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	<title>psicologia &#8211; Venti Blog</title>
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	<description>La voce dei Ventenni</description>
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		<title>Educazione emotiva: necessità di un’alfabetizzazione sul linguaggio dell’Amore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Angela Servidio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Oct 2023 06:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’analisi di una costruzione sul sé relazionale, consultiamo il parere della Dottoressa Ameya G. Canovi, psicologa e autrice, esperta nello studio delle relazioni familiari e della dipendenza affettiva, provando ad individuare alcuni degli aspetti basilari ad una relazione affettiva che possa definirsi salubre. Il suono della campanella di inizio anno è stato contrassegnato dall’attuazione di un programma educativo, attivo sino al 25 novembre, giornata internazionale per l&#8217;eliminazione della violenza contro le donne, incentrato sulla sessualità ed affettività, promosso dal ministero [&#8230;]</p>
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<p>Nell’analisi di una costruzione sul sé relazionale, consultiamo il parere della Dottoressa Ameya G. Canovi, psicologa e autrice, esperta nello studio delle relazioni familiari e della dipendenza affettiva, provando ad individuare alcuni degli aspetti basilari ad una relazione affettiva che possa definirsi salubre.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img width="827" height="993" src="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/09/WhatsApp-Image-2023-09-19-at-10.09.55.jpeg" alt="" class="wp-image-34213" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/09/WhatsApp-Image-2023-09-19-at-10.09.55.jpeg 827w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/09/WhatsApp-Image-2023-09-19-at-10.09.55-250x300.jpeg 250w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2023/09/WhatsApp-Image-2023-09-19-at-10.09.55-750x901.jpeg 750w" sizes="(max-width: 827px) 100vw, 827px" /></figure>



<p><strong>Il suono della campanella di inizio anno è stato contrassegnato dall’attuazione di un programma educativo, attivo sino al 25 novembre, giornata internazionale per l&#8217;eliminazione della violenza contro le donne, incentrato sulla sessualità ed affettività, promosso dal ministero dell’Istruzione e del Merito. Il percorso, che rappresenta una risposta di intervento temporanea rispetto ai fatti di cronaca registrati nelle ultime settimane sul territorio del nostro Paese, è sviluppato sul modello&nbsp; della &#8220;peer education&#8221;, un metodo formativo basato sullo scambio di conoscenze tra pari che favorirebbe negli studenti, coadiuvati dalla guida di esperti, l’acquisizione di importanti benedici in termini di conoscenza e consapevolezza. &nbsp;Crede che l’adozione di programmi ministeriali obbligatori possa contribuire al radicamento di una cultura del cambiamento incentrata sul “valore del rispetto” nei riguardi della persona? </strong>Un’educazione emotiva ed affettiva nelle scuole è, senza dubbio, un segnale positivo &nbsp;di crescita. Tuttavia occorre tenere presente alcuni aspetti: il problema della violenza, agita o assistita, è sistemico. Questo significa che è infiltrata nelle varie popolazioni, nei vari gruppi ecc. Un’educazione in tal senso deve essere sviluppata necessariamente anche al di fuori del contesto proprio dell’istruzione. Serve una sensibilizzazione capillare capace di favorire lo sviluppo di una consapevolezza sociale che, partendo da un’alfabetizzazione del linguaggio adulto, consenta, a sua volta, di sviluppare una sensibilizzazione, educazione ed informazione della popolazione più giovane: possiamo educare i più piccoli con gli strumenti di cui disponiamo; tramandiamo ciò che abbiamo e ciò che siamo!<strong></strong></p>



<p><strong>Crede che la scuola possa vantare una responsabilità etica ed educativa nello sviluppo di crescita emotiva o quantomeno contribuirvi? </strong>La scuola, offre sì un contributo importante, ma, da sola, risulta insufficiente nella mission: &nbsp;non può essere considerata sostituto suppletivo di una responsabilità educativa richiesta, per prima, all’interno di un contesto di crescita. Oggi abbiamo un indice di tolleranza estremamente alto del concetto di violenza. Si rende quindi necessaria una “ristrutturazione del pensiero sociale” su questo tema che coinvolga trasversalmente ciascuna realtà, agendo quindi su più fronti ed in più ambiti di vita. <strong></strong></p>



<p><strong><em>“ La letteratura è nevrosi e per questo è così essenziale alla cultura moderna, proprio perché è il suo sogno, il suo sintomo, la sua malattia”, Giorgio Manganelli. </em></strong><strong>Alcuni testi delle canzoni radiofoniche assolutizzano l’atto libidico come aspetto prevalente dell’equilibrio relazionale amoroso. Una rieducazione delle proprietà di linguaggio, adottata nel campo semantico dell’affettività, attraverso lo studio dell’arte, in senso trasversale, può contribuire nella crescita di consapevolezza emotiva oltre che ad&nbsp; un maggior senso di responsabilità rispetto anche al proprio agire? </strong>Ho avuto occasione di soffermarmi sui testi delle canzoni in quanto nel collettivo sono presenti talune rappresentazioni sociali. La rappresentazione cantata o narrata nei romanzi, &nbsp;così come descritta nelle poesie, descrive spesso un amore passionale, infelice, languido, malinconico o addirittura maledetto. Tutto ciò non è però da demonizzare:&nbsp; sono aspetti che risultano essere elementi attivanti nell’immaginario collettivo, basti pensare alle trame cinematografiche o teatrali nelle quali la passione conduce al vissuto di un dolore lacerante. Al contrario, una narrazione sopita rischierebbe di divenire scontata, priva d’anima. E’ importante quindi che entrambe le narrazioni permangano. Ben venga un “processo di aggiunta”, quindi &nbsp;un’integrazione capace di offrire, ai lettori, chiavi di lettura nell’analisi di un microaspetto relazionale che non è quello quotidiano ed auspicabile. Serve offrire codici interpretativi capaci di “ristrutturare” un ideale di pensiero largamente accettato dalla collettività: &nbsp;come &nbsp;ad esempio l’associare erroneamente l’amore al dolore o al tormento. E’ una ricerca di senso che può essere sviluppata affiancando altre letture che siano capaci di suscitare riflessioni su ciò che è salutare, dignitoso e funzionale all’ambito della sfera relazionale che non disconosce certamente la componente erotica ma tende, all’un tempo, a sviluppare altri aspetti di relazione come l’empatia, l’accettazione, l’alterità ecc. Saper dar voce alle emozioni ed ai vari aspetti di relazione migliora inevitabilmente il rapporto che si instaura nella dimensione individuale ed inevitabilmente relazionale.<strong><em></em></strong></p>



