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	<title>PUNTI DI VISTA &#8211; Venti Blog</title>
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	<description>La voce dei Ventenni</description>
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		<title>Il futuro delle patologie croniche attraverso farmaci innovativi e il loro uso “off label”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Denise Mele]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Aug 2024 07:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La terapia farmacologica è fondamentale nel trattamento e nella cura delle patologie croniche. Nonostante si stiano diffondendo terapie palliative o nuovi approcci terapeutici per trattare le malattie, i farmaci rappresentano spesso il trattamento d’elezione e un riferimento essenziale per i pazienti ed anche per i medici per tenere sotto controllo la malattia. Tra le malattie croniche più comuni vi è il diabete di tipo 2, patologia causata da una progressiva resistenza all’azione dell’insulina l’ormone che regola il metabolismo degli zuccheri [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">La terapia farmacologica è fondamentale nel trattamento e nella cura delle patologie croniche. Nonostante si stiano diffondendo terapie palliative o nuovi approcci terapeutici per trattare le malattie, i farmaci rappresentano spesso il trattamento d’elezione e un riferimento essenziale per i pazienti ed anche per i medici per tenere sotto controllo la malattia. Tra le malattie croniche più comuni vi è il diabete di tipo 2, patologia causata da una progressiva resistenza all’azione dell’insulina l’ormone che regola il metabolismo degli zuccheri e la cui carenza o resistenza provoca un aumento del glucosio nel sangue. Il diabete di tipo 2 è la forma di diabete più frequente, derivante spesso da una condizione di obesità. </p>



<p>Obesità e diabete che sono sempre più correlate, rappresentano patologie invalidanti che gravano sulla salute delle persone esponendoli a rischi anche più seri, come ipertensione, ischemie, tumori. Secondo l&#8217;analisi globale pubblicata sulla rivista&nbsp;<em>The Lancet</em>&nbsp;in vista della Giornata mondiale dell&#8217;obesità del 4 marzo, riferita a dati del 2022, sono 159 milioni i bambini e gli adolescenti obesi e 879 milioni gli adulti. I numeri, rilevano gli autori della ricerca, sono in costante aumento. Oltre ad un dieta ben controllata, uno stile di vita sano e l’attività fisica costante, per trattare il diabete sono necessari farmaci, ed esistono molte classi di farmaci che agiscono in modo diverso ma tutti con lo scopo di aumentare la risposta all’insulina. </p>



<p>Per l’obesità fino ad oggi non esistevano farmaci realmente efficaci scevri da importanti effetti collaterali. Attualmente un farmaco innovativo nato per curare il diabete sta facendo molto discutere per il suo utilizzo alternativo come farmaco anti obesità. Si tratta del farmaco Ozempic, appartenente alla classe dei farmaci agonisti dell’ormone GLP-1 (Glucagon-like peptide-1) prodotto dall’azienda Novo Nordisk. Questo farmaco per il suo duplice meccanismo di azione (stimola la produzione di insulina e diminuisce il rilascio del glucagone ovvero l’ormone che provoca il rilascio di carboidrati dal fegato), è importante per la cura dei pazienti affetti da diabete di tipo 2. Ma è il suo effetto secondario, ovvero quello di favorire il rallentamento dello svuotamento gastrico dopo l’assunzione di cibo e quindi ridurre l’appetito, che ha suscitato l’interesse della comunità scientifica tanto da essere utilizzato nei pazienti obesi. Da circa due anni quindi la vendita dell’Ozempic commercializzato con un dosaggio più alto per la cura dell’obesità ha avuto un picco esponenziale. Non solo le persone che hanno un indice di massa corporea superiore a 30 utilizzano l’Ozempic, ma anche persone in leggero sovrappeso che invece di adottare uno stile di vita più sano eliminando le cattive abitudini alimentari decidono di puntare sulla cura immediata con l’Ozempic per perdere chili in breve tempo. Infatti la perdita ponderale è importante e soprattutto repentina tanto da sopportare i fastidiosi effetti collaterali del farmaco. </p>



<p>Molti vip di fama mondiale con qualche chilo in più hanno ritrovato la loro forma fisica grazie all’Ozempic e ciò ha contribuito al nascere di una nuova moda in cui tantissime persone preferiscono ritrovare la forma fisica in maniera semplice e senza fatica somministrandosi il farmaco come “off label” cioè al di fuori delle indicazioni teraupeutiche. L’Ozempic è molto costoso (la cura per un mese varia tra 600€ e 800€), e la prescrizione medica in Italia è riservata solo ai pazienti affetti da diabete di tipo 2. Il prezzo però non ha impedito la vendita di questo farmaco per le persone in sovrappeso comportando problemi nei mesi scorsi nel suo approvvigionamento. Quello che è nato come un farmaco innovativo e rivoluzionario per la cura di patologie croniche come il diabete e l’obesità severa rischia di diventare un farmaco di uso comune, autoprescritto senza reale necessità causando problemi associati alla produzione ed alla sicurezza sottovalutando gli effetti collaterali e i rischi per la salute a lungo termine, nonchè un notevole aumento della spesa farmaceutica. </p>



<p>Sicuramente la ricerca scientifica è molto importante perchè dà speranza e prospettive di vita per patologie croniche e gravi per le quali fino a qualche tempo fa non vi era rimedio. Il 17 luglio infatti il consiglio di Amministrazione dell’AIFA ha approvato l’immissione in commercio di 5 nuovi farmaci: uno antileucemico, uno contro la colite ulcerosa, uno contro il melanoma avanzato, un antiallergico e un farmaco contro l’alopecia. Questi nuovi farmaci potranno essere utili per trattare patologie non rispondenti all’uso di altri farmaci dimostrandosi utili per condizioni invalidanti e di disagio. Tuttavia come dimostra la vicenda dell’Ozempic è necessario un rigido controllo dei farmaci e una maggiore sensibilizzazione per un corretto utilizzo che tenga conto degli effetti collaterali e dei rischi per la salute anche a lungo termine, per prevenire il loro abuso ed evitare che farmaci così importanti possano non essere reperibili a chi ne ha davvero necessità. Inoltre parallelamente allo sviluppo tecnologico e farmaceutico, ciò che può fare realmente la differenza in futuro per scongiurare malattie croniche e il loro decorso nefausto è la prevenzione attraverso un corretto stile di vita e uno screening periodico. </p>
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		<title>Perché votare è bellissimo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Martina Nicelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Jun 2024 07:52:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il voto spiegato a un bambino Nel periodo pre-elettorale è facile parlare di chi dovrebbe votare cosa, dei programmi elettorali e dell’importanza storica del voto.Se queste cose è meglio lasciarle fare a chi ci capisce qualcosa (sempre meno, ormai, ma d’altronde oggi – perdonate la cacofonia &#8211; siamo tutti un po&#8217; tuttologi), io vorrei semplicemente evidenziare un fatto semplicissimo, ai limiti della banalità: votare è essenziale, votare è bellissimo.Non mi definirei un’esperta di politica, e nemmeno di storia moderna, e [&#8230;]</p>
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<h2><em>Il voto spiegato a un bambino</em></h2>



