Manoppello. Cittadina abruzzese, a metà strada tra i Parchi naturali e l’Adriatico. Luogo di culto, di pellegrinaggi. Si parla una lingua stretta, forte, a tratti grezza. Parigi, la Grande Paris. La metropoli simbolo dell’occidente, con un patrimonio artistico immenso. La culla della bellezza e dell’arroganza, così vuole lo stereotipo dei parigini. La lingua parlata pare quasi una cantilena, le parole scivolano prepotentemente una sull’altra. Queste due realtà paiono non avere qualcosa in comune.

Hanno, piuttosto, qualcuno: Marco Verratti. Nato nel 1993, tira i primi calci al pallone, all’età di otto anni, con la squadra di Manoppello. Non serve molto per mettersi in luce: il talento naturale è cristallino. Gli bastano sei anni per fare il grande passo e approdare a Pescara, capoluogo abruzzese. Due anni in primavera e poi il debutto in prima squadra, a sedici anni. La sua storia corre veloce, proprio come il pallone che, con tocchi rapidi e precisi, smista a destra e sinistra. Nasce come trequartista, a ridosso dell’attacco. I primi allenatori sono Galderisi e Cuccureddu, due storici giocatori della Juventus.

Ed è proprio la società torinese a puntare per prima gli occhi su quel ragazzino, alto appena un metro e sessantacinque. È, però, ancora acerbo. Preoccupa, soprattutto, la foga, che non sempre riesce a dosare. La panchina pescarese cambia padrone: arriva il boemo Zdenek Zeman. È un grande conoscitore di calcio, sa cosa serve per educare e formare i giovani. Capisce le qualità di Verratti, ma decide di spostarlo qualche metro più indietro, nella zona mediana. Il compito è duplice: impostare il gioco e dare libero sfogo all’animo combattivo. Cambia tutto.

Il gioco parte dai suoi piedi, entrambi i piedi. Il paragone è automatico: Mazzone fece lo stesso cambio di ruolo con l’allora giovanissimo Andrea Pirlo. Eppure sono calciatori diversi: Pirlo prediligeva il lancio lungo, preciso al centimetro. Verratti, invece, il passaggio filtrante, in grado di riaprire gli spazi. Gli assist sono per altri due giovani napoletani che stanno per esplodere: Immobile e Insigne, due scugnizzi con il vizio del gol. Il Pescara conquista la promozione e per i quattro è il momento del grande salto: Immobile al Genoa, Insigne al Napoli, Zeman alla Roma. E Verratti? È protagonista della classica telenovela delle notti di mezza estate: la Juventus pare avercelo in pugno.

La valutazione, dodici milioni, tuttavia, è ritenuta eccessiva. Si cerca di limare le parti. Ma, come in tutte le telenovele, ecco il colpo di scena: i petro-euro del Paris Saint Germain convincono il ragazzo e la società. L’artefice di questa operazione è Carlo Ancelotti, proprio colui che aveva reso grande Pirlo da Brescia. Marco diventa subito insostituibile. Centonovanta partite di alto livello. Destro, sinistro, lancio lungo, palla bassa. Di mezzo, tante ammonizioni e tanti trofei: quattro campionati, due coppe di Francia e quattro Supercoppe.

Marco Verratti

È diventato l’idolo, il piccolo Re del Parc des Pricipes. Nessuno a Parigi può immaginarsi un futuro senza di lui, nonostante la recente batosta ricevuta dal Barcellona. Ventura gli ha già affidato le chiavi della nostra Nazionale. È un altro dei piccoli geni emigrati all’estero perché qualcuno in Italia non ha creduto in lui. Eppure a ventitré anni è l’uomo su cui puntiamo noi, che speriamo che un giorno possa ritornare in terra madre. Come tanti altri ragazzi che hanno trovato fortuna all’estero.

A proposito dell'autore

Paolo Claudio Ratti

Nato a Torino, cresciuto ammirando personaggi sportivi e le loro imprese: il pirata Pantani a Courchevel, il “fallo” di Iuliano su Ronaldo o il sorpasso sul “cavatappi” del Dottor Rossi, solo per citarne alcuni.
E’ un buongustaio, nonostante non sappia cucinare; ama i film impegnati, eppure non disdegna i peggiori B-Movies statunitensi; si considera un poliglotta: parla, infatti, correttamente, Italiano e Piemontese; i paradossi, come si sarà capito, sono il suo forte.
Il suo motto: “Be careful of the cat. Don’t say you have the cat in the sack when you don’t have the cat in the sack”

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