<p><strong>I diffusi episodi di violenza sessuale evidenziano&nbsp; la permanenza di un’ideologia di dominio ancora fortemente radicata. L’origine di vicende simili viene spesso ricondotta all’incidenza di un&nbsp; humus culturale medio-basso influente negativamente sullo sviluppo emotivo della persona, eppure la casistica ne riporta altrettanti perpetrati in condizioni di scolarizzazione medio-alta. La violenza può essere considerata prodotto di un fattore culturale?</strong> Il problema della violenza è trasversale in tutti i ceti sociali perché è retaggio di una cultura patriarcale. Bisogna non dare la colpa agli uomini ma ad un certo tipo di cultura che intende mantenere ed esercitare il proprio potere a discapito della controparte, della donna, come nell’esempio dei casi di cronaca cui abbiamo assistito, ma non necessariamente. &nbsp;E’ importante sottolineare l’importanza di un’alfabetizzazione&nbsp; che coinvolga i vari ceti sociali&nbsp; e che sia volta a costruire una proprietà di linguaggio emotiva funzionale all’ascolto di sé, capace quindi di declinare e decentrare il proprio potere. La vera rivoluzione è la consapevolezza!</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>



<p></p>
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		<title>Post pandemia, il punto di vista dell’esperto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Veronica Falco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Aug 2022 05:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista a Giovanni Matragrano, psicologo e psicodiagnosta È chiaro a tutti quanto la diffusione del Covid-19 abbia modificato le nostre vite, ma quali sono stati gli aspetti più colpiti? Lo scopriamo insieme a Giovanni Matragrano, Psicologo-Psicodiagnosta che, grazie alla sua formazione clinica, ma anche al fatto che si occupa di ambiti legati al mondo psico-scientifico, ci spiega come stiamo reagendo a questa situazione globale. Come credi sia stata percepita a livello psicologico la pandemia? Ha avuto un impatto più o [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="has-text-align-center"><strong><em>Intervista a Giovanni Matragrano, psicologo e psicodiagnosta</em></strong></h2>



<p>È chiaro a tutti quanto la diffusione del Covid-19 abbia modificato le nostre vite, ma quali sono stati gli aspetti più colpiti? Lo scopriamo insieme a Giovanni Matragrano, Psicologo-Psicodiagnosta che, grazie alla sua formazione clinica, ma anche al fatto che si occupa di ambiti legati al mondo psico-scientifico, ci spiega come stiamo reagendo a questa situazione globale.</p>



<p><strong>Come credi sia stata percepita a livello psicologico la pandemia? Ha avuto un impatto più o meno grave delle previsioni secondo te?</strong></p>



<p>C’è da fare prima una specifica: se ci pensi bene la pandemia è stata prima di tutto una pandemia psicologica. Nessuno conosceva il virus, tuttavia, tutti sono venuti a contatto con le conseguenze che rappresenta. La pandemia è stata impattante per la psiche delle persone perché ci siamo ritrovati a dover “limitare la nostra vita” per via di un avversario che non conoscevamo. Quando è stato promosso a virus-minaccia per l’uomo dall’OMS, per il Covid non erano state ancora prese in considerazione contromisure sociali, propagandistiche o di sorta. Per intenderci, quando c’è stata la mucca pazza la copertura mediatica in merito e le campagne per agevolare il combattere dell’epidemia furono di dimensioni maggiori, nonostante i mezzi a nostra disposizione erano sicuramente più pochi e più obsoleti».</p>



<p><strong>Quali aspetti sono stati modificati, dunque, oltre a quelli di natura sanitaria-preventiva?</strong></p>



<p>«Le vere armi del virus sono altre. Finora abbiamo temuto che la conseguenza più grande fosse quella sanitaria, eppure, ora che il Covid è leggermente in remissione grazie ai vaccini e alla prevenzione, cominciamo a notare altri aspetti: la paura sociale legata alle situazioni che generano ansia e/o panico, che principalmente attecchisce con i giovani; la diffidenza nei confronti della scienza; l’inefficienza generale dei sistemi di emergenza di molte nazioni. Vi è stata un’incapacità indecorosa nel creare benessere collettivo, data dal fatto che molte nazioni (tra cui l’Italia) si sono concentrate finora sullo sviluppo della burocrazia ignorando quello della salute mentale. A prova di ciò vi è l’innegabile situazione che sta stravolgendo l’Europa: l’istituzione di una salute mentale pubblica, proprio al pari del sistema sanitario nazionale».</p>



<p><strong>Che impatto ha avuto la pandemia per quanto riguarda giovani e formazione, la percezione degli altri e l’ambito sociale in generale?</strong></p>



