (non solo per il vaccino)

Dovevamo «uscirne migliori», ma qualcosa è andato storto

Se avesse potuto aggiornare il suo vivacissimo catalogo dell’umanità e dei suoi vizi, meglio conosciuto con il titolo di Ma il cielo è sempre più blu, Rino Gaetano avrebbe certamente dedicato un verso a «chi salta la fila». Sì, perché nel Paese che ha consacrato la furbizia tra le sue principali virtù, non potevano mancare gli impazienti del vaccino, puntualmente segnalati dalle cronache in ogni angolo d’Italia. Una malcelata voglia di normalità, dunque, ha convinto una parte non trascurabile dei nostri connazionali ad affollare i centri vaccinali senza averne ancora diritto, come se l’esempio dato dal nostro presidente della Repubblica – che ha scrupolosamente atteso il suo turno – non fosse stato sufficientemente persuasivo. Questi episodi non possono essere analizzati senza prendere in considerazione i dati nazionali, che documentano sia i ritardi nella somministrazione dei vaccini (quasi 900mila fiale sono ancora custodite nelle celle frigorifere su un totale di 9,5 milioni di dosi distribuite da fine dicembre a oggi), sia le difficoltà incontrate nella campagna per le categorie a rischio, in testa i lavoratori della scuola (il 72% degli insegnanti e del personale scolastico ha ricevuto la prima dose) e le forze armate, dove la quota scende al 40% del totale. Un discorso a parte, poi, meriterebbero medici e infermieri, per i quali non esistono statistiche precise, e i tanti ammalati cronici che devono essere immunizzati perché più esposti al rischio di contagiarsi.

Eppure, a ben pensarci, non è solo una questione di cifre e percentuali. La corsa al siero ha confermato una volta di più che l’interesse personale viene sempre prima dell’appartenenza a una comunità nazionale, oramai ridotta a sterile dato geografico. Se il malcostume, poi, si insinua nelle istituzioni – com’è accaduto a Corleone, nel Palermitano, dove il sindaco e gli assessori hanno sorpassato a destra persone fragili e cittadini comuni – il concetto di senso civico appare privo di qualsiasi residuo significato. Altrettanto debole è la giustificazione data da politici, amministratori e personaggi pubblici che hanno scavalcato le liste d’attesa: «Volevamo dare l’esempio». Di grazia: quale esempio, quale insegnamento? Occupare un posto di potere giustifica una simile forma di prevaricazione che, seppure priva di implicazioni penali, ha una ricaduta tutt’altro che trascurabile dal punto di vista etico? D’altra parte, non si tratta di un precedente isolato: ricordate il moto di indignazione e le polemiche che si scatenarono in pieno agosto quando «la Repubblica» scoprì che cinque parlamentari – di cui non è stata mai rivelata l’identità – incassarono gli aiuti previsti per le partite IVA durante la prima fase dell’emergenza sanitaria? Rabbia da tastiera a parte, anche questo abuso è rimasto impunito – e non solo per l’inaccettabile deriva autoassolutoria di una classe politica che spesso rivendica con spavalderia la propria irresponsabilità. L’indignazione dell’opinione pubblica viaggia a due velocità: pretendiamo le scuse, le dimissioni e persino l’arresto del politico che sbaglia, ma usiamo un metro più benevolo con chi ha usato le dosi in esubero per vaccinare familiari e amici – talvolta convocati con il passaparola – come se un comportamento del genere non fosse altrettanto deplorevole. Per tacere della competizione che si è aperta tra le varie categorie professionali che hanno chiesto di aggirare la coda: giornalisti, avvocati, informatori farmaceutici, psicologi in pensione, persino gli addetti stampa degli ospedali hanno rivendicato a vario titolo la priorità sul resto della popolazione. La lotta al coronavirus trasformata in un assalto alla diligenza, in un’indecente esibizione di muscoli che non può certo essere giustificata dagli eventi. Mai come in questa occasione, si chiedeva una prova di compattezza e sobrietà, se non altro per rispetto delle vittime e delle famiglie che hanno perduto una persona cara. Invece, hanno prevalso i peggiori istinti di chi – memore della lezione di Alberto Sordi – non ha esitato a ingannare il prossimo, sicuro com’è di essere più scaltro della media.

A un anno di distanza, suonano una volta di più beffarde le parole di chi aveva promesso che l’emergenza ci avrebbe resi migliori e che, stringendo i denti, sarebbe andata alla grande. Evidentemente, c’è qualcosa che non torna. E non stiamo parlando degli effetti collaterali del vaccino.


Articolo pubblicato su Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dei ventenni