<p>Nel periodo pre-elettorale è facile parlare di chi dovrebbe votare cosa, dei programmi elettorali e dell’importanza storica del voto.<br>Se queste cose è meglio lasciarle fare a chi ci capisce qualcosa (sempre meno, ormai, ma d’altronde oggi – perdonate la cacofonia &#8211; siamo tutti un po&#8217; tuttologi), io vorrei semplicemente evidenziare un fatto semplicissimo, ai limiti della banalità: votare è essenziale, votare è bellissimo.<br>Non mi definirei un’esperta di politica, e nemmeno di storia moderna, e tantomeno di filosofia e di scienze sociali. Sono solo una ragazza di provincia come tante, vissuta all’ombra di una grande città dalla quale rifugge, tra distese di cemento e spicchi di verde rasenti la tangenziale, dove votare è appannaggio di pochi. Sono cresciuta in una famiglia politicamente impegnata, quello sì, soprattutto dal punto di vista paterno; la sua, però, è sempre stata una visione statica, arrabbiata. Essere una persona romantica ti aiuta in tante cose della vita, anche ad essere meno rancorosa e disposta a pensare che le cose, alla fine, andranno sempre per il verso sbagliato.</p>



<p>Non ho mai smesso di credere, in questi quasi dieci anni (sigh) di elettorato attivo, mai ho pensato una sola volta che tutto potesse essere inutile. E ogni volta, nonostante tutto l’avverso che può esistere (e devo dire che oggi ne esiste molto. Spesso mi chiedo se la politica possa, in effetti, arginare tutte le nefandezze di questo mondo. Possiamo davvero pretenderlo? Ma questa è un’altra storia), ho sempre cercato in me &#8211; e negli altri &#8211; la forza di informarmi, cercare, confrontarmi e, alla fine, decidere.</p>



<p>Quanto è bello, decidere? Dal latino decīdĕre, dall&#8217;unione del prefisso de- = da con il verbo caedĕre = tagliare. Quindi, letteralmente, decidere significa tagliare da, tagliar via, dare un taglio a tutto ciò si insinua nei nostri pensieri e selezionare solo quello che fa per noi.</p>



<p>Scegliere è l’atto più adulto che mi capita di fare e che la vita mi costringe a fare: d’altronde, essere grandi non vuol dire anche – e soprattutto &#8211; prendere una posizione? Scegliere il gusto di pizza, una casa, le amicizie da salvare e quelle da accantonare, i giorni di ferie da prendere al lavoro, l’investimento più redditizio. Scegliere di andare fisicamente a votare &#8211; ci vogliono cinque minuti, anche perché di file in quasi dieci anni di voto, ancora non ne ho viste &#8211; e poi, solo poi, cosa e chi votare. Una doppia scelta, e la realtà dei fatti suggerisce che la più difficile sia, inspiegabilmente, la prima. </p>



<p>Scegliere, scegliere, scegliere: fa paura, eppure è tutto qui quello che divide la nostra vita adulta da tutto quello che c’era prima. <br>È bello votare: volete dire che non è bello quando finalmente riesci a montare un mobile?<br>Mi dà la stessa soddisfazione. Anche se non ci ho capito nulla, e l’anta traballa e i piedi sono montati storti, io inizio a riempire comunque gli scaffali di vestiti e scarpe e cianfrusaglie, e mi convinco di aver fatto proprio un buon lavoro. Forse la mia comprensione è solo parziale, e non può che essere così; sono una semplice cittadina, non ho particolari velleità politiche. Eppure, l’atto di votare mi da l’idea di aver risolto un enigma, di aver trovato il chiodo per montare &#8211; finalmente &#8211; l’ultimo scaffale della libreria.<br>E se qualcuno si chiedesse ancora perché votare è importante, gli direi che se voti, puoi far sentire la tua voce. E farla sentire ti legittima a lamentarti, poi, quando le cose non vanno. È una banalità, eppure non tengo più il conto di quante volte mi sono ritrovate a spronare gli altri a suon di banalità.<br>E se siete ancora convinti di volervi astenere e pensate che votare non serva a nulla &#8211; e conosco tanti, tantissimi che lo pensano, la mia periferia politicamente disimpegnata ne è piena -, riflettete sul fatto che è solo per un milione di voti di differenza che il Regno Unito è uscito dall’Unione Europea. La verità è che le persone che andranno a votare faranno la vera differenza, indipendentemente da cosa voteranno. Nessuno farà caso a chi starà a casa: il senso della democrazia è la rappresentanza, e chi non mette quella “x”, rinuncia alla rappresentanza.</p>



<p>Votare è una forma di investimento nella democrazia alla quale, data la deriva mondiale (ma anche europea), mi ancoro con tutte le mie forze e alla quale, anno dopo anno, elezioni dopo elezioni, non sono ancora pronta a rinunciare. E comunque, qualche passo avanti l’ho fatto: almeno oggi ho imparato a piegare la scheda elettorale per il verso giusto.</p>
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		<title>Rom, Sinti e Camminanti: occorre combattere stereotipi e povertà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bosco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Apr 2024 07:25:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[Camminanti]]></category>
		<category><![CDATA[discriminazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Emarginati, respinti, etichettati con disprezzo, guardati con sospetto. Se ne parla poco, di recente quasi mai, ma Rom e Sinti rappresentano forse il popolo più odiato e martoriato degli ultimi decenni. Odio figlio di leggende e luoghi comuni tramandati di generazione in generazione. La&#160;Giornata internazionale dei Rom, Sinti e Camminanti, in programma oggi, dal 1990 ha proprio lo scopo di sensibilizzare l&#8217;opinione pubblica&#160;sui loro problemi e le loro origini, oltre che celebrare la loro cultura, a molti sconosciuta. Ad oggi, [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Emarginati, respinti, etichettati con disprezzo, guardati con sospetto. Se ne parla poco, di recente quasi mai, ma Rom e Sinti rappresentano forse il popolo più odiato e martoriato degli ultimi decenni. Odio figlio di leggende e luoghi comuni tramandati di generazione in generazione. La&nbsp;Giornata internazionale dei Rom, Sinti e Camminanti, in programma oggi, dal 1990 ha proprio lo scopo di sensibilizzare l&#8217;opinione pubblica&nbsp;sui loro problemi e le loro origini, oltre che celebrare la loro cultura, a molti sconosciuta.</p>



<p>Ad oggi, secondo il Consiglio d&#8217;Europa, la loro presenza in Italia varia&nbsp;dalle 110.000 alle 170.000 unità, di cui circa 70.000 con cittadinanza italiana, quindi circa lo 0,25% della popolazione, una tra le percentuali più basse registrate in Europa. Tra i Rom stranieri, almeno il 50% è presente in Italia da oltre vent’anni: di questa percentuale, la stramaggioranza proviene dall’ex Jugoslavia, mentre il restante dalla Romania, con presenze minori da Bulgaria, Albania e Polonia. Circa il 55% dei Rom che vivono nel nostro paese ha meno di 18 anni e le regioni d’Italia dov’è stata registrata più affluenza sono il Lazio (dove un quarto dei Rom abita in campi ufficiali), la Campania, la Lombardia e la Calabria.</p>



<p>La storia dei Rom e Sinti in Italia inizia, come in altri Paesi nell’Europa Occidentale, verso l’inizio del 1400. Si pensa che queste popolazioni abbiano lasciato&nbsp;l’India settentrionale&nbsp;nell’undicesimo secolo in seguito alle invasioni musulmane, propagandosi in tutta l’Europa a partire dal 1300. Sempre in movimento&nbsp;a causa&nbsp;della&nbsp;xenofobia&nbsp;e della loro tendenza a voler mantenere una propria&nbsp;specificità culturale, il nomadismo diventò progressivamente una loro caratteristica.&nbsp;</p>