<p>«Purtroppo non basta “provare a far finta che il Covid non ci abbia mai colpito” per ritornare a vivere come prima. La pandemia ha cambiato tutto, soprattutto il modo in cui ci relazioniamo con gli altri. Intrinsecamente, a causa della pandemia, siamo più portati a fidarci di meno; a chiederci “chissà cosa avrà fatto, dove sarà stato/a e con chi, sarà mica pericoloso/a?”. Siamo più rigidi. Ho seguito casi di ragazzi che hanno smesso di andare a scuola, appoggiati dai genitori, perché “è pericoloso”, oppure persone adulte che non vanno dal medico specialista perché “potrei prendere il covid”. La normalità è esistita ed esiste tuttora, ma vi è quella prima del virus e quella che stiamo per imparare a vivere. L’ avvento del covid ci ha fatto riflettere su un punto fondamentale: perché vivere come se fossimo ancora agli inizi del nuovo millennio, quando non lo siamo più? Il virus ci ha aperto gli occhi sulle opportunità e sulle tecniche che l’essere umano ha in quasi ogni ambito della vita, in termini di convenienza, efficacia ed efficienza. Avevamo le idee giuste per mettere a punto una cura per l&#8217;Alzheimer, ma abbiamo aspettato che l’esigenza ci portasse a brevettare un vaccino in 6 mesi per capire che era necessario agire sull’mRNA anche nelle malattie degenerative ereditarie. Avevamo le idee giuste per un’istruzione più rapida e sicura, ma abbiamo aspettato che l’esigenza ci portasse a creare un sistema digitale di registrazioni e somministrazioni scolastiche per capire che l’istruzione può giovare della tecnologia».</p>



<p><strong>A proposito di istruzione e apprendimento, sei stato candidato per un dottorato di ricerca in <em>Health Promotion</em> e <em>Cognitive Science</em> in materia di istruzione e formazione digitale: cosa puoi dirci?</strong></p>



<p>«Lo scopo del dottorato è quello di promuovere una migliore qualità della vita, in termini di benessere e vivibilità generale. Il fulcro è il “come noi percepiamo la vivibilità”, ergo, le scienze cognitive. Il metro di misura, così come la soluzione, è all’interno dell’io inteso come soggetto giudicante e non da ricercarsi unicamente nell’ambiente fisico d’apprendimento. Per raggiungere lo scopo di apprendere e formare in modo più conveniente, si stanno sviluppano metodi che si spera un giorno rivoluzioneranno i mezzi per la formazione e l’istruzione. Magari stavolta prima che l’emergenza avvenga».</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Vivere la realtà: come i giovani tornano ad amare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Veronica Falco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Apr 2022 07:58:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando si parla di relazioni amorose, ciò che sentiamo dire spesso è che non sono più durature come prima, che il vero amore, quello appartenente ai tempi dei nostri nonni, non esiste più, che i giovani in questo periodo storico, sono frivoli. Ma sarà davvero così, oppure è la nostra percezione dell&#8217;amore che è stata sporcata? Innanzitutto, la più grande bugia che possiamo raccontarci è che “l&#8217;amore non esiste”. Dire questo è come nascondersi dietro un dito, molti studi hanno [&#8230;]</p>
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<p>Quando si parla di relazioni amorose, ciò che sentiamo dire spesso è che non sono più durature come prima, che il vero amore, quello appartenente ai tempi dei nostri nonni, non esiste più, che i giovani in questo periodo storico, sono frivoli. Ma sarà davvero così, oppure è la nostra <a href="https://ventiblog.com/quello-che-non-ho-imparato-dallamore/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">percezione dell&#8217;amore</a> che è stata sporcata?</p>



<p>Innanzitutto, la più grande bugia che possiamo raccontarci è che “l&#8217;amore non esiste”. Dire questo è come nascondersi dietro un dito, molti studi hanno acclarato che anche nel mondo animale ci sono dinamiche di infatuazione verso un singolo soggetto. L&#8217;università di San Diego ha studiato recentemente come il comportamento dei moscerini sia modificato da una singola molecola che, dopo i pasti, li spinge a sceglier un partner, corteggiarlo e accoppiarsi. La sussistenza di amore e innamoramento è stata provata su un piano biochimico. Infatti, quando sentiamo di “aver perso la testa”, non siamo impazziti e non abbiamo preso un abbaglio: il nostro corpo è in balia di noradrenalina, dopamina e feniletilamina, gli stessi neurotrasmettitori che si attivano in persone con dipendenze da sostanze stupefacenti. Un gruppo di ricercatori di Pisa ha anche provato che, durante l&#8217;innamoramento i livelli di testosterone si alzano nelle donne e si abbassano negli uomini (si spiegano così i luoghi comuni sulla donna che prevale sull&#8217;uomo nella relazione). Se tutto va bene, questi neurotrasmettitori lasciano poi spazio ad altre sostanze meno “eccitanti” ma necessarie per vivere assieme: ossitocina e vasopressina. Tramite queste due sostanze, scaturite prevalentemente da carezze e vicinanza, siamo in grado di prenderci cura di chi ci sta accanto.</p>



<p>Non dovremmo, allora, essere tutti felici e contenti una volta trovata una persona affine a noi <em>scientificamente</em>?</p>



<p>Sarebbe così se la società in cui viviamo fosse strutturata su un piano pragmatico della vita. Siamo impazienti, tutto scorre velocemente così come noi, sui social, scorriamo le immagini (quasi sempre alterate) di persone che invidiamo. Pat Benetar canta “l&#8217;amore è un campo di battaglia”, ma se la battaglia fosse dentro di noi? Dare la colpa ad uno smartphone sarebbe stupido, quel che ci manca, è il contatto con la realtà; abbiamo a disposizione un livello di tecnologia enorme ma siamo pessimi fruitori: invece di sfruttare questo beneficio per allargare le nostre vedute, abbiamo iniziato a nasconderci in un angolo e lamentarci. Diciamo che le relazioni sono brevi e evanescenti, ma siamo noi a scarnificare ogni emozione fino a farne rimanere inconsistenti filamenti e a creare escamotage per non farci del male.</p>



