Anatomia di una festa (tra alti e bassi)

La primavera ha ritrovato il suo romanzo popolare: il Giro d’Italia

Se è vero, come ha scritto il compianto Candido Cannavò, che il Giro d’Italia è «il filo rosa» che unisce un intero Paese, il capitolo 104 di questa storia è stato un intreccio di passione capace di trascendere il semplice aspetto agonistico per offrire a un Paese stremato dall’emergenza sanitaria una finestra di normalità. Dopo l’edizione mesta (per atmosfera, collocazione nel calendario e contenuti tecnici) dell’anno passato, la corsa rosa ha dispensato almeno un paio di giornate memorabili (le tappe di Montalcino e Sega di Ala) in un’edizione che, anche nelle tappe dall’epilogo più scontato, ha offerto non pochi spunti di analisi e riflessione. Eccoli, uno per uno.

UN CAMPIONE IN ROSA – Il colombiano Egan Bernal si è presentato a Torino con il dorsale numero 1 ereditato dal compagno di squadra Tao Geoghegan Hart. Un riconoscimento più che simbolico per il corridore della Ineos-Grenadiers, che ha curato nel dettaglio la preparazione per arrivare da favorito al Giro e dimenticare la delusione del Tour 2020, chiuso con un ritiro alla fine della seconda settimana. Poche corse nelle gambe – con un’apparizione folgorante alle Strade Bianche, la classica delle crete senesi così vicina alla feroce follia delle corse del Nord – e un’intensa preparazione in altura: Bernal ha costruito così il suo assalto alla maglia rosa, conquistata al termine della prima settimana con un poderoso scatto sullo sterrato di Campo Felice e legittimata sulle strade polverose che hanno portato la carovana a Montalcino. Il successo nella tappa dimezzata (tra le polemiche) di Cortina d’Ampezzo sembrava annunciare un trionfo in parata, a cui ha contribuito una squadra semplicemente perfetta su tutti i terreni (due nomi su tutti: Ganna e Martinez).

Egan Bernal con il «Trofeo senza fine» a Milano

E invece, Bernal ha dovuto difendere il rosa dagli assalti del britannico Simon Yates, che ha risposto alle giornate negative sugli sterrati e sul passo Giau con un paio di sussulti nelle tappe di Sega Di Ala e Alpe di Mera. Tra il colombiano della Ineos e l’uomo di punta della BikeExchange si è infine inserito il siciliano Damiano Caruso: partito come regista al servizio dello spagnolo Landa, il corridore della Bahrain-Victorius si è guadagnato il podio correndo da regolarista fino al colpo da campione sull’Alpe Motta. Il suo secondo posto a Milano è il giusto riconoscimento a una carriera vissuta al servizio dei capitani.

LA LINEA VERDE – Una delle firme più interessanti in materia di pedale, Giovanni Battistuzzi, aveva scritto sul «Foglio sportivo» che questo sarebbe stato il Giro dei «pischelli»: il nuovo fenomeno Evenepoel, il russo Vlasov, il portoghese Almeida, già in maglia rosa un anno fa. Previsione rispettata solo in parte: il belga della Deceuninck, tornato alle corse dopo il terribile volo di Ferragosto al Giro di Lombardia, ha cercato di tenere testa a Bernal sullo sterrato di Campo Felice. Il seguito, però, ha tradito le premesse – forse esagerate, considerate le difficoltà incontrate per tornare in gruppo: prima la giornata nera sugli sterrati toscani, poi la caduta e il ritiro a seguito di una brutta caduta in discesa nella frazione di Sega Di Ala. Discorso leggermente diverso per Vlasov: il giovane talento dell’Astana si è fatto vedere nella prima settimana sull’arrivo in salita di San Giacomo, ma non è mai riuscito a minacciare seriamente la triade Bernal-Yates-Caruso. Il suo piazzamento nella top 5 non è tuttavia da intendersi come una sconfitta: «Il ragazzo si farà», suggerisce il poeta. Almeida, infine: il portoghese ha potuto correre per sé soltanto dopo l’uscita di scena del suo capitano Evenepoel, ma il ritardo accumulato nella prima parte di corsa gli ha impedito di giocarsi le sue carte per il podio. Ci riproverà, molto probabilmente con un’altra maglia.

GLI ITALIANI – Prima dell’epilogo a Milano, sei vittorie di tappa con sei corridori diversi per caratteristiche e palmarés: il campione del mondo a cronometro Ganna, Nizzolo, Vendrame, Fortunato (a segno sullo Zoncolan), Bettiol e Caruso. Bilancio in pareggio, se guardiamo ai numeri. Se, invece, si considera il peso specifico dei risultati, il ciclismo italiano può abbozzare un mezzo sorriso dopo i risultati poco esaltanti della prima parte di stagione. Caruso a parte, il Giro ha però confermato che il nostro movimento non ha ancora trovato l’erede di Vincenzo Nibali per le grandi corse a tappe. Con il tempo capiremo se Filippo Ganna – che sarà protagonista anche a Tokyo – potrà davvero inseguire il sogno in rosa.

Per intanto: grazie, Giro. Non esiste primavera senza di te.


Articolo già pubblicato sul Quotidiano del Sud – l’Altravoce dei ventenni