<p>Ed è proprio il loro modo di vivere, di integrarsi – spesso in conflitto con lo stile di vita delle popolazioni stanziali – che ha portato le comunità romaní ad essere tra quelle maggiormente marginalizzate e discriminate&nbsp;in Italia.&nbsp;L’85% della popolazione italiana, infatti, avrebbe una visione negativa di Rom e Sinti, e questo supererebbe anche il livello di discriminazione ai danni delle persone musulmane, viste in maniera negativa “solo” dal 63%. Una rilevazione&nbsp;di Amnesty International sulla presenza di odio online durante la campagna elettorale delle elezioni europee del 2019, ha anche riportato quella dei Rom come&nbsp;una delle categorie maggiormente colpite da attacchi politici, vittime in vari casi di&nbsp;hate speech.</p>



<p>Ma perché sussiste tutto questo odio, spesso immotivato e dettato da chiacchiere e dicerie? La risposta, forse, risiede nella poca conoscenza sull’argomento. Molti non sanno che le comunità Rom in Europa sono state decimate dal nazi-fascismo. Avrebbero dovuto essere risarcite, ma non lo sono state nemmeno moralmente, al contrario – ad esempio – del riconoscimento che è stato dato al popolo ebraico per le ingiustizie subite, per l&#8217;etnocidio e le immani sofferenze a loro arrecate. Quando si parla di Olocausto si omette ancora il Porrajmos che ha riguardato le comunità zingare, portate nei campi di concentramento e mandate alle camere a gas. Non a caso, i libri di scuola iniziarono a parlarne solo dal 1994. La persecuzione non è terminata dopo la guerra, e l&#8217;antiziganismo è ancora oggi l&#8217;unica forma di razzismo socialmente accettata in Europa.</p>



<p>E per quanto i Rom e Sinti possano non stare simpatici e a volte risultare invadenti, è un popolo che vive da sempre con un’etichetta terrificante addosso. I bambini, ancora oggi, crescono con la paura di relazionarsi con un coetaneo Rom, ed è inaccettabile. Il terrore di entrare in contatto con individui considerati – con disprezzo e superficialità – portatori di sporcizia e autori di furti, genera odio e indifferenza, specie nelle generazioni più giovani, cresciuti con falsi stereotipi.</p>



<p>E il paradosso è che quando è convenuto, questi popoli hanno avuto la loro utilità politica. Negli anni, chi ha avuto potere politico ed economico, ha trovato comodo avere un capro espiatorio a portata di mano, un gruppo sociale che non ha voce politica su cui veicolare la rabbia della gente, sempre utile in tempi di crisi. Non a caso, per l’uso dell’espressione “zingaropoli” durante una campagna elettorale a Milano, nel 2012 il tribunale ha condannato per discriminazione – per la prima volta in Italia – due partiti politici.</p>



<p>Finché lo Stato non comprenderà di dover rimuovere, e non aumentare, gli ostacoli di ordine sociale ed economico che impediscono l’uguaglianza, Rom e Sinti, purtroppo, saranno sempre soggetti a pregiudizi.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Donne e diritti: manifestare sia un diritto per tutte</title>
		<link>https://ventiblog.com/donne-e-diritti-manifestare-sia-un-diritto-per-tutte/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Enrichetta Alimena]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Mar 2024 10:41:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[25 novembre]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[manifestazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Mi chiamo Martina e sono discriminata, sono discriminata perchè donna, sono discriminata perché sono una donna disabile, è perchè sono una donna che lavora in un contesto di cura e oggi sciopero insieme a voi tutte e tuttu, pechè solo insieme a voi, posso sperare nel mio, nel nostro riscatto”. Queste le parole di Martina Pasquali, attivista del Disability Pride Network, persona ipovedente che lavora nell&#8217;ambito sociale e di cura, parole pronunciate durante la manifestazione dell&#8217;8 marzo a Roma, insieme [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>“Mi chiamo Martina e sono discriminata, sono discriminata perchè donna, sono discriminata perché sono una donna disabile, è perchè sono una donna che lavora in un contesto di cura e oggi sciopero insieme a voi tutte e tuttu, pechè solo insieme a voi, posso sperare nel mio, nel nostro riscatto”.</p>



<p>Queste le parole di Martina Pasquali, attivista del Disability Pride Network, persona ipovedente che lavora nell&#8217;ambito sociale e di cura, parole pronunciate durante la manifestazione dell&#8217;8 marzo a Roma, insieme alle donne di Non una di Meno e le tante realtà che hanno deciso di unirsi per marciare insieme. É stata, forse per la prima volta, una lotta davvero transfemminista che ha visto coinvolte anche le donne con disabilità. Il percorso per arrivare a questo risultato è iniziato in realtà all&#8217;indomani della manifestazione del 25 novembre dello scorso anno, organizzata dallo stesso collettivo, corteo che si era rivelato inaccessibile alle donne con disabilità, come denunciato dalle due attiviste Marta Migliosi e Ambra Zega, in una lettera aperta pubblicata il giorno seguente, che oltre ad una raccolta di sottoscrizioni, aprì un percorso di confronto e discussione, su come rendere inclusive le manifestazioni di piazza, perché tutte le persone hanno diritto di scendere in piazza per rivendicare i propri diritti o unirsi nel sostegno alle rivendicazioni degli altri gruppi sociali.</p>



<p>Il problema della difficoltà di manifestare è un problema antico, perchè significa il primo passo verso un riconoscimento sociale, verso il riconoscimento di uno spazio come proprio, ed è ancor più importante per le persone con disabilità, che nello spazio, nei luoghi trovano, spesso le barriere più evidenti e concrete.</p>



<p>Così da quel primo incontro si è iniziato a pensare alle strategie concrete da mettere in atto, si è posta quindi attenzione alla costruzione del percorso del corteo, con visite preliminari, per accertarsi che questo non presentasse barriere architettoniche, come scalini, dislivelli eccessivi, o pavimentazione sconnessa. Si è posta poi attenzione al tempo di percorrenza che non fosse eccessivamente lungo, ma l&#8217;attenzione non deve essere posta solo alle barriere fisiche ma anche a quelle sensoriali, relazionali e cognitive. Perciò è necessario pensare, per esempio, ai percorsi senso-percettivi per le persone non vedenti che, attraverso il percorso tattilo plantare riescono ad orientarsi nelle nostre città, purtroppo questi spesso mancano sulle nostre strade, ma organizzare una manifestazione inclusiva, vuol dire porre attenzione anche su questi elementi, soprattutto quando questi mancano, come anche ai supporti sonori per le persone sorde. Bisogna conoscere gli ausili e i supporti che le persone utilizzano per muoversi, penso ai bastoni e ai cani guida per chi non vede, alle carrozzine manuali o elettriche per chi ha una disabilità motoria, o anche a deambulatori e bastoni di vario tipo, e tanti altri strumenti.</p>



<p>Ma bisogna aprire le manifestazioni anche a persone con disabilità complesse che necessitano di ausili, ad esempio, per la respirazione e hanno bisogno, di assistenza continua, quindi pensare anche a volontari competenti che possano supportare le persone singole o le famiglie durante il corteo. Pensiamo poi alle persone neurodivergenti che hanno bisogno di zone più tranquille per riposarsi dall&#8217;ipersensorialità che si crea in eventi come quelli di cui stiamo parlando.</p>