<p>La psicologia spiega che “scappare dal dolore” è una vera e propria <strong>strategia di fuga</strong>; ne esistono molti tipi, ma parlando di relazioni sentimentali, questo, oggi avviene sempre di più, nel momento in cui sono evidenti i (piccoli, talvolta) lati negativi dell&#8217;altra persona. Non siamo disposti ad allenare la nostra empatia e stare accanto a qualcuno ma scappiamo da ciò che potrebbe fare del male a noi, ed ecco uno dei motivi per cui le relazioni a volte appaiono appunto “brevi ed evanescenti”: per colpa nostra.</p>



<p>Tra le persone più giovani, inoltre, un fattore decisivo è anche il <strong>pessimismo</strong>: viene sottovalutata questa attitudine che aumenta la disposizione di considerare gli aspetti peggiori della realtà facendo caso esclusivamente alle cose che reputiamo “preoccupanti” nell&#8217;altro. Gli psicologi affermano che il pessimismo sia figlio, oltre che di altre patologie, di una scarsa autostima (e possiamo ricollegarci all&#8217;utilizzo smodato e scorretto dei social) e che fare questi pensieri aumenta in noi il <strong>dolore emotivo</strong>. Per cui, anche cercando di fuggire ci causiamo sofferenza, non sarebbe più semplice fare un lungo respiro e iniziare ad accettare la realtà?</p>



<p>In questi ultimi anni sono diventate sempre più celebri pratiche come yoga, mindfulness, in generale meditazione, e tutti dicono di star “lavorando su se stessi”. La difficoltà di questo lavoro però spesso risiede nel lavoro stesso: complichiamo tutto cercando di migliorare la nostra vita. Non si possono dare risposte certe, considerando la soggettività di ognuno, ma possiamo attestare che provare a spogliarci dalle costruzioni che ci siamo creati, comunicare, smetterla di fare ghosting, di filarcela, e accogliere l&#8217;amore, con tutto il dolore che potrebbe portarsi dietro poiché gioverebbe alla nostra vita e forse potremmo avere davvero una relazione sana e duratura con la persona che scegliamo. Basterebbe provare.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Bonus psicologo e psicologo di base, le ultime novità</title>
		<link>https://ventiblog.com/bonus-psicologo-e-psicologo-di-base-le-ultime-novita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Marialuisa Inchingolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Feb 2022 15:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[bonus psicologo]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[psicologo di base]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Sai…sto andando da uno psicologo”. Silenzio. Lo vedo dagli occhi che l’unico pensiero del mio interlocutore è “Non pensavo fosse pazza”. In realtà pazza non lo sono e non lo sono mai stata. Semplicemente, è arrivato un momento in cui sentivo la necessità di parlare con qualcuno che realmente potesse dare un nome alla sensazione di incompiutezza che provavo, che non si limitasse soltanto a dirmi parole di conforto e di comprensione. Il tabù dello psicologo Mi sono sempre chiesta [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>“<em>Sai…sto andando da uno psicologo</em>”. Silenzio. Lo vedo dagli occhi che l’unico pensiero del mio interlocutore è “<em>Non pensavo fosse pazza</em>”. In realtà pazza non lo sono e non lo sono mai stata. Semplicemente, è arrivato un momento in cui sentivo la necessità di parlare con qualcuno che realmente potesse dare un nome alla sensazione di incompiutezza che provavo, che non si limitasse soltanto a dirmi parole di conforto e di comprensione.</p>



<h3>Il tabù dello psicologo</h3>



<p>Mi sono sempre chiesta <a href="https://ventiblog.com/ho-paura-dello-psicologo-e-tu/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">come mai la parola psicologo faccia ancora questo effetto</a>. Pensavo che ormai fosse sdoganata l’idea che chi va dallo psicologo soffre di qualche grave disturbo che un buon esorcista non riesce a curare. <br>In realtà, questo tabù dello psicologo è <strong>sempre meno evidente tra i giovani</strong>: mi capita, infatti, di confrontarmi con ragazzi tra i venti e i trent’anni che hanno sentito la necessità di intraprendere un percorso psicologico con un professionista. Sono ragazzi con vite apparentemente complete che sentivano il bisogno di capire meglio e di accendere una luce su alcuni aspetti irrisolti della loro vita: dall’incapacità di stare da soli alla difficoltà nel dominare le proprie emozioni sul luogo di lavoro.</p>



<h3>E&#8217; troppo tardi per andare dallo psicologo?</h3>



<p>Molto spesso quando si decide di intraprendere questo tipo di percorso, però, è troppo tardi. Non fraintendetemi, non è mai troppo tardi per porsi degli interrogativi sulla propria esistenza e provare a darvi una risposta. Intendo dire che spesso ci si avvicina alla figura dello psicologo in una fase della vita in cui si è già formati, in cui il nostro carattere è ben delineato e può essere solo smussato, in cui ci portiamo dietro anni e anni di comportamenti e reazioni difficilmente comprensibili da parte di un occhio inesperto.</p>



<p>Il COVID (ahimè, vi tocca leggere questa parola anche oggi) ha poi, come si suol dire, messo il <a href="https://ventiblog.com/gli-effetti-del-lockdown-sulla-gente-intervista-allo-psicologo-simone-delia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">carico da novanta</a> su di un benessere mentale già vacillante. Siamo stati costretti ad affrontare grandi sofferenze fisiche – per chi ha contratto il virus e per chi ha perso persone care durante la pandemia – e altrettanto psicologiche.<br>Ecco, forse la pandemia è servita: ci ha aiutato a capire l’importanza del benessere mentale. Tant’è che negli ultimi tempi è sempre più in voga la notizia del cosiddetto psicologo di base, una novità che ha provocato un’unica reazione: finalmente.</p>



