Viviamo la storia ogni giorno. Accendiamo la televisione e tra programmi trash e buste aperte che verranno velocemente dimenticate nel tempo, in specifici intervalli, abbiamo modo di vivere ciò che, si spera, il Sussidiario dei nostri figli (se esisterà) avrà tra le pagine di storia.

Non sono mai arrivato alla storia contemporanea durante i miei anni di studio, ma della giornata di ieri ricorderò tutto. Immagino un libro aperto con la foto di una Roma in cui risuonano solamente le sirene della polizia e di un anziano signore, che tra l’affanno e la pioggerella, si fa spazio in una piazza completamente deserta. Una di quelle piazze che Studio Aperto riutilizza ogni estate per far vedere gli anziani signori in difficoltà per via del troppo caldo; una di quelle piazze in cui la storia, in capitoli difficili e belli, si è costruita.

Sono un ragazzo che, nelle sue contraddizioni, ancora sente di avere un legame con i “piani alti”, ma l’incontro che ieri ci ha fornito il Pontefice Francesco ha sbalordito non solo i fedeli, perché a parlare, prima ancora di una figura di spicco della Chiesa moderna, c’era un uomo affaticato dall’età ma con la voglia di dimostrare che, al di là di tutto, siamo compagni di vita in questo capitolo dal brutto titolo COVID-19.

Sono a Londra, a tanti chilometri da casa, ma venerdi 27 marzo 2020 ero a Piazza San Pietro. Ripenso a quelle volte che obbligatoriamente mi trovavo a passare di fronte l’imponente palazzo, abbracciato dalle idee di Bernini e dalla maestosità di una istituzione ormai poco chiara con il resto del mondo; ripenso a quelle volte in cui, in fila per entrare, ho cercato, ancora prima di vederla, “la pietà” di una persona nel concedermi una goccio d’acqua sotto il sole cocente dell’estate romana (studio aperto non ha poi così torto); ricordo quanto mi piaceva passare di notte su Via della Conciliazione per vedere le luci della Basilica; rivivo tutto questo e dalla sedia della mia piccolissima stanza inglese, mi catapulto tra le parole del Papa del cambiamento.

Un inizio in sordina quello dell’appuntamento di ieri, tra parole poco chiare dovute al respiro veloce di chi ha un solo polmone, ma che non ha paura di mostrarsi per ciò che è, rischiando salute e contestazioni, ma pur sempre mosso dalla irrefrenabile voglia di seguire i propri ideali/il proprio cuore.

Perché avete paura?” ripete in maniera costante, riprendendo il Vangelo letto, ma Francesco, perché non dovremmo averne? Il contagio della paura è ancor più forte del virus stesso.

E di botto, prima che ognuno possa dare la risposta ovvia che si dà agli incontri di catechismo, per chi ne ha fatti (ovvero “Gesù”), l’anziano signore in bianco, ci sussurra che “nessuno si salva da solo […] siamo una cosa sola”. E perdonatemi se nella mente ha iniziato a risuonare il mitico Lucio con le parole della bellissima “La sera dei miracoli”, perché per quel signore col leggio <<la gente corre nelle piazze per andare a vedere>>.

Indipendentemente da ciò in cui crediamo, Papa Francesco ci ha regalato un momento di unione, fraternità e speranza, in una barca piena di gente, ma che oggi dobbiamo far attraccare in ogni porto, ma soprattutto su cui “siamo chiamati a remare insieme”, perché nel peggio, possiamo rimanere “sani in un mondo malato”.

Con il vento contro e la difficoltà di un uomo di 83 anni, vittima perfetta per un silenzioso male come questo, Papa Francesco, con la Benedizione Urbi et Orbi, nuovamente, per la millesima volta, scrive la storia del mondo.

Sarò un inguaribile romantico, ma veder scardinare alcuni pesanti mattoncini dell’istituzione più antica di sempre, mi fa sentire meno inadatto in questo mondo, ma soprattutto meno sbagliato. Questo Pontefice, nel suo piccolo, in quanto unica persona, ci ha sempre provato.

Siamo peccatori, ma siamo uomini. In quanto tali, dobbiamo essere uniti.

Francesco ci consiglia di lasciare da parte il nostro senso di onnipotenza, quello di chi si innalza a giudice universale, per fare spazio alla creatività, quella che ci riesce a far rimanere vicini, pur essendo in case diverse.

E tra mille messaggi di benedizione ricevuti da mia madre e dalle signore che ho tra le amiche di Facebook, sorrido pensando a quanto tutti noi, rimanendo a casa, stiamo facendo del bene all’altro.

Io lo ammiro quell’uomo con la papalina bianca in testa, perché il venerdì sera preferisco un plaid ed una serie Netflix ad un discorso lungo 20 minuti, in una giornata nuvolosa al crepuscolo.

Ma ci è stato chiesto di vivere proprio sotto quel plaid per più venerdì, per salvare sé stessi e difendere gli altri.

La prova costume non sarà perfetta, ma sicuramente ci guarderemo con occhi nuovi…e chissà, forse ci vorremo più bene di prima.

A proposito dell'autore

Luigi Sprovieri
Social Media Strategist

Un ragazzo quasi trentenne, dal sapore adolescenziale ed una vita piena di sogni e immaginazione. Concretezza ritrovata negli studi in legge, ma stemperati dalla voglia di esplorare il mondo del marketing e dei social media. Instagram addicted, produttore convulsivo di storie, grande ascoltatore ma ancor di più, grande parlatore. Cresciuto a libri classici e America's Next Top Model, appassionato di Harry Potter e fan sfegatato dei consigli della Volpe del Piccolo Principe. È un mix tra sarcasmo e serietà, tanto da non essere sicuri di quello che stia succedendo. Ha studiato e lavorato negli Stati Uniti e sottolinea, sempre, che non vedeva l'ora di tornare in Italia.

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