<p>L&#8217;8 marzo 2024 è stato un giorno diverso da quello degli anni passati, dove il tema dei diritti e della violenza sulle donne è stato più pressante che mai. L&#8217;omicidio di Giulia ha sicuramente colpito le coscienze di tanti, il fatto di avere di fronte un Governo di destra che non sembra avere in cima alla sua agenda i diritti delle donne. È molto presente infatti, per esempio il tema della chiusura o accorpamento dei consultori che subiscono continui tagli, la difficoltà di veder riconosciuto il diritto all&#8217;aborto, oppure alla conciliazione tra la famiglia e il lavoro, ricordiamo che in Italia, il congedo di paternità è di pochi giorni, mentre in Francia è quasi paritario. Se poi prendiamo in considerazione i diritti delle donne con disabilità vediamo che le discriminazioni si moltiplicano, in quanto donne e in quanto donne con disabilità. Pensiamo a quanto può essere difficile accedere alle cure, a causa della mancata accessibilità di studi medici e attrezzature, quanto è difficile per una donna con disabilità, solo pensare di avere un figlio, conciliare le responsabilità della cura della famiglia, con le proprie esigenze personali. Se aggiungiamo poi il tema del lavoro per le donne con disabilità, quando i dati ci dicono che il 20%<strong> </strong>delle donne con disabilità  ha un lavoro a tempo pieno rispetto al 29% degli uomini con disabilità, e al 48% delle donne senza disabilità e al 64% degli uomini senza disabilità.</p>



<p>Potremmo continuare a lungo a parlare di disparità tra donne con e senza disabilità. Non dobbiamo poi, come ci ricordava Martina Pasquali, che sulle donne ricade tutto il lavoro di cura, che, se non viene fatto da loro, non viene fatto da nessun&#8217; altro, e questo ha ricadute pesanti sulle possibilità di realizzazione personali e professionali delle donne caregiver. Queste ultime colmano un vuoto che dovrebbe essere riempito dai servizi territoriali, nei diversi ambiti: assistenza personale, scolastica ecc&#8230;</p>



<p>Per una manifestazione davvero inclusiva bisogna far sì che questi siano luoghi sicuri e accoglienti anche per le persone LGBTQ plus, una comunità, che, come sappiamo, subisce discriminazioni in tanti ambiti sociali.</p>



<p>Dare la possibilità a tutti i gruppi sociali di rivendicare la propria presenza, e ad ogni persona di esprimersi in piena libertà, in relazione a tutte le differenti identità che convivono in ognuno di noi significa lottare per creare davvero, città e luoghi per tutti, grazie ad un movimento dal basso, che con il supporto delle istituzioni può cambiare pian piano il mondo.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Ha ancora senso celebrare la festa della donna?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annarosa Vico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Mar 2024 13:06:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[PUNTI DI VISTA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno sguardo alla condizione della donna in Italia Qual è la condizione della donna oggi? E passato l’8 Marzo, festa nazionale dei diritti delle donne più comunemente conosciuta come “Festa della Donna” e, tra una mimosa e l’altra, sorge spontanea una domanda: ma le donne, in Italia, come se la passano? Sono soddisfatte della propria situazione economica e sociale? Si sentono realizzate? Sono adeguatamente ascoltate e rappresentate dalle forze politiche? Ad un primo sguardo, i dati non sembrano essere molto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="has-text-align-center"> Uno sguardo alla condizione della donna in Italia</h2>



<p class="has-drop-cap">Qual è la condizione della donna oggi? E passato l’8 Marzo, festa nazionale dei diritti delle donne più comunemente conosciuta come “Festa della Donna” e, tra una mimosa e l’altra, sorge spontanea una domanda: ma le donne, in Italia, come se la passano? Sono soddisfatte della propria situazione economica e sociale? Si sentono realizzate? Sono adeguatamente ascoltate e rappresentate dalle forze politiche? </p>



<p>Ad un primo sguardo, i dati non sembrano essere molto incoraggianti. Secondo il Global Gender Gap Report del 2023, l’Italia si posiziona in coda ai paesi Europei per la parità di genere mentre in testa troviamo paesi come la Norvegia, la Svezia e la Finlandia. Le disuguaglianze sono marcate in molti ambiti della vita sociale e lavorativa. Le donne, pur rappresentando quasi il 53% della popolazione del paese ed essendo spesso in possesso di titoli di studi superiori, lavorano e guadagnano meno degli uomini. Attualmente, in Italia, solo il 55% delle donne si trova in condizione di piena occupazione contro la media Europea del 69,3% e se sul mercato del lavoro Italiano si possono contare circa 13 milioni di uomini occupati, le donne si fermano a 9,5 milioni.</p>



<p>Certamente stiamo uscendo da un periodo di forte crisi economica, in parte dovuto al periodo di pandemia che ci siamo lasciati alle spalle. Tuttavia, alcune disuguaglianze di genere sembrano avere caratteristiche tutte nostrane ed essere legate a limiti culturali caratteristici del Bel Paese. Il famoso termine “patriarcato”, che ormai impera sui media ed internet, oltre a sottolineare un atteggiamento prevaricatore dell’uomo nei confronti delle donne, pone l’attenzione su una tendenza a volte sottesa ed a volte più esplicita a relegare l’operato delle donne al margine dei contesti lavorativi e sociali. Una forma di soppressione antica, un “retaggio culturale” che rende accettabile e quasi giustifica la posizione di subordinazione della donna.</p>



<p>Del resto, la partecipazione delle donne alla vita pubblica è storia recente dell’Italia. Il suffragio femminile viene approvato soltanto nel 1945, occasione nella quale le donne potranno finalmente votare per il decisivo referendum che decreterà l’Italia una Repubblica. Un altro passo avanti verso l’uguaglianza di genere avvenne nel 1948 grazie alla nostra Costituzione che nell’art.3 recita <em>Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.</em></p>



<p>Dal 1948 ad oggi, le donne hanno incontrato ancora molti ostacoli e ne incontreranno di nuovi per rivendicare i propri diritti. In questa sede vorrei ricordare la legge a favore del divorzio, promulgata nel 1970, che permetteva di sciogliere il matrimonio (la prima donna in Italia ad usufruire di questa novità legislativa fu Luisa Benassi, di Modena). Altro passo in avanti decisivo si ebbe nel 1981, quando l’Italia con la legge nr 442, abrogò <em>la rilevanza penale della causa d’onore</em>. Grazie al coraggioso esempio di Franca Viola che rifiutò le nozze riparatrici dopo essere stata vittima di stupro riscattando la dignità delle donne che fino ad allora erano viste quasi come una proprietà.</p>



<p>Oggi sono ancora tanti i progressi attesi nei confronti dei diritti delle donne ed in Italia esistono vari enti ed associazioni che si preoccupano di porre l’attenzione sul tema della parità di genere in vari ambiti sociali. Un esempio è l’associazione Amleta di Milano, che si occupa di contrastare le disuguaglianze nel mondo delle arti e dello spettacolo. Vi è poi la Casa Internazionale delle Donne erede del movimento femminista romano punto di riferimento per il settore della cooperazione e dell’associazionismo dove ogni anno, secondo i dati riportati sul loro sito, transitano più di 30.000 persone. Da citare anche l’associazione Pangea, attenta ai temi femminili e dotata persino di uno sportello online antiviolenza. In tutto il paese c’è grande fermento intorno ai più recenti temi che riguardano i diritti delle donne, grandi dibattiti si sviluppano intorno ad argomenti quali l’aborto, il femminicidio, la violenza di genere, etc.</p>



<p>Recentemente la cronaca è stata scossa da due notizie che hanno portato, ancora una volta, l’attenzione sul tema dei diritti delle donne: l’omicidio di Giulia Cecchettin ed il diritto all’aborto inserito nella Costituzione francese. L’omicidio di Giulia Cecchettin è una tragedia che ha messo in luce come la donna rischi ancora di essere emarginata, schiacciata e nel caso specifico addirittura uccisa per mano di un uomo che non riusciva a controllarla. L’indipendenza, l’autonomia di scelta, sono state viste come una minaccia dal ragazzo con cui pure aveva intessuto una relazione. La vita della ragazza è stata strappata via da una persona che non poteva accettare o forse concepire una donna troppo libera, troppo indipendente, troppo “emancipata” e scevra da catene imposte dalle convezioni sociali. Fa molto riflettere la giovane età del ragazzo coinvolto e forse un po’ rattrista che certi stereotipi siano attecchiti nella mente di una persona così giovane. Questo episodio vuole anche essere un invito alla riflessione ed alla consapevolezza che bisogna essere sempre vigili e pronti a difendere dei diritti che non si possono mai dare per scontati.</p>