<h3>Finalmente gli incentivi per la salute mentale</h3>



<p>Dalla Lombardia al Lazio, fino ad arrivare alle ultime news sul decreto-legge Milleproroghe attualmente in fase di approvazione, l’intenzione è quella di incentivare i consulti psicologici. Il decreto-legge Milleproroghe, infatti, dovrebbe prevedere un <strong>bonus di 600 euro (circa 12 sedute) per tutte le persone che possiedono un ISEE inferiore alle soglie stabilite per legge</strong>. Oltre a tale misura prevista a livello nazionale che permetterà anche ai meno abbienti il “lusso” di poter parlare con uno psicologo, diverse Regioni si stanno <a href="https://ventiblog.com/il-bonus-psicologo-di-officine-buone/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">mobilitando anche in maniera autonoma</a>. Tra queste abbiamo la Lombardia, la Regione maggiormente colpita dalla pandemia, in cui si parla di un vero e proprio <strong>psicologo di base, al pari del medico c.d. di famiglia</strong>. Il che sarebbe una soluzione ottimale, in grado di far avvicinare tutti indistintamente alla figura dello psicologo e di instaurare un rapporto duraturo e continuativo con lo stesso. Anche il Lazio si è contraddistinto per aver previsto un bonus psicologo che, però, ha incontrato un grande limite: l’assenza di psicologi nella Regione. Un dato sconcertante, se si pensa alla densità di popolazione della sola capitale.</p>



<p>La strada è ancora lunga, ma possiamo dire senza ombra di dubbio che è quella giusta.</p>



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<p class="has-text-align-center"><em>Già pubblicato su L&#8217;Altravoce dei Ventenni-Quotidiano del Sud 21/02/2022</em></p>
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		<title>Psico-Natale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Cretella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Dec 2021 19:26:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le feste viste da una psicologa, tra luci ed emozioni Le feste natalizie sono ogni anno un turbinìo di luci, sogni, desideri e magia. Inevitabilmente hanno un forte impatto su di noi, da qualsiasi punto di vista: sul nostro corpo, sul nostro cervello e sulla nostra mente. A questo proposito, l&#8217;Università di Copenaghen ha svolto uno studio per indagare il cosiddetto “spirito natalizio”, ossia cosa accade nel nostro cervello quando veniamo esposti al Natale. È emerso che quando viene mostrata [&#8230;]</p>
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<h2 class="has-text-align-center">Le feste viste da una psicologa, tra luci ed emozioni</h2>



<p>Le feste natalizie sono ogni anno un turbinìo di luci, sogni, desideri e magia. Inevitabilmente hanno un forte impatto su di noi, da qualsiasi punto di vista: sul nostro corpo, sul nostro cervello e sulla nostra mente. A questo proposito, l&#8217;Università di Copenaghen ha svolto uno studio per indagare il cosiddetto “spirito natalizio”, ossia cosa accade nel nostro cervello quando veniamo esposti al Natale. <br>È emerso che quando viene mostrata loro un&#8217;immagine natalizia, nelle persone che per cultura festeggiano il Natale determinate aree cerebrali sono contemporaneamente molto più attive: quella del riconoscimento facciale, dell&#8217;empatia e della spiritualità.<br>Ciò è una prova del fatto che lo spirito natalizio è più complesso della sola attivazione di aree cerebrali. </p>



<p>Il Capodanno, poi, dal punto di vista psicologico è un momento cruciale.<br>Nella nostra cultura segna una fine e un nuovo inizio e questo fa sì che diventi tempo di bilanci per l&#8217;anno passato e di buoni propositi per l&#8217;anno che sta per iniziare. Inevitabilmente iniziamo a riflettere sui traguardi raggiunti, ciò che abbiamo realizzato e ciò che non siamo riusciti a fare come volevamo; analizziamo se siamo più vicini ai nostri obiettivi di vita rispetto al Capodanno precedente. Iniziamo poi a stabilire dei nuovi obiettivi, in vari ambiti della nostra vita, anzi in tutti, se ci mettiamo d&#8217;impegno&#8230;come se in realtà non potessimo iniziare a lavorare su di essi in qualsiasi altro periodo dell&#8217;anno!</p>



<p>Tutte queste riflessioni sul passato e sul futuro sono piene di giudizi: a volte siamo molto severi con noi stessi, soffermandoci esclusivamente su ciò che non siamo riusciti a fare e ciò potrebbe abbassare il nostro umore, responsabilizzandoci eccessivamente. D&#8217;altro canto, stabilire degli obiettivi molto alti per il futuro potrebbe generare ansia, addirittura controproducente.</p>



<p>Ciò che ci farebbe stare bene è imparare a perdonarci, essere più attenti a ciò che di positivo è accaduto nelle nostre vite e non fa male ripeterci che le cose belle che ci accadono sono tutto merito nostro! Parola di psicologa!</p>



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<p>Già pubblicato su L&#8217;Altravoce dei Ventenni-Quotidiano del Sud 20/12/2021</p>
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		<title>Ho paura dello psicologo: e tu?</title>
		<link>https://ventiblog.com/ho-paura-dello-psicologo-e-tu/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Martina Vetere]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Nov 2019 20:04:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#iLaureati]]></category>
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo un&#160;sondaggio&#160;dell’Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico) il 70% degli italiani considera inutile andare dallo psicologo.&#160;Caratteristica della nostra società è la resistenza granitica del “bisogna farcela da soli”, quell’errata convinzione che parlare dei propri dissidi interiori con amici e familiari sia lo stesso. Ancora più grave, è il consolidato stereotipo dello psicologo-strizzacervelli utile solo per i “pazzi”. Noi di Venti abbiamo proposto ai nostri lettori un sondaggio per indagare le effettive conoscenze in nostro possesso riguardo al ruolo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Secondo un&nbsp;<a href="http://www.repubblica.it/salute/medicina/2017/10/10/news/_inutile_parlare_con_lo_psicologo_per_il_0_degli_italiani_ma_i_disturbi_psichiatrici_sono_in_aumento-177868530/">sondaggio</a>&nbsp;dell’Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico) il 70% degli italiani considera inutile andare dallo psicologo.&nbsp;<br>Caratteristica della nostra società è la resistenza granitica del “bisogna farcela da soli”, quell’errata convinzione che parlare dei propri dissidi interiori con amici e familiari sia lo stesso. Ancora più grave, è il consolidato stereotipo dello psicologo-strizzacervelli utile solo per i “pazzi”.</p>



