Quando capimmo che stavi iniziando a dimenticare i nostri nomi e a confondere i nostri volti, abbiamo iniziato a chiamarti Niky per ricordarti il tuo nome. Ti chiamavamo Nicoletta o nonna e tu non ti voltavi più. A volte quando urlavo “mamma”, tu apparivi in cameretta e dicevi “uè, eccomi, che c’è?”. 

Durante la tua malattia facevo fatica a parlarti. Ti osservavo molto ma non ti facevo troppe domande e non ti stavo troppo vicina. 

Mamma era molto più brava di me in questo. Ti raccontava storie, date importanti, aneddoti della tua infanzia, abitudini da donna sposata. Era diventata così brava nel raccontarti la tua vita che sembrava la sua. 

“Niky e poi a 22 anni ti sei sposata in Germania.” 

“Ma veramend? (davvero?) Ma io non sono sposata”

“Sì mamma. Tu e papà vi siete sposati e poi avete fatto 3 figli insieme.”

“Eeeh non ci credo”. Io non ho figli! – e a volte aggiungeva con forza “Io sono vergine!”

Pareva che mia madre avesse fatto un viaggio nel tempo e avesse vissuto tutta la vita di mia nonna. Era così dettagliata e minuziosa nel racconto che mi sorprendeva sempre. 

Una volta, sul divano, glielo chiesi. “Ormai sei diventata una racconta storie. Sai tutta la sua storia a memoria. Ma come fai a sapere tutte ste cose?”

Lei senza guardarmi, disse: “Le ho fatto sempre tante domande sulla sua vita prima che iniziasse a perdere la memoria. Vedi è servito a qualcosa”.

Io, invece, non conosco la tua vita nonna. Non so tante cose di te. 

Quello di cui posso parlarti, invece, sono i ricordi che io ho di te, i momenti che abbiamo vissuto insieme, gli oggetti, i suoni, gli odori e i sapori che mi ricordano te.

I ziti, per esempio.

Non sai di cosa sto parlando vero? Non te lo ricordi più. 

I ziti sono un tipo di pasta di grano duro, di forma allungata, tubolare e cava. Sono lisci come i bucatini ma con un diametro un po’ più grande.

Amo i ziti per due motivi.

Per prima cosa, quando li mangi, il sugo entra tutto dentro la cavità. Ricordo che da piccolina, intercettavo il zito più pienotto, lo mettevo in bocca e succhiavo tutto il sugo di pomodoro all’interno.

La seconda cosa per cui amo i ziti sei tu. Mi ricordano te.

Me li cucinavi la domenica, con un ragù di pomodoro semplicissimo. Dicevi sempre: “questo non è il sugo del supermercato. Questi sono i pomodori dell’Abruzzo!” (come se l’Abruzzo avesse un bollino etico e solidale). 

Mentre preparavi il sugo, mi chiedevi di spezzare i ziti. I ziti, quindi, diventano i mezzi ziti. 

Perché dovevo rompere i ziti? Io non lo sapevo mica. Lo facevo e basta. Perchè dovevo romperli? Erano così belli, lunghi, interi, perfetti.

Non so se ricordi di quando mi spiegavi come dovevo spezzarli.

I ziti andavano spezzati in due, massimo tre parti, possibilmente uguali. Cercavo di portare a termine l’arduo compito e di essere quanto più precisa possibile anche se non ne capivo il motivo. 

Niky diceva sempre: “I ziti vanno spezzati! Non si possono mangiare interi!”

Forse mi volevi dire che i ziti interi e perfetti non vanno bene perchè non si riescono a mangiare. I ziti lasciati intatti non possono entrare nelle bocche degli altri, nei corpi della tua famiglia, dei tuo amici, del tuo amore.

Forse volevi dirmi che dovevo spezzarmi in piccole parti per potermi mescolare con un buon sugo e poter essere apprezzata. Per anni, per quasi tutta la mia vita, ho pensato che non spezzarmi fosse la chiave per non essere mangiata dagli altri. E questo può difenderti dai mangiatori cattivi ma anche allontanarti dai mangiatori buoni. Se non ti rompi, dicevo a me stessa, non puoi far entrare nulla di brutto. E così è stato. Ma la luce, la gioia, la bellezza, gli amori, la spensieratezza? Restano al di fuori di te, mentre un’immensa solitudine, una perfetta finzione, un muro di tristezza, mettono radici dentro di te.

Ho provato ad andare dritto, a non guardare mai indietro, a strafare, a non fermarmi mai a pensare da dove venivo, quale era la mia storia per non rischiare mai di vedere quel buco, che mi avrebbe rotta in tanti pezzi.

Oggi ho 29 anni e non credo di aver ancora capito qual è il giusto punto in cui bisogna rompersi per non disintegrarsi e rimanere sempre uno splendido zito. Probabilmente, pian piano, sto capendo quello che Niky cercava di dirmi e mi dice tutt’ora, anche se non sa più chi sono. Ci si deve spezzare in più punti così da essere liberi di buttare via i pezzi inutili e prendere quelli giusti da buttare in un fumante sugo di pomodoro.

Ora che ci penso, la parola zito al sud Italia ha sia significato di “non sposato/a” sia di “fidanzato/-a. Ma questa è un’altra storia.

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Quasi 30enne, garganica e felice solo se c'è il sole. Lavora nel terzo settore, ama la vita - quasi ogni giorno - e crede di non poter vivere senza i tramonti, i fichi d'india, il pane e pomodoro, le foto in bianco e nero, la musica Afrobeat, l'astrologia e i tarocchi. Tutti la chiamano Tota.

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