<p>Per quanto riguarda l’aborto invece, recentemente i cugini francesi hanno approvato una modifica della Costituzione che così recita: <em>La legge determina le condizioni nelle quali si esercita la libertà garantita alle donne di ricorrere all’interruzione volontaria della gravidanza</em>. Un atto che sta suscitando molto scalpore. In Italia la normativa sull’aborto è regolamentata tramite la legge 104 del 1978, composta da 22 articoli e che, negli anni, è rimasta sostanzialmente invariata.</p>



<p>Ancora tanti sono i passi da compiere per assottigliare le diseguaglianze di genere, ma nonostante l’Italia paghi lo scotto di retaggi culturali importanti, se imparerà dalla propria storia potrà impegnarsi a costruire un paese più equo e giusto.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>Il nuovo Codice della Strada, tra sicurezza e digitalizzazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bosco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Mar 2024 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Limitazioni per i neopatentati, multe per eccesso di velocità, sanzioni per chi parla al cellulare al volante o abbandona in strada animali domestici.&#160; Sono soltanto alcune delle misure del nuovo Codice della Strada approvate dalla commissione Trasporti della Camera che, se confermate dall’aula di Montecitorio e poi dal Senato, saranno destinate a cambiare i connotati delle regole stradali.&#160; Un pacchetto di novità che potrebbe non far felice giovani e adulti, ma che servirà ad introdurre più organizzazione nella gestione dei [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Limitazioni per i neopatentati, multe per eccesso di velocità, sanzioni per chi parla al cellulare al volante o abbandona in strada animali domestici.&nbsp;</p>



<p>Sono soltanto alcune delle misure del nuovo Codice della Strada approvate dalla commissione Trasporti della Camera che, se confermate dall’aula di Montecitorio e poi dal Senato, saranno destinate a cambiare i connotati delle regole stradali.&nbsp;</p>



<p>Un pacchetto di novità che potrebbe non far felice giovani e adulti, ma che servirà ad introdurre più organizzazione nella gestione dei limiti e delle regole ma, soprattutto, più severità nei confronti dei reati.&nbsp;</p>



<p>Ma andiamo con ordine, partendo dalle nuove limitazioni per i neopatentati.&nbsp;</p>



<p>Per ricevere il “foglio rosa” ci sarà l&#8217;obbligo di effettuare un numero minimo di esercitazioni in autostrada o su strade extraurbane e, in condizione di visione notturna, l’obbligo di presenza con un istruttore abilitato e autorizzato.&nbsp;</p>



<p>Condizioni che non saranno felicemente accolte in termini di praticità e semplificazione. Tra le novità si registra anche quella del divieto di trasportare uno o più passeggeri su ciclomotori e motocicli per i titolari di “foglio rosa”.&nbsp;</p>



<p>Non solo neopatentati: come richiesto dalla Corte costituzionale, si precisa nel Codice l&#8217;obbligo di sottoporre gli autovelox a verifiche periodiche al fine di garantirne la funzionalità. Ma la novità più consistente riguarda le multi-sanzioni.&nbsp;</p>



<p>Nel caso in cui si prendano più multe per autovelox nello stesso tratto stradale – di competenza dello stesso ente e in un periodo di tempo di un&#8217;ora – si prevede il pagamento di una sola sanzione: quella più grave aumentata di un terzo, se più favorevole. Un’altra modifica al ddl padre prevede che, in sede di riforma del Codice della Strada, le entrate derivanti dalle sanzioni per violazioni dei limiti di velocità in via prioritaria saranno destinate a interventi per la sicurezza dalla circolazione stradale.</p>



<p>E se si parla di Codice stradale, non si può non revisionare anche la questione legata ai conducenti che, alla guida del proprio mezzo, parlano al cellulare.&nbsp;</p>



<p>L’emendamento approvato prevede che se il conducente detiene meno di 20 punti sulla patente, fino a 10 la sospensione scatti per una settimana; nel caso invece sia al di sotto di questa soglia, il ritiro della patente durerà 15 giorni. Cambiano anche le sanzioni: quella minima sarà di 250 euro, mentre quella massima di 1000 euro, contro i 660 delle regole attualmente in vigore e i 1697 del ddl approvato dal governo. In caso di recidiva, il codice vigente prevede solo la sospensione della patente, mentre il ddl approvato dal governo prevedeva la sospensione con l’aggiunta di una sanzione da 644 a 2588 euro. L’emendamento approvato in commissione mantiene la sospensione e applica una sanzione economica da 350 a 1400: anche qui aumentata rispetto al codice in vigore, diminuita rispetto al ddl.</p>



<p>Ulteriore contrasti, invece, nei confronti di chi si sporca del reato di abbandono di animali domestici, fenomeno in continua crescita, specie nella stagione estiva. Si prevede, infatti, l&#8217;applicazione delle pene previste per i reati di omicidio stradale e di lesioni personali stradali gravi o gravissime nel caso in cui dall&#8217;abbandono di animali consegua un incidente stradale che provochi la morte o le lesioni personali di utenti della strada.</p>



<p>Inoltre, è previsto come principio di riforma del Codice della Strada la completa digitalizzazione ed automazione delle procedure, con particolare riguardo a quelle relative ai veicoli pesanti e alla notifica delle violazioni al Codice.&nbsp;</p>



<p>Tra le altre novità, si prevede l&#8217;obbligo per il proprietario del veicolo di accertarsi della presenza della copertura assicurativa anche quando il veicolo è nella disponibilità di un altro soggetto. Saranno anche introdotte nuove misure per assicurare, in caso di incidente, l&#8217;accesso in sicurezza alle gallerie ferroviarie delle squadre di soccorso e dei vigili del fuoco; e al riassetto delle competenze tra gli enti istituzionali, anche con riguardo alla previsione di limiti di circolazione, tenendo conto, tuttavia, dell&#8217;esigenza di agevolare l&#8217;accesso ai soggetti che svolgono servizi di emergenza (soccorso stradale, polizia, assistenza sanitaria ecc.). Per salvaguardare inoltre la sicurezza degli utenti, si provvederà all&#8217;introduzione di dispositivi adeguati e tecnologicamente innovativi di segnalazione di emergenza stradale.</p>



<p>Insomma, qualunque misura del Codice della Strada servirà a diminuire i rischi e punire chi commette delle infrazioni è sempre ben accetta. Purché chi dovrebbe controllare e sanzionare faccia bene il proprio lavoro. Perché fare una legge è semplice: è applicarla sul campo che spesso risulta complicato.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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		<title>&#8220;Non sono solo bambole&#8221;, le giovani mamme social hanno in braccio le Reborn Dolls</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Francesca Astorino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Mar 2024 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[bambola]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
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		<category><![CDATA[terapia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La brutta copia di un neonato, tornato al mondo per due volte e spesso anche avvolto all’interno del sacco amniotico. Sono le reborn dolls: bambole realistiche, lavorate artigianalmente e non solo, che riproducono alla perfezione l’aspetto di un bambino in carne ed ossa. Tanto vere, da dover essere accudite come se fossero reali. Una moda a dir poco inquietante ma molto di tendenza che non si lascia vincere neanche dalla spesa economica: per possedere una reborn possono occorrere dai 100 [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">La brutta copia di un neonato, tornato al mondo per due volte e spesso anche avvolto all’interno del sacco amniotico. Sono le reborn dolls: bambole realistiche, lavorate artigianalmente e non solo, che riproducono alla perfezione l’aspetto di un bambino in carne ed ossa. Tanto vere, da dover essere accudite come se fossero reali. Una moda a dir poco inquietante ma molto di tendenza che non si lascia vincere neanche dalla spesa economica: per possedere una reborn possono occorrere dai 100 ai 500 euro nel caso in cui siano prodotte industrialmente, se invece si punta all’originalità e per certi versi all’arte, possono volerci fino anche a 20 mila euro per una ‘hand made’. </p>