<p>Noi di <strong>Venti</strong> abbiamo proposto ai nostri lettori un sondaggio per indagare le effettive conoscenze in nostro possesso riguardo al ruolo dello psicologo, all&#8217;idea che se ne ha, oggi, nella società, e &#8211; in riferimento a chi ne ha frequentato o ne frequenta attualmente uno &#8211; al rapporto che con lo stesso si instaura, con focus particolare sulle problematiche che colpiscono adolescenti e giovani in generale e la loro propensione nell&#8217;affidarsi ad uno psicoterapeuta.      <br>Raccolti i risultati, quest’ultimi sono stati da noi esaminati insieme ad un’esperta del settore, la <strong>Dott.ssa Federica Biasone</strong>, laureata in <em><strong>Psicologia</strong></em> presso l’Università degli Studi di Messina, prossima a iscriversi alla scuola di specializzazione in Psicoterapia. </p>



<p><br><strong>Dott.ssa Biasone, quando e perché ha scelto di dedicare la sua vita alla Psicologia?&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br></strong><em>“La prima volta che ho pensato che da grande volevo fare la psicologa è stato circa all’età di 10 anni, in un’era in cui, priva delle distrazioni che un wifi illimitato concede, io divoravo libri uno dopo l’altro. Sono cresciuta imparando più cose da Hermione Granger ed Elizabeth Bennet, tanto per citarne due, che dalla maggior parte degli insegnanti che ho conosciuto nella vita, ed è stato così che ho scoperto il mondo di una psicologa infantile. Il suo nome è <strong>Torey Hayden</strong> e nei suoi libri racconta del suo lavoro nelle scuole con bambini con disturbi del comportamento negli anni in cui si affrontava il problema dell’inclusione e il panorama scientifico cominciava ad aprirsi alle nuove correnti del comportamentismo (fine anni’80). Ne rimasi affascinata.Quando è arrivato il momento di fare una scelta universitaria, l’idea di poter assomigliare a una delle mie eroine letterarie era stimolante, ed è così che io ho iniziato la mia battaglia contro il pregiudizio già tra le mura di casa mia, dove mi dicevano che dovevo fare Medicina perché come psicologa non avrei mai guadagnato bene, perché “nessuno vuole sentirsi dire che è pazzo, nessuno ha soldi da darti solo per parlare dei suoi problemi.” Sentirmi dire tutte queste cose mi ha spaventata, ma quando non sono entrata a Medicina per me è stato quasi un sollievo. E così oggi, che sono passati quasi 8 anni da quella scelta, io non ho rimpianti, anzi sono felice di aver fallito quel test, perché se la scelta che ho fatto a 18 anni aveva le caratteristiche tipiche dell’incertezza di una adolescente, negli anni e approcciandomi alla professione, in me si sono andate consolidando nuove certezze. Oggi sento fortemente l’importanza di tutelare i<strong>l tesoro di cui ciascuno di noi è custode</strong>, e che merita di essere protetto, se per qualsiasi ragione si scalfisce, grazie a figure professionali che hanno studiato apposta per prendersene cura.”&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</em></p>



<p><br><strong>Vi è, da parte di molti ancora, ritrosia nei confronti dello psicologo e della sua funzione. Perchè?</strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><em>“Sulla base della mia ancora esigua esperienza, credo che molti dei pregiudizi siano nati a causa di svariati motivi, dando vita a stili di pensiero diversi. Ritengo – e il vostro sondaggio me ne ha dato concreta prova – che esistano i <strong>“disillusi”</strong>, persone che hanno incontrato psicologi scarsamente formati, poco empatici, figure professionali come – purtroppo &#8211; ne esistono in qualsiasi campo, solo che nel mio ambito questo sembra portare ad un’unica scelta, ovvero rinunciare alla ricerca del terapeuta migliore, coltivando e trasmettendo la propria esperienza negativa come conferma di un “avevano ragione, non serviva a niente”. Altri ancora, i <strong>“diffidenti”</strong>, che, pur riconoscendo in qualche modo la necessità di farlo, non iniziano un percorso psicoterapeutico per vergogna, paura del giudizio degli altri, timore di non riuscire a farsi capire e di non essere compresi. Sono quelli che in alcuni casi o semplicemente sperano che passi da solo, di qualsiasi cosa si tratti, oppure ricorrono all’utilizzo di una terapia fai-da-te basata sull’utilizzo di ansiolitici, il cui uso sterile ed impersonale è probabilmente considerato molto più accettabile e soprattutto più rapido come soluzione. Un’altra percentuale, invece, riguarda gli <strong>“inconsapevoli”,</strong> che attribuiscono il proprio benessere solo al soddisfacimento di esigenze che hanno poco a che fare con il proprio vissuto emotivo, persone che per qualche motivo incontrano difficoltà nel loro quotidiano ma che non pensano che andare dallo psicologo possa essere d’aiuto. Infine, un’ultima percentuale, probabilmente la più esigua, appartiene a coloro i quali pur sentendone la necessità, non hanno la possibilità economica di iniziare una terapia e per questo rinunciano, e questa è, ad oggi, una delle motivazioni che più mi fa male, perché credo che prendersi cura del proprio vissuto emotivo (ma non solo di questo, perché&nbsp;attenzione!!!Lo psicologo fa anche molto altro) non dovrebbe essere un privilegio per pochi, ma un diritto accessibile a tutti, in un mondo ideale magari addirittura garantito dal nostro sistema sanitario come lo è il medico di base.”</em></p>



