Finisce così il Giro d’Italia numero centotré, con le braccia di Filippo Ganna alzate davanti alla Madonnina dorata del Duomo di Milano. Dopo un totale di 3352 km, suddivisi in 21 tappe, possiamo affermare con certezza di trovarci di fronte ad un nuovo fenomeno del ciclismo italiano.

Mentre la vecchia guardia, da Nibali a Froome, alza bandiera bianca al sopraggiungere di una nuova generazione di ciclisti, l’Italia si presenta alla fine di questa travagliata stagione con tante ombre e qualche luce. Il buio cala sull’assenza macroscopica di una squadra italiana e di un uomo che potesse ambire alla maglia rosa e a cui noi spettatori potessimo aggrapparci quando le strade si facevano ripide. Non c’è, appunto, riuscito Nibali, che ormai pedala verso il tramonto di una carriera costellata di successi.

Una luce però ha fenduto l’oscurità, già dalla prima tappa, la corsa contro il tempo partita dalla collinosa Monreale e giunta in prossimità delle acque che bagnano Palermo. Quindici chilometri sono stati sufficienti a Ganna per distanziare il tenace Joao Almeida di ben ventidue secondi. Il paesaggio siciliano non è, però, familiare al giovane cronoman. Egli proviene dal terre collinari e montuose del Verbano, nello specifico da Vignone, paese di milleduecento anime. Lì ha iniziato, fin da adolescente, a collezionare trofei, distinguendosi proprio nelle tappe a cronometro. Da quel momento la carriera prosegue su una parabola ascendente: stage alla Lampre e poi il Team Colpack, con il quale porta a casa il record italiano nell’inseguimento individuale e il titolo mondiale di specialità. Ritorna alla Lampre, divenuta UAE Emirates, con cui conquista altre medaglie su pista. Le gare all’interno dei velodromi, tuttavia, iniziano a non bastare; Filippo avverte la necessità di misurarsi anche su strada.

La prima vera prova è sulle strade rocciose di San Juan, in Argentina, dove conclude terzo in classifica generale. Due anni dopo arriva il successo in grado di cambiare la carriera: Ganna vince a Berlino i campionati del mondo nell’inseguimento a squadre, stabilendo anche il record delle qualificazioni. A settembre vince la cronometro della Tirreno-Adriatico, spazzando via il record di Cancellara, re incontrastato delle prove contro il tempo. Poi Imola, in cui diventa campione mondiale su strada. Infine, il primo Grande Giro, in cui riesce a tagliare il traguardo per primo in quattro tappe, tra cui, quello di Camigliatello Silano, sulle pendici della Grande Sila. È stata la prova che Filippo è in grado sfidare, oltre le lancette dell’orologio, anche i passisti-scalatori. Non solo: per tutto il Giro si è dimostrato, insieme a Rohan Dennis, il gregario ideale del vincitore del Giro, il londinese Tao Geoghegan Hart, dettando un ritmo di pedalata in grado di sfiancare, talvolta addirittura sfinire, i più accreditati rivali.

Il futuro di Ganna è roseo, i più speranzosi dicono anche rosa. È un ragazzo simpatico, disciplinato e pretenzioso verso sé stesso: “potevo spingere con un rapporto più lungo” è stata la prima dichiarazione dopo la prestazione di Imola. Lasciamolo crescere, se son rose fioriranno.

A proposito dell'autore

Paolo Claudio Ratti

Nato a Torino, cresciuto ammirando personaggi sportivi e le loro imprese: il pirata Pantani a Courchevel, il “fallo” di Iuliano su Ronaldo o il sorpasso sul “cavatappi” del Dottor Rossi, solo per citarne alcuni. E’ un buongustaio, nonostante non sappia cucinare; ama i film impegnati, eppure non disdegna i peggiori B-Movies statunitensi; si considera un poliglotta: parla, infatti, correttamente, Italiano e Piemontese; i paradossi, come si sarà capito, sono il suo forte. Il suo motto: “Be careful of the cat. Don’t say you have the cat in the sack when you don’t have the cat in the sack”

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