<p><br>In Italia la moda della reborn doll è arrivata nel corso degli ultimi anni e ad oggi è propagandata da Giulia, una giovane influencer che mostra sul suo canale youtube ‘Reborn Baby Giulia’ e tiktok le bambole reborn da lei stessa realizzate. Ma la moda delle reborn si deve ricondurre ai primi anni Novanta negli Stati Uniti quando – come direbbe Karen McAllister che di reborn ne ha creato ben tredici – la produzione delle doll rappresentata uno strumento attraverso cui fare arte. Da allora l’obiettivo artistico ha lasciato spazio a diverse accezioni. Tutto il mondo è colonizzato da ragazzine, giovani donne che accudiscono reborn. Questo grazie anche alla facilità con cui si reperiscono sul web. Nella versione originale le reborn non emettono suoni e non si muovono. Le attuali invece, sono esemplari sofisticati dotati di sistemi elettronici per simulare il battito cardiaco o il respiro del bebè. Dei veri bambolotti dapprima “normali”, poi trasformati per mezzo di un determinato processo di fabbricazione, in bambole iperrealistiche curate in ogni singolo dettaglio: occhi, capelli, ciglia, venature, rossori. </p>



<p><br>Per chi ama giocare con le bambole, c’è solo l’imbarazzo della scelta. La moda era inizialmente destinata a rivolgersi ad un pubblico di collezionisti. A causa dell’estremo realismo del prodotto però, sempre più donne e giovani ragazze, hanno iniziato a considerare queste bambole dei veri e propri bambini da accudire. Si tratta in genere di donne con alle spalle un evento traumatico. Soprattutto giovani che hanno subito aborti, oppure che non sono riuscite a soddisfare il loro desiderio di maternità. Donne che molto spesso sviluppano un atteggiamento morboso nei confronti di queste bambole, convincendo loro stesse e le persone vicine a prendersene cura come se fossero dei bambini veri. <br></p>



<p>Si è concretizzata quindi, dietro le carine reborn, l’illusione, confessata o meno, di credere che esista la possibilità di diventare una ‘mamma adottiva’. Spopolano infatti sui social network veri e propri gruppi di “mamme reborn” che si confrontano su prezzi, sugli acquisti di pannolini e vestiti, sui medici e sulle strategie educative. Milioni di aspiranti madri trattano le bambole come bebè veri, cercando di assumere tate, portandole dal medico o chiedendo consigli su come crescerle al meglio. Osservando i tanti video diffusi in rete che ritraggono queste giovani mamme impegnate nel cambio del pannolino – alcune utilizzano la crema al cioccolato per simulare meglio – nelle passeggiate in carrozzina, il momento della pappa e della nanna, sorge spontaneo comprendere quale fenomeno psicosociale ci sia dietro questo atteggiamento, questa simulazione ad essere mamme. Anche perché, l’aspetto più eclatante è come queste donne arrivino ad una tale dissociazione dalla realtà da non riuscire più a comprendere che si tratta di semplici oggetti. Un attaccamento al punto da spingere le “mamme adottive” ad avere la necessità di assumere delle babysitter per prendersi cura dei propri ‘bambini di plastica’ in loro assenza.<br></p>



<p>Nell’ottica di un’applicazione e di un utilizzo consono alla realtà, queste ‘bambole rinate’ sono degli ottimi strumenti terapeutici, ad esempio, nei corsi di preparazione al parto, negli asili per fare abituare i bambini o per le madri in attesa di un fratellino per accogliere il nuovo arrivato. In ambito psichiatrico si sta facendo avanti l’idea che l’utilizzo di tali bambole possa assumere dei fini terapeutici. Alcuni studi dimostrano come l’utilizzo di bambole reborn sia utile a migliorare il benessere delle persone affette da ritardi cognitivi, da malattie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer oppure, ancora, sia di sostegno e supporto a familiari che hanno perso prematuramente un figlio, permettendogli di migliorare l&#8217;umore. In alcuni casi, infatti, si parla di Doll therapy, ovvero una terapia psicologica volta a stimolare le emozioni. In un articolo dal titolo “Il fenomeno delle Reborn Dolls, madri rinate” pubblicato sul giornale delle scienze psicologiche, State of Mind, sono spiegate le ragioni scientifiche dell’utilizzo in pazienti con problematiche psichiche. Una coppia, ma soprattutto una futura madre – si riporta nell’articolo – che ha vissuto un lutto in gravidanza si trova a dovere affrontare gravi problematiche psichiche sperimentando uno stato di shock con emozioni intense e pervasive che limitano la comprensione dell’accaduto. A questa fase segue una di negazione dell’evento che è spesso determinante per il superamento e il ritorno a una conduzione normale della vita. Queste donne, spesso, si trovano ad affrontare emozioni intense quali rabbia, paura, senso di colpa ed anche invidia nei confronti delle gravidanze e dei bambini delle altre gestanti manifestando quella che è nota come ‘sindrome delle braccia vuote’. <br></p>



<p>L’introduzione nella pratica clinica della reborn dolls a queste donne le porta a colmare parzialmente l’assenza, affezionandosi ad un oggetto secondo un sentimento che di per sé non è sintomo di disturbo mentale ma un mezzo attraverso cui prendere contatto con la realtà e affrontare il lutto riappropriandosi del proprio desiderio di maternità, incisivo ai fini della fertilità di coppia. Di fatto, i dati raccolti su pazienti trattate con la doll therapy fanno emergere una drastica diminuzione dei livelli di ansia, aggressività, depressione, insonnia e al contempo registrano un miglioramento della vivacità e propensione al benessere.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>