<p><strong>I seguenti sono i dati del nostro sondaggio. Su un campione di 238 utenti, di cui il 68,9% donne e il 31,1% uomini di età prevalentemente tra i 25 e i 35 anni (pari al 41,6% dell’utenza) e il 18,5% over 35 anni, quasi il 70% non ha mai consultato uno psicologo.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img width="964" height="466" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-4.png" alt="" class="wp-image-16577" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-4.png 964w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-4-300x145.png 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-4-640x309.png 640w" sizes="(max-width: 964px) 100vw, 964px" /></figure>



<p><strong>Partiamo dal dato più alto: il No. Seppur l’87,2% abbia amici o parenti in terapia, il 57,3% sostiene di non essersi mai rivolto ad uno psicologo perché “<em>non ne ho mai sentito la necessità</em>”, solo in pochi infatti affermano di non averne avuto il coraggio. Invero, un dato rilevante è che ancora il 18,3%, se andasse in terapia, preferirebbe tacerlo a parenti e o amici.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img width="964" height="466" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-5.png" alt="" class="wp-image-16578" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-5.png 964w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-5-300x145.png 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-5-640x309.png 640w" sizes="(max-width: 964px) 100vw, 964px" /></figure>



<p><strong>Qual è il dato che più la spaventa o la incuriosisce?</strong><br><em>La prima cosa che ho notato è che il sondaggio ha avuto un discreto successo e colgo questo come un primo segnale di apertura all’argomento, considerando il fatto che ha coinvolto perlopiù giovani tra i 18 e i 35 anni, ovvero esattamente la fascia d’età alla cui opinione eravamo particolarmente interessati. La maggior parte del campione non ha mai consultato uno psicologo, nonostante questo sono stupita positivamente perché i motivi dichiarati alla base di questa scelta sono solo in parte legati a paura di sentirsi giudicato come ‘pazzo’ o ‘malato’ o mancanza di coraggio e disponibilità economica: i più, infatti, rispondono di non averne sentito mai la necessità.&nbsp;</em></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img width="964" height="466" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-6.png" alt="" class="wp-image-16579" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-6.png 964w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-6-300x145.png 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-6-640x309.png 640w" sizes="(max-width: 964px) 100vw, 964px" /></figure>



<p><em>La percentuale di persone che invece afferma di aver avuto esperienza di terapia (di cui, sorprendentemente il 64,9% ha deciso in totale autonomia), o semplicemente un consulto psicologico, ha dato risposte entusiasmanti circa la propria disponibilità non solo a condividere la propria esperienza con amici e parenti senza nasconderlo, ma addirittura a consigliarla come percorso fondamentale di crescita personale e superamento di limiti e paure. Tutto ciò dà un riscontro tangibile a quella che era la mia percezione di un cambiamento in atto nella coscienza comune oggi rispetto a quando ho iniziato io il mio percorso di studi, e nonostante ancora persistano resistenze e paure non solo di cosa si potrebbe scoprire iniziando un’analisi personale ma soprattutto di cosa penserebbero gli altri di noi se lo sapessero, qualcosa sta comunque cambiando. <strong>E, si sa, il miglior modo di combattere il pregiudizio è aumentando la conoscenza e il contatto</strong>, che sia esso con figure professionali competenti e accoglienti o con racconti di esperienze positive come quelle che abbiamo raccolto.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Un dato che mi ha particolarmente colpita e addolorata riguarda i motivi che hanno spinto al consulto: accanto ad ansia e depressione, che sono quelli che maggiormente mi aspettavo, a pari merito compare il bullismo, come testimonianza di un fenomeno ormai fortemente diffuso e proprio per questo necessariamente da combattere, con ogni mezzo e ad ogni costo.&nbsp;</em></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img width="964" height="466" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-7.png" alt="" class="wp-image-16581" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-7.png 964w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-7-300x145.png 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-7-640x309.png 640w" sizes="(max-width: 964px) 100vw, 964px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img width="964" height="466" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-8.png" alt="" class="wp-image-16582" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-8.png 964w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-8-300x145.png 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-8-640x309.png 640w" sizes="(max-width: 964px) 100vw, 964px" /></figure>



<p><strong>Il dato, però, importante è che è per lo più riconosciuta, anche da chi ancora si professa reticente o timido all’incontro con lo psicologo, l’importanza della terapia.&nbsp;</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img width="964" height="466" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-9.png" alt="" class="wp-image-16583" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-9.png 964w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-9-300x145.png 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-9-640x309.png 640w" sizes="(max-width: 964px) 100vw, 964px" /></figure>



<p><strong>Quale sarebbe, a suo parere, la soluzione?</strong><br><em>In un panorama così composto, sento fortemente la responsabilità per me e per chi, come me, è agli inizi della professione, di rivoluzionare e valorizzare il ruolo dello psicologo/psicoterapeuta, dando voce ai molti che hanno storie positive da raccontare, persone la cui testimonianza afferma che iniziare una terapia è un “regalo”, un percorso non esente da difficoltà ma che promette un panorama migliore all’orizzonte. E’ una responsabilità ancora maggiore accogliere, invece, tutte le altre categorie di persone che hanno ancora paura, o che semplicemente sono inconsapevoli dell’importanza di prendersi cura delle proprie emozioni e del modo che abbiamo di gestirle. Penso in particolar modo a bambini e adolescenti e a quanto sia importante che vengano supportati all’interno del loro contesto familiare e che ricevano una adeguata “educazione emotiva”, scongiurando quei casi in cui, anche qualora venisse offerto loro un supporto psicologico in caso di necessità, venga fatto nel silenzio e nella colpevolizzazione del fatto stesso.</em></p>



<p><strong>Ed infatti, a comprova di quanto appena detto, rilevano quelle che sono state identificate come le caratteristiche fondamentali che dovrebbe possedere uno psicologo secondo l’utenza media.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p><strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img width="964" height="480" src="http://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-10.png" alt="" class="wp-image-16584" srcset="https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-10.png 964w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-10-300x149.png 300w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-10-640x319.png 640w, https://ventiblog.com/wp-content/uploads/2019/11/image-10-480x240.png 480w" sizes="(max-width: 964px) 100vw, 964px" /></figure>