<p></p>
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		<title>La giornata mondiale del pistacchio, il nostro oro verde</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Martina Nicelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Mar 2024 10:36:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
		<category><![CDATA[VENTI NEWS]]></category>
		<category><![CDATA[giornata mondiale del pistacchio]]></category>
		<category><![CDATA[pistacchio]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità alimentare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 26 febbraio è la Giornata Mondiale del pistacchio, il frutto secco – soprattutto negli ultimi anni –più amato al mondo. Il c.d. “Oro Verde” ha origini molto antiche. Portato in Italia dai Romani e diffusosuccessivamente nel sud della nostra Penisola dagli Arabi, il pistacchio ha goduto di fama e successofin dai tempi più antichi, tanto da essere citato in testimonianze dell’epoca dei faraoni e nominatoanche nel Vecchio Testamento. La pianta del pistacchio ha origine nel Mediterraneo orientale ed eragià [&#8230;]</p>
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<p>Il 26 febbraio è la Giornata Mondiale del pistacchio, il frutto secco – soprattutto negli ultimi anni –<br>più amato al mondo. Il c.d. “Oro Verde” ha origini molto antiche. Portato in Italia dai Romani e diffuso<br>successivamente nel sud della nostra Penisola dagli Arabi, il pistacchio ha goduto di fama e successo<br>fin dai tempi più antichi, tanto da essere citato in testimonianze dell’epoca dei faraoni e nominato<br>anche nel Vecchio Testamento. La pianta del pistacchio ha origine nel Mediterraneo orientale ed era<br>già nota e coltivata dagli antichi ebrei (7000 a. C), che ritenevano preziosi i suoi frutti. Il frutto del<br>pistacchio ha avuto particolare sviluppo a partire dalla seconda metà dell’Ottocento nelle province di<br>Caltanissetta, Agrigento e Catania. Nel territorio di Bronte il pistacchio ha conosciuto la massima<br>espansione, tanto da diventare il fulcro di tutto il sistema agricolo ed economico dell’area.<br>Oggi il pistacchio è una tendenza, una sorta di ossessione, lo si trova ovunque: pistacchi salati da<br>mangiare, sgusciati, in crema, dentro ai croissant, sopra ai panettoni, nel gelato, nei biscotti, persino<br>nella pasta e nel salame. Il pistacchio è arrivato ovunque, invadendo l’industria dolciaria, le produzioni<br>artigianali e le tavole di noi italiani come mai prima. Consumati nell’arco dell’intera giornata con un<br>picco nel break pomeridiano, oltre un italiano su due dichiara di mangiarli come spuntino post pranzo.<br>E non succede sono nel nostro Paese, negli ultimi anni, la produzione di pistacchi ha registrato un<br>vero e proprio boom in Paesi relativamente nuovi nel settore come la Spagna. Il mercato globale del<br>pistacchio (secondo gli analisti di mercato di Data Bridge Market Research) è stato valutato a 3.907,07<br>milioni di dollari nel 2021 e si prevede che raggiungerà i 5.282,52 milioni di dollari entro il 2029.<br>Ma perché sembrano tutti impazziti per il pistacchio? I pistacchi contengono solo 3-4 calorie per<br>frutto e offrono oltre trenta diverse vitamine, minerali e fitonutrienti. Hanno proprietà diuretiche,<br>anticolesterolo, antinfettive. Recenti studi hanno dimostrato che mangiare una moderata quantità di<br>pistacchi al giorno (30 &#8211; 50 grammi) può addirittura aiutare a mantenere il cuore sano. Il pistacchio è<br>il vero e proprio ingrediente trendy degli ultimi anni: l’Osservatorio Immagino di GS1 Italy ha<br>individuato 512 referenze, tra prodotto al naturale e alimenti che lo usano come ingrediente, per un<br>giro d’affari di oltre 175 milioni di euro, in crescita annua di +11,1%.<br>L&#8217;ossessione gastronomica per questo ingrediente non può cancellare la riflessione sull&#8217;impatto<br>ambientale, economico ed etico che un tale consumo sta avendo. Come questo piccolo frutto verde<br>sta modellando le nostre scelte alimentari? Chi si preoccupa della provenienza, della produzione e<br>delle implicazioni ambientali ed economiche? Il pistacchio proviene principalmente da Paesi come<br>l&#8217;Iran, la Turchia, gli Stati Uniti e l’Italia (e in particolare la Sicilia). Ma non tutti questi paesi aderiscono<br>allo stesso livello di normative sulla sicurezza e la qualità alimentare. Così, mentre ci deliziamo con<br>un gelato al pistacchio, potremmo essere inconsapevolmente complici di una catena di produzione<br>eticamente discutibile. Inoltre, la coltivazione del pistacchio necessita di una impronta idrica molto<br>più pesante di quanto si possa immaginare. Si pensi che per produrre un solo chilo di pistacchio, sono<br>necessari circa 5mila litri d&#8217;acqua, molto di più rispetto ad altre colture come le arachidi, per cui sono<br>sufficienti 1500 litri. Altro problema è che con la crescente domanda, il prezzo del pistacchio è<br>schizzato alle stelle. Ma, ovviamente, i coltivatori nei paesi in via di sviluppo spesso non approfittano<br>di tale incremento: è proprio qui che questo “oro verde” si trasforma in un caso di sfruttamento<br>economico mascherato da tendenza culinaria.<br>Nella giornata mondiale del pistacchio (è stato addirittura possibile istituire una giornata mondiale!)<br>dovremmo iniziare a riflettere sulla consapevolezza e sulla sostenibilità delle nostre scelte e smettere<br>di seguire acriticamente le tendenze alimentari. La scelta del pistacchio dovrebbe tener conto della</p>



<p>provenienza, della stagionalità, dell&#8217;impatto ambientale e delle implicazioni economiche. D’ora in<br>avanti, il cibo deve essere sempre più visto come una responsabilità: la prossima volta che andate al<br>supermercato o al ristorante, chiedete da dove proviene il pistacchio. Informatevi su come viene<br>prodotto, su come viene conservato. Chiedete se i coltivatori vengono pagati equamente. E magari<br>pensate se non sarebbe il caso di dare una chance a un altro frutto secco, magari meno alla moda,<br>ma altrettanto gustoso.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>



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		<title>Riconoscere e tutelare il patrimonio culturale “immateriale”: una sfida sempre più attuale per la cultura nella società fluida</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Gambetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Feb 2024 18:46:35 +0000</pubDate>
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<p>L&#8217;Italia è storicamente riconosciuta come detentrice di un immenso patrimonio culturale, unico al mondo. Quando si pensa a tale patrimonio di norma si immaginano oggetti e luoghi necessariamente materiali, ma la cultura in realtà spesso assume forme anche intangibili, incorporee e metafisiche.<br>Con questa consapevolezza, nel 2003 l’UNESCO ha approvato la Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, un trattato che mira ad assicurare tutela anche alle forme “intangibili” di cultura, quali testimonianze della civiltà da preservare e tramandare.<br>Ai sensi della Convenzione, il patrimonio immateriale comprende prassi, rappresentazioni, espressioni, conoscenze e abilità che comunità, gruppi e individui riconoscono come parte della loro cultura. Rientrano quindi nel patrimonio immateriale anche le tradizioni, le consuetudini e persino il “know-how”, il saper fare, quando rappresentino una traccia culturale della società meritevole di protezione.<br>La Convenzione prevede la costituzione di una Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale (Representative List of the Intangible Cultural Heritage of Humanity), in cui ciascuno stato può inserire, secondo determinate regole, quanto ritiene rappresentativo della propria identità culturale. La lista contribuisce a dimostrare la diversità del patrimonio intangibile, con l’obiettivo di sensibilizzare sul tema l’intera comunità globale.<br>L’Italia ha iscritto nella lista una molteplicità di elementi: l’alpinismo, la transumanza del bestiame, la cavatura del tartufo, l’arte delle “perle di vetro” (cioè la metodologia classica di lavorazione del vetro mediante il fuoco, tipica ad esempio di Murano, Burano, Torcello e Pellestrina), l’Opera dei Pupi Siciliani (ossia il caratteristico teatro delle marionette nato in Sicilia all’inizio del XIX secolo), il canto a tenore sardo, ma anche il “saper fare” dei liutai cremonesi (ossia la sapienza artigiana degli speciali creatori di strumenti in legno dell’area di Cremona, che realizzano opere uniche attraverso l’assemblaggio a mano di oltre 70 elementi), la particolare tecnica tradizionale di coltivazione della vite ad alberello di Pantelleria, la falconeria, l’arte dei muretti a secco (ossia la realizzazione di murature sovrapponendo semplicemente le pietre), la maestria musicale dei suonatori di corno da caccia, nonché da ultimo nel 2023 il canto lirico.<br>Esempi particolarmente significativi di elementi del patrimonio culturale immateriale che l’Italia ha inserito nella lista si collegano poi all’universo enogastronomico, coniugando la dimensione schiettamente culturale con il vasto – e oggi attualissimo – tema del food, in ottica anche e soprattutto internazionale. L’Italia ha inserito nella lista la dieta mediterranea, non come mero elenco di cibi o regime alimentare, ma come stile di vita e come insieme di saperi, tradizioni, conoscenze, simboli che iniziano sin dalla coltivazione, dalla pesca e dall’allevamento, proseguono nella fase della “cucina” e della preparazione del pasto e giungono fino al momento della sua consumazione, ad esempio nella condivisione con i commensali. Si tratta di un elemento culturale dichiaratamente transnazionale, che interessa anche Cipro, Croazia, Grecia, Marocco, Spagna e Portogallo. Ancora, l’Italia ha iscritto in lista “l’arte del pizzaiuolo napoletano”, cioè quell’insieme di saperi, di gestualità e di manualità, ma anche di simboli, di tradizioni e di sentimenti collegati alla pizza.<br>L’Italia ha ratificato la Convenzione UNESCO nel settembre 2007 e da allora ha promosso diverse iniziative sul tema anche a livello nazionale. Manca però ancora oggi, almeno in una parte dell’opinione pubblica, la consapevolezza che il patrimonio culturale non necessariamente debba incorporarsi in beni fisici tangibili, ma possa avere anche dimensione completamente metafisica.<br>La tutela del patrimonio culturale immateriale costituisce oggi una sfida complessa e delicata. Conservare e tramandare un elemento “immateriale” richiede infatti il contributo attivo, costante e propositivo degli individui, la loro compartecipazione emotiva con un&#8217;intenzione profonda e autentica. Mentre per la preservazione dei beni materiali talvolta può risultare sufficiente lo stoccaggio in luoghi protetti, per conservare una tradizione, un’arte, un sapere è necessario che le persone cooperino condividendolo, che qualcuno tramandi e qualcuno voglia “ricevere”. Si tratta di un tema sempre più attuale, perché conservare e trasmettere gli elementi culturali intangibili provenienti dal passato è particolarmente difficile in una società fluida, liquida, in cui condotte, prassi, sentimenti e intenzioni sono in costante evoluzione.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>