<p></p>



<p><strong>Attestazioni importanti</strong> emergono anche dall’esperienza di alcuni utenti che anonimamente hanno spiegato da cosa nasce l’esigenza di “chiedere aiuto”, di ricorrere, ad uno psicologo.&nbsp;<br><br>C’è chi dice:&nbsp;<em>“Credo molto nella psicologia. Penso che nella vita tutti ne abbiano bisogno. Lo consiglio a tutti, amici e non. Nella mia vita, per un motivo o per un altro, ho frequentato parecchi studi di psicologi ed una volta anche quello dello psichiatra. Tuttavia, per me, la vera terapia è iniziata quando IO ho deciso di frequentare una psicologa. Il mio percorso è iniziato quando nella mia vita ci sono stati tanti cambiamenti e quando mi sono allontanata dalla mia “vita precedente”. I percorsi che si intraprendono in terapia di solito sono molto lunghi, ma pian piano senti dei piccoli cambiamenti dentro di te. Nonostante io sia favorevole ad affidarsi ad un esperto, mi sono sempre avvilita perchè mi aspettavo cambiamenti repentini e visibili, fuori e dentro di me. Da un po’ ho capito che cambi tu, le tue emozioni, il tuo vivere la quotidianità. E, come dice la mia psicologa, è proprio in quel momento che inizia la terapia. In questi percorsi il nemico da combattere e da conoscere è se stessi e nessuno si conosce fino in fondo. Quindi consiglio a tutti di aprire quei cassetti che tante volte lasciamo chiusi perché più facile.”&nbsp;</em><br><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br></em>Poi, qualcuno confessa:&nbsp;<em>“C’è stato un momento della mia vita in cui ho capito che certi scogli mentali e alcune cose non riuscivo a gestirle da solo e che un aiuto professionale sarebbe stato certamente più d’impatto ed efficace rispetto ad altre strategie che di solito adotto. Sono molto favorevole alla crescita di questa professione e consiglio caldamente di confrontarsi con uno psicologo perché è veramente utile, se si incontra il terapeuta adatto a te. Andare dallo psicologo non è sinonimo di problemi o di fragilità, piuttosto io lo vedo come un atto di coraggio. Credo che le persone molto spesso rifiutino di averne bisogno perché convinti che non serva a molto e che certe cose si superino da soli solo perché la figura di questo specialista è affiancato ad uno stigma sociale. Ognuno la vede diversamente, ma per la mia esperienza è assolutamente utile e formativo.”</em><br><em><br>&nbsp;</em>E chi, poi, vi si è recato non perché pieno di problemi, ma per imparare a rispondere alle proprie domande da solo:&nbsp;<em>“Pur non avendo grandi problemi &#8220;esistenziali&#8221; sentivo che i consigli di amici e parenti non erano più sufficienti a trovare una risposta alle mie domande. Inizialmente ero scettico sull&#8217;effettivo giovamento che mi avrebbe dato questo nuovo percorso, proprio per il fatto che non ci fossero drammi nella mia vita. Ma poi ho capito che non serve un dramma per parlare con qualcuno anche dei problemi della quotidianità. Non tutte le sedute sono semplici, alcune più dolorose della altre e devo ammettere che qualche volta, dopo aver parlato per un&#8217;ora esco da quella stanza con un senso di stanchezza indescrivibile. Altre volte mi sento leggero come una farfalla. Però in definitiva lo consiglierei assolutamente perché uno psicoterapeuta competente non ti dà dei consigli ma ti fa parlare e ragionare e delle volte sono stesso io che ragionando ad alta voce mi rendo conto delle cazzate che sto dicendo e di quale sia effettivamente la soluzione al problema”.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</em></p>



<p>Dobbiamo accettare, quindi, che non c’è niente di cui vergognarsi nel rivolgersi ad una figura specializzata per migliorarci e liberarci da pattern psicologici ed emotivi che spesso ci impediscono di trovare una nostra serena realizzazione e di vivere in sintonia con l’ambiente che ci circonda.</p>



<p><br><strong>La Dott.ssa Biasone ci saluta con un augurio:</strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>“<em>Auguro a me e ai giovani colleghi in formazione come me, di sfatare tanti di questi falsi miti, di trasmettere fortemente il messaggio secondo cui è importante vivere ogni emozione, non solo quelle positive, e che è lecito chiedere aiuto quando alcune di queste ci bloccano, viverle e vincerle, senza soffocarle. E’ un compito che mi spaventa, io stessa mi sono sempre chiesta se sarò mai abbastanza brava da fare davvero la differenza per chi avrà bisogno di me. Di recente un collega con molta più esperienza mi ha detto una cosa che non dimenticherò mai: quello che importa non è essere all’altezza, perché ciò con cui veniamo a contatto quotidianamente è spesso troppo più grande di noi al punto che forse all’altezza non lo saremo mai, però ciò non significa non essere abbastanza, perché pur con tutti i limiti, anche la paura più grande non è grande al punto da non poter essere combattuta e vinta e, alla fine dei giochi, quello che importa davvero è chi era al nostro fianco durante la battaglia, chi ha combattuto ed era lì con noi.&nbsp;<br>Dunque in un’era in cui tutto sembra transitorio, come storie che si cancellano dopo 24 ore, mi auguro di poter trasmettere un messaggio che resti e che dica a tutti che <strong>non bisogna avere paura o vergognarsi di chi siamo, di quello che proviamo o di chiedere aiuto</strong>, perché la fragilità con cui piangiamo, ci spaventiamo e ci arrabbiamo è la condizione imprescindibile su cui costruire la nostra forza, il nostro coraggio, la nostra grande bellezza.”</em></p>
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