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		<title>20 Febbraio, Giornata Internazionale della Giustizia sociale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Venti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Feb 2024 15:35:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[ESPERIENZE]]></category>
		<category><![CDATA[IN EVIDENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista a Rosamaria Caleca, ex funzionario giuridico pedagogico penitenziario Il 20 febbraio ricorre la Giornata Internazionale della Giustizia Sociale che mira all’abbattimento delle disuguaglianze mettendo in luce quanto lo sviluppo e la giustizia sociale siano necessari per la costruzione della pace tra gli Stati. Con Giustizia Sociale si deve pensare alle moltissime tematiche celebrate in questa giornata: dall’abbattimento delle disuguaglianze alla possibilità di garantire eque opportunità a tutti i cittadini del mondo. La costruzione dell’eguaglianza civile, sociale, legale, economica rientra [&#8230;]</p>
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<h3>Intervista a Rosamaria Caleca, ex funzionario giuridico pedagogico penitenziario</h3>



<p>Il 20 febbraio ricorre la Giornata Internazionale della Giustizia Sociale che mira all’abbattimento delle disuguaglianze mettendo in luce quanto lo sviluppo e la giustizia sociale siano necessari per la costruzione della pace tra gli Stati.</p>



<p>Con Giustizia Sociale si deve pensare alle moltissime tematiche celebrate in questa giornata: dall’abbattimento delle disuguaglianze alla possibilità di garantire eque opportunità a tutti i cittadini del mondo. La costruzione dell’eguaglianza civile, sociale, legale, economica rientra in un lavoro più ampio che si intreccia allo sviluppo ecosostenibile e alla costruzione di regimi politici trasparenti. Questo calderone in continua evoluzione rientra nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile fondato dell’Organizzazione delle Nazioni Unite: un piano d’azione che consta di obbiettivi da portare a termine per garantire uno sviluppo equo e sostenibile. Fondamentale è l&#8217;adozione unanime della Dichiarazione dell’ILO sulla Giustizia Sociale per una Globalizzazione Equa (19 giugno del 2008).</p>



<p>Ma la Giustizia Sociale non è solo un concetto astratto, ne parliamo con chi ci ha lavorato per oltre 40 anni. Facciamo una chiacchierata con Rosamaria Caleca, Funzionaria Giuridico Pedagogica penitenziaria, ormai in pensione.</p>



<p>Secondo lei da cosa nasce l’esigenza di istituire questa giornata?</p>



<p>&#8220;Sono tre i motivi fondamentali che la costituiscono: l’uomo, soggetto in continuo mutamento, va alla ricerca di una equiparazione tra il male compiuto ed il dovere di riparare; nell’immaginario collettivo giustizia e sicurezza vanno di pari passo ed è fondamentale che sia la giustizia a garantire la messa in atto anche della sicurezza; infine c’è da dire che l’uomo, oggi, avverte le istituzioni della giustizia troppo distanti e troppo divisive motivo per cui questa giornata serve a far sentire la voce dei cittadini, unici veri protagonisti della macchina statale&#8221;.</p>



<p>Nel suo lavoro nelle carceri quale risultato si è raggiunto circa l’equità dei diritti tra detenuti e quanto ancora c’è da lavorare?</p>



<p>&#8220;Ho sempre lavorato rispettando le regole che sono alla base del mio lavoro cercando sempre di ricordare che il mio obbiettivo era rieducare alla società, non punire il cittadino: la giustizia pura non punisce ma ripara, il messaggio che ho cercato di attuare nel mio lavoro è sempre stato questo. Ciò detto è da chiarire che non tutti i detenuti hanno accettato e condiviso questo tipo di concetto riparativo, chi finisce in carcere è perché commette un reato che deriva da un’espressione di disagio sociale, economico, lavorativo e questa è la dimostrazione che c’è ancora tanto da lavorare per arrivare ad una condizione di vita e ad una giustizia equa&#8221;.</p>



<p>In che modo secondo lei la Giustizia si può avvicinare ai cittadini?</p>



<p>&#8220;Basterebbe che la Giustizia sia “giusta” così che nel proprio agire e nel proprio perseguire la legge possa assicurare incorruttibilità, competenza nella prestazione dei servizi ed efficienza nel servire la legge&#8221;.</p>



<p>Chiudiamo con un esempio di giustizia sociale equa nel carcere?</p>



<p>&#8220;L’esempio più lampante e concreto di giustizia sociale in carcere è quello di muoversi all’unisono: ogni educatore, ogni impiegato amministrativo, ogni agente penitenziario, ogni figura dirigenziale dovrebbe svolgere il proprio lavoro affinchè si garantisca la realizzazione massima del progetto “uomo”, a prescindere dal cognome che porta, dalle radici da cui proviene, dal contesto sociale in cui è cresciuto e dal lavoro che svolgeva all’esterno&#8221;.</p>



<p>Il progetto “Uomo” come lo ha definito la dottoressa Caleca è anche al centro dell’Agenda 2030 in cui ogni singola azione è rivolta ad esso. Il 20 Febbraio è la giornata utile per rimarcare il concetto fondamentale di essere cittadini e di pretendere che le istituzioni siano fatte a misura d’uomo, ricordando che le ingiustizie sociali possono colpire un singolo cittadino ma in un secondo momento ricadono sulla collettività, sempre e comunque. &lt;II primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire “questo è mio” e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassinii, quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano chi, strappando i piuoli o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: “Guardatevi dal dare ascolto a questo impostore! Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, siete perduti!”.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Articolo pubblicato</em> <em>su Il Quotidiano del Sud &#8211; L&#8217;Altravoce dei ventenni </em></p>
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